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I FANTASTICI 4

1. CINA, AL VIA IL QUINTO PLENUM

La quinta sessione plenaria (Plenum) del XIX Comitato centrale del Partito comunista cinese (PCC) si terrà dal 26 al 29 ottobre a Pechino. Dalle linee guida per il XIV Piano quinquennale (2021-2025), che sarà formalmente approvato a marzo dall’Assemblea nazionale del popolo, alla strategia di medio termine ribattezzata Vision 2035, il Plenum – a una settimana dalle elezioni presidenziali statunitensi – chiarirà come la Cina intende limitare le ricadute del possibile decoupling dagli Usa e della crisi economica innescata dalla pandemia di Covid-19. La parola chiave sembra essere “doppia circolazione”, con focus su consumo domestico e autosufficienza tecnologica, richiamando il valore maoista di “autosufficienza autarchica”.

•        Che cos’è il plenum e perché è funzionale al piano quinquennale?

Il Plenum è la riunione a porte chiuse del Comitato Centrale (CC), formalmente il più alto corpo esecutivo del Partito. Generalmente con cadenza annuale, mira a definire le principali politiche per l’anno a venire e oltre. Dopo i Congressi del Partito, che si tengono una volta ogni cinque anni, le sessioni plenarie del Comitato Centrale rappresentano l’incontro più importante della dirigenza senior del PCC. Storicamente, importanti riforme sