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CINA 2021

A un anno dall’inizio dell’epidemia da coronavirus, la Cina varca la soglia del 2021 più forte e assertiva che mai. Non solo è tra i pochi paesi a vantare un’espansione economica nei passati dodici mesi. Il contesto pandemico ha permesso al gigante asiatico di lanciare nuove iniziative diplomatiche dalle sfumature umanitarie per rafforzare il proprio soft power a livello internazionale. Non sempre con successo, certo. Ma, complessivamente, il caos in cui verte l’Occidente ha permesso a Pechino non solo di guadagnare terreno nel vicinato asiatico, ma anche di cementare la propria legittimità agli occhi del popolo cinese. Non sarà tutto rosa e fiori. Il 2021 è un anno di sfide e simbolismi. Come ammesso più volte nei comunicati ufficiali, “il mondo sta attraversando cambiamenti mai visti in un secolo.” L’arrivo di Biden alla Casa Bianca difficilmente cambierà il corso delle relazioni bilaterali dopo quattro anni di guerra commerciale, tensioni militari nel Pacifico, accuse incrociate di spionaggio e la minaccia di un decoupling tecnologico. Ma, secondo la leadership comunista, nonostante le avversità, la Cina vive ancora una fase di “opportunità strategiche”. Come ha ricordato il presidente Xi Jinping durante il discorso di fine anno, “il nuovo viaggio per costruire un paese socialista moderno sta per iniziare. La strada da percorrere è lunga”. A luglio ricorre il centenario del partito comunista, tappa che la Cina si appresta a festeggiare ufficializzando la sconfitta della povertà assoluta e il raggiungimento della “società moderatamente prospera”. 

ECONOMIA

Se le proiezioni del Fmi dovessero dimostrarsi veritiere, quest’anno, la locomotiva cinese riprenderà a correre inanellando un tasso di crescita del 7,9%. Come? La strategia è stata resa nota a dicembre durante l’annuale conferenza economica. Come già avvenuto durante l’ultima Assemblea nazionale del popolo (la riunione plenaria del parlamento cinese), il consesso economico è servito a introdurre una lista di buoni propositi per l’anno nuovo priva di dettagli numerici. Nessun obiettivo di crescita, quindi. Piuttosto, Xi & Co. puntano a soddisfare sette priorità chiave, di cui quattro esplicitamente collegate al rafforzamento della “sicurezza economica”: innanzitutto, raggiungimento dell’ “autosufficienza tecnologica” e crescita dei “consumi interni”. Più nel dettaglio, si parla di “rafforzare le capacità scientifiche e tecnologiche della nazione” e mantenere “l’autosufficienza e il controllo della produzione e delle catene di approvvigionamento”. Due obiettivi che richiederanno copiosi investimenti in ricerca e sviluppo oltre al potenziamento dei settori dove il gigante asiatico dipende ancora dalle importazioni. L’industria dei semiconduttori (presidiata da Stati Uniti e Taiwan) è un esempio ma non l’unico. Saltando al punto numero cinque infatti troviamo un significativo riferimento alla sicurezza alimentare. I semi sono ormai un po’ come i microchip. Pechino deve sfamare 1,4 miliardi di bocche e un’eccessiva dipendenza dalle forniture globali (a settembre le importazioni di grano sono aumentate del 675% rispetto al 2019) lascia i rifornimenti in balia delle turbolenze internazionali. Un cruccio già sollevato durante lo scorso plenum del Pcc quando, annunciando le linee guida per il 14° piano quinquennale 2021-2025, la leadership ha lanciato la cosiddetta “doppia circolazione”, strategia secondo la quale il mercato domestico (la circolazione interna) deve interagire ma prevalere sull’integrazione globale (la circolazione esterna). E’ un obiettivo di medio-lungo termine che richiede non solo investimenti nei comparti strategici, ma anche riforme strutturali per aumentare il potere d’acquisto dei consumatori. Nell’immediato, tuttavia, la crescita continua ad essere trainata dai finanziamenti pubblici. E il debito dei governi locali sale. Ma quello della stabilità finanziaria è un cruccio che non riguarda solo gli enti statali. Come conferma il caso Ant Group, l’occhio vigile delle autorità regolatrici ha ormai raggiunto anche le fintech e fornitori digitali di servizi di credito al consumo. Ecco perché nella famosa classifica delle priorità per il 2021 al terzo posto si parla espressamente di “prevenire l’espansione del capitale senza ordine”. Le big tech cinesi sono avvisate.

POLITICA INTERNA

Come dicevamo, per la Cina, il 2021 è un anno di transizione. A marzo l’Assemblea nazionale del popolo approverà il 14° piano quinquennale, mentre a luglio il compleanno del Pcc segnerà il raggiungimento del primo di due obiettivi centenari: “raddoppiare il Pil e il reddito pro-capite del 2010 nelle aree urbane e rurali, e raggiungere una società moderatamente prospera entro il centenario del Partito (2021); rendere la Cina un Paese socialista moderno che sia prospero, forte, democratico, avanzato culturalmente e armonioso entro il centenario dalla fondazione della Repubblica popolare (2049)”. La roadmap è stata ampliata durante il 19° Congresso del partito, con l’aggiunta di un’ulteriore precisazione: secondo i piani, la Cina non solo sarà la nazione leader in termini di potere nazionale e impatto globale entro la metà del secolo. Ma completerà anche l’ammodernamento delle sue forze armate entro il 2035, così da ottenere un esercito di livello mondiale entro il 2049 in grado di combattere e vincere qualsiasi guerra. Per un piano trentennale ci vogliono, continuità, stabilità politica e un leader forte. Pare proprio che quel leader continuerà ad essere Xi Jinping. Nel 2022, il presidentissimo terminerebbe il secondo mandato quinquennale, ma la modifica della costituzione approvata nel 2018 gli consente di restare in carica teoricamente sine die. Quantomeno per ancora un bel po’. E’ quanto deducibile dal mancato annuncio di nomine chiave, prima tra tutte quella di vicepresidente della Commissione militare centrale. Al contempo, fin dalle prime fase dell’epidemia, l’anno appena concluso ha visto i fedelissimi di Xi ottenere ruoli strategici. Tra le figure in ascesa spiccano Le Yucheng, viceministro degli Esteri, Chen Yixin, prima spedito a risolvere la crisi di Wuhan e poi piazzato alla guida dell’anti-corruzione, e infine Guo Shengkun, segretario della Commissione centrale per le questioni politiche e legali e messo a capo di una task force per la “sicurezza politica”. Questo processo di accentramento dei poteri è culminato recentemente nell’introduzione di nuove regole interne al partito che renderanno più difficile criticare apertamente la leadership. Non è chiaro in che misura tutto ciò vada attribuito alle ambizioni personalistiche di Xi, o quanto piuttosto alla crescente instabilità delle zone periferiche e del contesto internazionale. La parola “sicurezza nazionale” ricorre ben 22 volte nella bozza del 14° piano quinquennale. Chiaro riferimento alla “guerra fredda 2.0” con Washington ma anche alle proteste di Hong Kong, estinte per il momento grazie a Covid e all’introduzione della nuova legge sulla sicurezza nazionale. Tornata la calma per le strade – come dimostra l’ultima maxi campagna di arresti – il prossimo obiettivo di Pechino è sgominare l’opposizione pro-democrazia in vista delle legislative del 5 settembre.

POLITICA ESTERA

Come da trent’anni a questa parte, l’agenda estera cinese del 2021 si è aperta con una prima missione africana. Il capo della diplomazia cinese Wang Yi ha visitato il continente con il duplice scopo di confermare il supporto cinese nella lotta al coronavirus e dare nuovo vigore al progetto infrastrutturale “nuova via della seta”. Due obiettivi che ritornano un po’ in tutte le trasferte di Wang dall’inizio della pandemia. Quella mostrata in Africa è la “faccia buona” della diplomazia cinese: responsabile, comprensiva e generosa nei confronti dei paesi debitori. C’è poi un lato oscuro emerso nell’ultimo anno: quello della “wolf warrior diplomacy”, strategia comunicativa utilizzata dai funzionari più giovani – che mixa minacce a provocazioni a mezzo social – utilizzata soprattutto per respingere le critiche dell’Occidente. Soprattutto in riferimento a Taiwan, Hong Kong, Xinjiang e l’origine del coronavirus. Una nuova performance dei “lupi” potrebbe avvenire a ridosso del vertice APEC di febbraio, quando Pechino fronteggerà direttamente l’Australia, il paese (dopo gli States) con cui ha ormai rapporti peggiori. Ma gli ululati saranno contenuti per non intimidire troppo gli altri presenti. Il forum dell’Asia – Pacifico infatti fornirà alla Cina l’occasione per ribadire la propria dedizione al binomio globalizzazione-multilateralismo. Dopo aver siglato la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), il gigante asiatico si è già detto molto interessato a entrare nell’ex TPP, il mega accordo commerciale trans-pacifico, da cui l’America di Trump si è sfilata nel 2017. Ma anche quest’anno a dominare la politica estera cinese sarà verosimilmente il triangolo con Washington e Bruxelles. A marzo l’Unione europea – con cui Pechino ha appena concluso gli annosi negoziati per un accordo di investimenti bilaterale – dovrà rivedere la propria visione strategica sulla Cina, bollata nel 2019 “rivale sistemico”. Mentre ci si attende una riconferma dell’ “autonomia strategica” consolidata nei quattro anni di delirio trumpiano, non è escluso che il blocco dei 27 opti per adottare una linea più dura nelle trattative con la Cina nell’ottica di un ritorno di Washington ai tavoli internazionali. Secondo gli analisti, il governo Biden riprenderà almeno in parte il “pivot to Asia” di Obama. Ma il caos fronteggiato in casa terrà occupata la nuova amministrazione per un bel po’. Questo nell’immediato potrebbe ridurre l’attivismo statunitense nel Mar cinese meridionale e nello Stretto di Taiwan, facilitando una ricostruzione dei rapporti bilaterali con Pechino, che però non abbassa la guardia. Secondo un recente emendamento alla legge sulla difesa – che assegna maggiori poteri alla Commissione militare centrale presieduta da Xi – il Partito/Stato potrà mobilitare l’esercito per difendere generici “interessi di sviluppo” in aggiunta alla “sovranità [lungo il confine sino-indiano], l’unificazione [con Taiwan], l’integrità territoriale [a Hong Kong] e la sicurezza”. Insomma, anche la politica estera cinese verrà modulata in vista dei “due obiettivi centenari”.

A cura di Alessandra Colarizi

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GIAPPONE 2021

(AP Photo/Eugene Hoshiko, Pool)

Una partenza lenta per il Giappone. L’anno nuovo è iniziato con una terza ondata di casi di Covid-19, con numeri tali da giustificare un nuovo stato di emergenza che durerà fino al 7 di febbraio e che sta già inglobando diverse prefetture oltre a Tokyo, dove si registra il picco maggiore di ricoveri. Tra sfide globali e latenti problemi interni al paese, il 2021 potrebbe proseguire sull’onda della rinata vocazione di Tokyo per la politica regionale e il ritorno dei fantasmi del passato.

Elezioni

Il ritiro del primo ministro Shinzo Abe dalla scena politica alla fine di agosto ha visto emergere Yoshihide Suga, politico dal carattere pragmatico e instancabile lavoratore. Suga coprirà l’incarico di Primo Ministro del Giappone fino alle prossime elezioni della camera dei rappresentanti, che dovranno tenersi prima del 22 ottobre. A seguire, il nuovo Primo Ministro verrà scelto – di norma -dal partito di maggioranza. Tra i favoriti potrebbero ritornare grossi nomi della politica nipponica come Ishiba Shigeru, ma anche politici più giovani del calibro di Kono Taro – ex-ministro degli affari esteri. Noda Seiko potrebb diventare la prima donna giapponese a ricoprire questo incarico. Stando ai primi dati sul gradimento della popolazione, il nuovo PM potrebbe avere una chance alle prossime elezioni, mentre la pandemia sembra aver favorito alcune riforme auspicate da tempo. A partire dal 2021, per esempio, inizierà la digitalizzazione dei servizi burocratici e il superamento del sistema degli hanko, stampi personali che fanno le veci della firma individuale.

Politica estera

Il 2020 ha visto la ripresa dei rapporti di vicinato. Emerge il rafforzamento delle alleanze nel sudest asiatico, evidenziato dal primo tour di colloqui all’estero di Suga in Vietnam e Indonesia. Un rinato interesse verso le questioni geopolitiche si evince anche dalle iniziative d’investimento avanzate in diversi paesi ASEAN e la partecipazione attiva alla chiusura degli accordi per la firma del Regional Commercial Economic Partnership (RCEP) insieme ad altri 14 stati asiatici. Nonostante Nuova Delhi sia la grande assente dall’accordo, l’attiva politica estera di Tokyo nel 2020 ha visto migliorare i rapporti diplomatici con l’India, che sta diventando il polo democratico adocchiato da Stati Uniti e Australia in un’ottica di rafforzamento delle alleanze asiatiche in chiave anticinese. Il primo ministro australiano Scott Morrison è stato il primo leader a incontrare Suga all’alba della nomina a successore di Abe, mentre i rapporti tra Canberra e Pechino si fanno sempre più tesi.

Da monitorare dunque le relazioni con la Cina, che rimangono stabili ma soffrono delle ultime prese di posizione del Giappone sullo scacchiere regionale. L’incontro con Xi Jinping previsto ad aprile 2020 è stato più volte rimandato a causa dell’emergenza pandemica – prima – e per volere del partito di maggioranza (il Liberal Democratic Party, LDP), poi. Ad oggi non è stata ancora decisa una data. Nonostante alcune dichiarazioni in difesa dei diritti umani nello Xinjiang e il dilemma delle Senkaku/Diaoyu nel Mar Cinese Meridionale, la strategia nipponica intercettata dagli osservatori internazionali sembra puntare più a un prudente bilanciamento, che a drastiche alleanze.

Un altro scheletro nell’armadio della diplomazia nipponica riguarda invece i rapporti con la Corea del Sud, che rischiano di entrare in una nuova fase di impasse. L’8 gennaio la Corte di Giustizia di Seoul ha emesso una sentenza che condanna il governo giapponese a pagare una ricompensa di 91 mila dollari a ciascuna delle 12 donne coreane che hanno querelato Tokyo per essere state vittime del traffico di esseri umani avvenuto durante l’occupazione (1932-1945). È la prima volta che si arriva a una sentenza giuridica vera e propria sulla questione delle comfort women, dopo che nel 2016 gli accordi bilaterali tra i due paesi sembravano aver calmato le acque.

Insieme alla rinascita della politica estera giapponese ritorna anche lo spettro dell’articolo 9 della Costituzione, che riguarda la rinuncia alla guerra e a un corpo di forze armate nazionale. Anche se dal 1954 il governo ha permesso l’istituzione di un corpo speciale composto da civili, la Forza di Autodifesa Giapponese, non sono pochi i politici che chiedono una svolta a fronte delle crescenti instabilità geopolitiche in Asia. A settembre Nobuo Kishi è diventato il nuovo ministro della difesa. Noto per essere un sostenitore del rispristino delle questioni militari, esprimendosi anche a favore di un possibile arsenale nucleare per Tokyo, è inoltre politicamente vicino a Taiwan, dove è stato di recente in occasione dei funerali dell’ex-presidente Lee.

Economia e società

A marzo 2021 ricorre il decimo anniversario dal disastro nucleare di Fukushima: i fantasmi del complesso rapporto del Giappone con l’energia nucleare sono riemersi nel dibattito pubblico dopo che in autunno è stata presa la decisione – non ancora definitiva – di rilasciare oltre un milione di tonnellate di acqua contaminata dell’impianto di Fukushima in mare aperto. Ogni dicembre i giapponesi possono partecipare alla scelta del “kanji dell’anno”: mitsu 密 (“densità”, che richiama l’idea di “assembramento”) è il termine emblematico di un 2020 fatto di chiusure, distanziamento sociale e sofferenze private. Dopo un apparente abbassamento del tasso di suicidi durante il primo semestre, il picco dello scorso ottobre ha fatto riemergere una delle maggiori sfide sociali per il paese, che insieme all’invecchiamento della popolazione e il calo delle nascite rappresenta un serio problema per i decisori politici.

Le Olimpiadi di Tokyo 2020 sono state rimandate a luglio, tra l’ottimismo del governo che promette di fare il possibile affinché l’evento possa avvenire senza ulteriori ritardi. Moderata la ripresa economica, mentre il 72% delle aziende giapponesi ha caute speranze nella ripartenza. Ma rimangono le tasse aumentate negli ultimi mesi e la deflazione. Il 2021 vedrà il Giappone in prima linea nella corsa verso la leadership tecnologica in settori in forte crescita, come le auto elettriche e a guida autonoma.

A cura di Sabrina Moles

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COREE 2021

Il 2021 della penisola coreana è pieno di interrogativi. A Nord l’ottavo congresso del Partito dei lavoratori ha dato il via libera al nuovo piano quinquennale, dopo il fallimento (certificato dallo stesso Kim Jong-un) del precedente. La situazione economica resta a dir poco complicata, anche a causa della chiusura dei confini con la Cina, mentre quella sanitaria è indecifrabile. Da monitorare anche le preventivabili “scosse di assestamento” nelle relazioni con gli Stati Uniti, visto che dopo il fallimento dei negoziati e la photo opportunity nella zona demilitarizzata l’amministrazione Trump lascia posto a quella Biden. A Sud allarma il rallentamento (o meglio lo stop totale, manifestato plasticamente dall’esplosione dell’ufficio di collegamento di Kaesong operato da Pyongyang lo scorso giugno) del dialogo intercoreano. Preoccupa anche la situazione sanitaria, con una nuova ondata di contagi che sta facendo traballare l’elogiato “modello coreano“. Anche su questo argomento si gioca l’ultima parte del mandato presidenziale di Moon Jae-in, con vista sul voto del 2022.

Economia, Covid e società

Gli obiettivi del piano di sviluppo economico quinquennale della Corea del Nord non sono stati raggiunti “in quasi tutti i settori”, al culmine di un quinquennio “senza precedenti”, il “peggior periodo di sempre” per Pyongyang. Parola di Kim Jong-un, in apertura dell’ottavo congresso del Partito, dove ha comunque allo stesso tempo promesso “futuri successi”. Sono in molti a ritenere che, per un’ammissione del genere, la situazione reale dell’economia nordcoreana sia drammatica. I volumi di commercio sarebbero crollati dell’80% nel 2020 e nel mese di ottobre si sarebbe raggiunto un record negativo nel valore delle merci passate dal confine con la Cina. Secondo quanto raccontato da Nk News, anche nella capitale sono venuti a mancare beni di prima necessità come zucchero e olio, mentre i prezzi di frutta e verdura sono schizzati in alto. Il nuovo piano quinquennale si concentrerà su un termine che ormai è diventato un mantra a diverse latitudini, comprese quelle asiatiche: autosufficienza. Impresa a dir poco complicata, con un isolamento diplomatico dal quale pare complicato venire fuori. Ma Pyongyang afferma di voler dipendere meno dalle importazioni anche per la difficile situazione sanitaria “esterna”. Già, perché ufficialmente la Corea del Nord è “Covid free“, tanto che Kim ha parlato a Pyongyang di fronte a circa settemila persone senza mascherina. Ammesso e non concesso che sia davvero così, preoccupano le conseguenze di una potenziale ondata nel paese, vista la generale situazione economico-sociale.

Per Seul il 2020 è sembrato in larga parte un anno positivo, nonostante la pandemia. L’efficacia del suo modello di contact tracing, e anzi di backward tracing, ha fatto parlare di sé in tutto il mondo, così come la capacità del governo di contenere con efficacia e rapidità le prime due ondate di coronavirus. Senza mai chiudere davvero, mantenendo alto il livello di libertà personali e organizzando persino le elezioni a metà aprile, la Corea del sud aveva dimostrato che anche una democrazia poteva vincere la sfida sanitaria. Con ottime ricadute sul soft power, arricchito dai successi in campo culturale, testimoniati dalla vittoria di Parasite agli Oscar e la diffusione sempre più planetario di K-pop e K-drama. Eppure, anche qui nelle ultime settimane una terza ondata sta colpendo più forte delle precedenti rimettendo in discussione tutto, e il governo è dovuto ricorrere a un inasprimento delle misure anti contagio. L’economia sudcoreana ne risentirà. Dopo la contrazione di poco superiore all’1% prevista per il 2020, nel 2021 la crescita potrebbe fermarsi sotto il 3%. Preoccupano anche le possibili ricadute del (bassissimo) tasso di natalità. Nei prossimi giorni, intanto, atteso il verdetto nel processo a Lee Man-hee, leader del gruppo religioso Shincheonji, per la diffusione del coronavirus.

Politica interna

Dopo mesi di sparizioni e avvistamenti, di voci e indiscrezioni, Kim ha scollinato il 2020 vivo e vegeto. E ha aperto il 2021 presiedendo l’ottavo congresso del Partito dei lavoratori. Un evento raro a Pyongyang, se si considera che si tratta del primo in cinque anni e del secondo in 40 anni (i due precedenti erano datati 1980 e 2016). Kim ha poi promesso che il partito troverà un nuovo modo per compiere ”un balzo in avanti radicale”. Nel nuovo piano quinquennale ci sono cambiamenti anche dal punto di vista politico. Il congresso del partito si è sempre riunito in maniera irregolare, ma da ora in poi l’evento dovrebbe avvenire con regolarità ogni cinque anni. Il politburo accentrerà ancora più poteri. In attesa delle nomine, da osservare il ruolo (che nel 2020 è stato descritto come sempre più centrale) della sorella Kim Yo-jong.

Al Sud, l’iniziale successo della gestione del Covid ha favorito il partito di maggioranza, che alle elezioni di aprile scorso ha conquistato la maggioranza assoluta dell’assemblea nazionale, il parlamento unicamerale del paese con  un’affluenza del 66,2%, la più alta dal 71,9% del 1992. Il presidente Moon Jae-in ne era uscito molto rafforzato. Un capitale politico almeno parzialmente disperso a causa degli ultimi sviluppi, soprattutto sanitari, con la nuova ondata di contagi e la lenta introduzione del vaccino. Il gradimento per Moon è ai minimi storici, sin da quando è stato eletto nel 2017. Che cosa ci si può aspettare dalla fine del suo mandato? Tutto sarà condizionato anche dall’andamento dalla pandemia e da quello economico. Quello che è certo è che Moon non potrà completare la riforma della costituzione, per la quale c’è bisogno di due terzi dei voti. Nel 2021 inizieranno le manovre nei partiti di maggioranza e opposizione per individuare i candidati delle elezioni del 2022. Intanto il 7 aprile si vota a Seul per eleggere il nuovo sindaco, dopo la tragica fine di Park Won-soon.

Politica estera

Se davvero la situazione interna, sotto il profilo economico, drammatica come appare, Kim potrebbe aver bisogno di rafforzare la sua posizione. E per farlo potrebbe ricorrere alle spese militari, di cui tra l’altro ha parlato diffusamente durante il congresso del partito. Tra i desideri del nuovo piano quinquennale ci sono un nuovo missile balistico intercontinentale a propellente solido, missili balistici con raggio di 15 mila chilometri, testate ipersoniche, armi nucleari tattiche, satelliti militari da ricognizione, nuovi sistemi aerei senza pilota. Kim ha inoltre annunciato il completamento di un piano per l’acquisizione di un sottomarino nucleare. Mentre è arrivato il primo messaggio a Biden, con gli Usa definiti il “più grande e principale nemico”“La politica ostile americana non cambia a seconda di chi è alla Casa Bianca”, ha dichiarato Kim, che ha anche definito le relazioni intercoreane tornate indietro a prima della dichiarazione congiunta di Panmunjon (2018). Seul spera ancora che il dialogo possa ripartire, nonostante il completo stop degli ultimi 18 mesi, culminato con la decisione di Pyongyang di far saltare in aria l’ufficio di collegamento di Kaesong, lo scorso giugno. Il governo sudcoreano ha provato a stemperare le tensioni qualche settimana fa, approvando una legge che vieta il lancio di volantini anti regime lungo il confine, di solito operato da dissidenti nordcoreani e da gruppi che fanno parte della galassia dell’opposizione sudcoreana, notoriamente più propensa alla linea dura verso Pyongyang.

Attese novità sul rapporto di Seul con gli Stati Uniti, dopo che per tutto il 2020 si è trascinato l’estenuante negoziato per le spese di difesa. Dopo il prolungamento di un solo anno dell’accordo scaduto alla fine del 2018, che ha visto un innalzamento dell’8% del contributo sudcoreano a Washington, non si è mai giunti alla nuova stretta di mano. E, anzi, le trattative sono state interrotte. A incrinare il rapporto tra i due storici alleati c’è stato anche il caso dell’ambasciatore Harry Harris, di madre giapponese, i cui baffi ricordavano a diversi cittadini quelli dei dominatori nipponici. Prevedibile che Biden riaffermi il legame strategico con la Corea del sud, abbassando le pretese in materia di spesa difensiva. Il presidente americano cercherà anche di favorire la ripresa del dialogo tra Seul e Tokyo, interrotto ormai da tempo per ferite storiche mai chiuse che si sono trasformate in uno scontro commerciale e diplomatico molto attuale, tanto da far saltare il trilaterale Cina-Giappone-Corea del sud. Non sarà una missione semplice, anche perché in Giappone si entrerà presto in campagna elettorale. Nel 2021 dovrebbe arrivare la visita di Xi Jinping, inzialmente prevista nella primavera del 2020 e poi rinviata a causa del virus. I rapporti con la Cina restano costruttivi, anche per il ruolo fondamentale di Pechino sul fronte del dialogo con la Corea del Nord. Si attende poi la nomina del prossimo direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio, ruolo al quale aspira la ministra del commercio, energia e industria Yoo Myung-hee. Da tenere d’occhio anche le relazioni con l’Iran.  Il viceministro degli Esteri della Corea del Sud, Choi Jong-kun, ha incontrato in questi giorni a Teheran la controparte iraniana, Abbas Araghchi, dopo il sequestro da parte dei Guardiani della rivoluzione islamica della nave cisterna battente bandiera sudcoreana Hankuk Chemi nel Golfo Persico.

A cura di Lorenzo Lamperti

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SUD-EST ASIATICO 2021

Nel corso del 2020 il sudest asiatico ha dimostrato una capacità gestionale dell’emergenza sanitaria superiore a quella di altre regioni, riuscendo a contenere contagi e recessione economica. Primo fra tutti il Vietnam, che pur avendo registrato nell’anno appena concluso il tasso di crescita più basso delle ultime tre decadi, si è attestato comunque tra i Paesi con più alto tasso di crescita su scala globale. In Indonesia, Filippine e Thailandia, però, il virus e la precarietà ad esso correlata hanno portato, esacerbando il malcontento latente nei confronti dei rispettivi governi, a situazioni di instabilità che presumibilmente si protrarranno anche nel corso del 2021. L’anno appena inaugurato, inoltre, sarà segnato da congressi, elezioni e campagne elettorali che determineranno non soltanto l’agenda politica dei singoli Stati ma anche il loro posizionamento all’interno dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN).

Elezioni, congressi e preparazioni

Il primo appuntamento è il 13° congresso del Partito comunista vietnamita (PCV), i cui lavori saranno inaugurati il 25 gennaio. A cadenza quinquennale, il congresso è l’organo supremo del partito: 1600 delegati eleggeranno i 180 nuovi membri del Comitato Centrale (CC), approveranno il piano quinquennale e nomineranno il nuovo Politburo, da cui emergerà il successore di Nguyen Phu Trong, Segretario generale dal 2016 e Presidente dal 2018. Gli ultimi 5 anni sono stati decisivi per il Vietnam. Con un tasso di crescita del PIL stabilizzatosi oltre il 7%, tra i più alti al mondo, il Paese ha normalizzato le proprie relazioni con gli Stati Uniti e con ratificato una serie di importanti accordi commerciali con Corea, Giappone e Unione Europea. A seguire il 21 febbraio si voterà per le elezioni legislative in Laos, al fine di eleggere i membri della 9° Assemblea Nazionale per cui, nel sistema nazionale a partito unico, il Partito rivoluzionario del Popolo Lao è il solo a poter presentare dei candidati. Il Laos inoltre, come la Cambogia, si affaccia al 2021 con legami sempre più stretti con la Cina, primo Paese di provenienza degli investimenti esteri, primo fornitore di aiuti e secondo partner commerciale, dopo la Thailandia. Il 2021 sarà invece un anno di preparazione per Filippine ed India. Con un discorso alla nazione previsto a luglio, in vista delle presidenziali del 2022 Rodrigo Duterte cercherà di favorire la figlia Sara, attualmente sindaca della città di Davao, nella speranza di mantenere il potere in famiglia. Più strutturati i piani di Narendra Modi: il 2021 rappresenta l’unico anno prima del 2024 in cui il partito avrà l’opportunità di aggiungere più stati alla sua base di sostegno, attraverso le elezioni dell’assemblea legislativa previste tra aprile e maggio in Assam, Bengala occidentale, Tamil Nadu, Kerala e Puducherry.

Proteste e instabilità

Mentre Singapore, ritenuta più sicura di Davos per la situazione epidemiologica, si aggiudica la sede dei lavori del prossimo World Economic Forum, Indonesia Thailandia, Filippine e India dovranno fare i conti con opposizioni e moti insurrezionali. Partendo da Jakarta, da novembre scioperi e proteste hanno scosso l’intero Paese dopo che il presidente Joko Widodo ha formalmente ratificato la controversa riforma del lavoro al fine di attrarre investimenti stranieri. Contro la riforma hanno preso posizione sindacati dei lavoratori, studenti e organizzazioni islamiche, che denunciano una significativa erosione dei diritti dei lavoratori. In Thailandia il 2020 è stato invece segnato dalle proteste studentesche che dallo scorso luglio chiedono le dimissioni del governo, una nuova costituzione e limiti ai poteri della monarchia, inserendosi all’interno della cosiddetta Milk Tea Alliance (che unisce virtualmente gli oppositori pro-democrazia di Thailandia e Hong Kong con i taiwanesi). Sebbene nelle ultime settimane le proteste sembrano aver perso vigore, la questione resta irrisolta. Da Manila si fa invece sempre più stringente la morsa del presidente Duterte nei confronti di critici e oppositori, di cui la condanna della giornalista Maria Ressa per diffamazione è stata un caso eclatante e per cui ha preoccupato e mobilitato gli attivisti la nuova legge antiterrorismo, sulla cui base la polizia potrà tenere in arresto i sospettati senza accuse specifiche. Infine a Delhi, dove da settimane ormai sono accampati migliaia di contadini provenienti dagli Stati limitrofi, protestando contro i provvedimenti per la liberalizzazione del settore agricolo promossi da Modi, la situazione è in fase di stallo. Si tratta tuttavia della prima volta che un contraccolpo civile ha portato il governo al tavolo dei negoziati.

ASEAN

Dal 1° gennaio la presidenza di turno dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico è passata dal Vietnam al Brunei, inaugurando un anno che per i Paesi dell’ASEAN si preannuncia incerto, non solo per il prolungato rischio epidemiologico, ma anche per le nuove sfide e opportunità emergenti dall’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca. Secondo molti analisti, Biden lavorerà per ricostruire solidi rapporti con gli Stati del sudest asiatico e per porsi come valida alternativa alla Cina, discostandosi però dalle provocazioni e dalle modalità di scontro del suo predecessore. Dagli USA potrebbero essere avviati nuovi colloqui con l’ASEAN su un nuovo accordo commerciale e Biden presumibilmente cercherà di avere un ruolo chiave nelle dispute nell’area dell’Indo-Pacifico, del fiume Mekong e del Mar Cinese Meridionale. La vera sfida del 2021 per i Paesi ASEAN sarà dunque gestire, oltre alle rispettive situazioni domestiche, la necessità di prevalere finalmente come una vera e propria comunità sociale ed economica sulla scena internazionale.

A cura di Fabrizia Candido

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IN CINA E ASIA GIORNO PER GIORNO: NOTIZIE IN BREVE

07/01 – Web e media cinesi: “l’assalto a Capitol Hill come Hong Kong”

07/01 – Hong Kong: 53 arresti per “sovversione”

07/01 – In standby la missione dell’Oms in Cina per indagare sulle origini del virus

07/01 – Trump vieta Alipay e altre sette app cinesi

07/01 – Corea del nord, al via l’ottavo Congresso del Partito del lavoro nordcoreano

08/01 – Covid minaccia il capodanno cinese, lo Hebei entra in stato di guerra

08/01 – Cosa è successo a Wuhan?

08/01 – La Cina estingue il debito della Repubblica del Congo dopo il suo ingresso nella BRI

08/01 – L’anticorruzione colpisce i colossi di stato

08/01 – Il marito le nasconde l’HIV. Ottiene l’annullamento del matrimonio

08/01 – Cina leader del box office mondiale, ma crollano i film stranieri

08/01 – Il miracolo economico cinese nei libri di testo

08/01 – 996, riesplode il dibattito sui social

08/01 – Covid: il Giappone dichiara lo stato di emergenza 

 

LA SETTIMANA DI CHINA FILES

LE RUBRICHE

Tech Files – Qian Xuesen, il deus ex machina

La storia tech cinese, dal 1949 a oggi. Ogni due settimane un episodio per raccontare l’evoluzione della tecnologia nella Repubblica Popolare Cinese, il pensiero che c’è dietro e i suoi personaggi chiave. Nella seconda puntata tocca a Qian Xuesen, padre del programma missilistico e del primo esperimento atomico della Repubblica Popolare Cinese, nonché punto di riferimento del Dragone tecnologico di Xi Jinping

Go East – Il 2020 delle relazioni Italia Cina

Ripercorriamo un anno di rapporti tra Roma e Pechino attraverso la rassegna settimanale di China Files su tutto quanto accade tra Italia, Cina e gli altri paesi dell’Asia orientale. A cura di Lorenzo Lamperti.

 

Letture asiatiche – I migliori libri cinesi del 2020

Da Qiu Xiaolong a Li Kunwu, da Feng Tang a Karoline Kan, fino a Hao Jingfang. Il 2020 non è stato solo l’anno del nuovo coronavirus. Per quanto riguarda la letteratura cinese, in Italia ci sono state varie pubblicazioni interessanti che proviamo qui a ripercorrere. La nuova puntata della rubrica sulla letteratura cinese a cura di Linda Zuccolotto

 

La Cina raccontata per immagini – Chengdu (II parte)

Dentro le mura di Dujiangyan, a 30 minuti di treno da Chengdu, è possibile ammirare ciò per cui è diventata famosa e meta di turismo: il sistema di irrigazione formato dai tre canali Yuzui, Feishanyan e Baoping kou. Continua il nostro viaggio nelle città cinesi con Martina Bucolo

 

K-Files – Il 2020 del K-pop? Un successo globale

Il 2020 è stato un anno terribile per molti, ma non per l’industria musicale della Corea del Sud. La nuova rubrica K-Files, con tutte le ultime notizie dal mondo di K-pop e K-drama, fenomeni dalla portata sempre più internazionale. A cura di K-pop News Italia

 

Chopsticks – Mian: pasta italiana e cinese a confronto

Nella straordinaria varietà della pasta cinese – sì, perché pasta in Cina vuol dire ben più che spaghetti di soia e ravioli – capita non di rado di ritrovare immagini e gesti che profumano di casa nostra. La seconda puntata della rubrica sulla cucina cinese, a cura di Livio Di Salvatore

 

China E-Files – Le community-group buying app in Cina

Didi e Pinduoduo vincono per ora la corsa degli “acquisti di gruppo”, ma Alibaba investe nei competitor. Gli acquirenti? Il 60% proviene dalle lower tier cities ed il solo giro di affari dei prodotti ortofrutticoli toccherà i 150 miliardi di dollari

Chinoiserie – La digitalizzazione artistica post-pandemica

Per New Media Art si intende un comportamento artistico che viene eseguito tramite le nuove tecnologie dei media. La maggior parte degli artisti che lavora con la tecnologia esplora tematiche legate al digitale, producendo opere che interpretano la relazione tra mondo reale e virtuale. In Cina la digitalizzazione aveva già fatto passi da gigante, ma ha trovato un ulteriore slancio con l’esplosione della pandemia.

 

Mondo Asean – Così l’Onu trasforma l’agricoltura nei paesi Asean

L’ONU ha da tempo avviato una fruttuosa collaborazione nel settore agricolo con l’ASEAN per lo sviluppo sostenibile delle popolazioni più vulnerabili. Poi i mercati azionari e il 2021 del Sud-est. Ogni settimana una raccolta di analisi, spunti e approfondimenti dai 10 paesi della dinamica galassia del Sud-Est asiatico. A cura dell’Associazione Italia-ASEAN

GLI APPROFONDIMENTI

Pandemia, post Covid: il 2020 di Cina e Asia

Dal lockdown di Wuhan alla ripartenza e al quinto Plenum, dalle elezioni di Taiwan a quelle in Myanmar, dall’avvicendamento tra Abe e Suga al RCEP. Bilancio e analisi del 2020 della (geo)politica asiatica

Alibaba e i 40 renminbi (digitali)

Stipendi e acquisti con lo yuan virtuale sono già realtà in Cina. Il Pcc tenta così di inserirsi nel business dei pagamenti on line contro le piattaforme e di internazionalizzare la sua valuta

Accordo Cina-Ue: chi vince?

Le implicazioni della firma trascendono la dimensione puramente economica influenzando di riflesso gli equilibri geopolitici, tanto in Asia quanto nel Vecchio Continente. Soprattutto considerando l’imminente ricambio ai vertici della Casa Bianca. D’altronde, come spesso accade, negli accordi multilaterali “win-win” i vantaggi non sono ripartiti del tutto equamente. Anche, in questo caso, qualcuno vince un po’ più di qualcun’altro.

La rivincita degli over 60 cinesi su Tik Tok

Dopo alcuni mesi di lockdown, sono tornate per le strade senza mascherine e più spensierate che mai. Alcune riviste di settore le chiamano “glam-mas”; con più di 1 milione di followers sulla piattaforma cinese Douyin e più di 450mila su Tiktok (account glamma_bj) le più famose di questo gruppo sono le Glamma Beijing

La frontiera spaziale di Pechino

La conquista dei cieli non solo è di cruciale importanza per l’avanzamento scientifico dell’umanità ma gioca anche un ruolo di primo piano in ambito militare e nello sviluppo di infrastrutture strategiche, come la rete 5G. Secondo il rapporto “China’s Space Narrative” pubblicato recentemente dal China Aerospace Institue della U.S Air Force University, la più importante istituzione di formazione militare professionale per l’aviazione americana, il programma spaziale cinese non presenta solo sfide militari, economiche e politiche. Lo studio parla esplicitamente di un utilizzo “diplomatico” della cooperazione scientifica per conquistare nuovi alleati sullo scacchiere mondiale.

Hong Kong, il movimento Lausan: “Lottiamo contro il capitalismo”

Lausan è un collettivo di sinistra radicale, che promuove l’intersezionalità della lotta pro-democrazia di Hong Kong con l’etica antirazzista e anticapitalista. “Molti hanno voluto sottolineare la natura non ideologica delle proteste, invece è importante chiedersi dove si situi la nostra lotta” spiegano gli attivisti “rispetto a quello stesso paradigma liberaldemocratico che legittima politiche imperialiste e antidemocratiche, sia statunitensi che cinesi”.

Se per Hollywood conta più Weibo di un ciak: il caso “Monster Hunter”

Il mercato del cinema in Cina è un settore che ha vissuto una crescita esponenziale negli ultimi anni, creando un guadagno in termini di box office secondo solo a quello degli Stati Uniti. Rimane però un settore complesso da navigare per i film stranieri. Anche per gli incidenti in cui possono incorrere, come accaduto all’ultimo lavoro di Paul W.S. Anderson, ritirato dalle sale a causa di un gioco di parole

Il primo codice civile, una normativa con “caratteristiche cinesi”?

Intervista a Oliviero Diliberto, già ministro di Grazia e Giustizia, professore di diritto romano all’Università di Roma La Sapienza, chair professor presso la Zhongnan University of Economics and Law di Wuhan.

L’economia post Covid sarà trainata dal Far East

L’Asia orientale guiderà la ripresa economica nel 2021. Dalla Cina al Giappone, dalla Corea del sud al Vietnam, fino a Singapore e Indonesia: ecco una guida con dati e outlook paese per paese

Marco Wong e la comunità cinese in tempo di pandemia


“La pandemia in alcuni momenti ha forse aiutato a capire quanto i destini delle varie comunità, che condividono lo stesso territorio, siano intrecciati tra di loro”. Ilary Langeli intervista Marco Wong, il primo consigliere comunale di origini cinesi nella storia della politica italiana

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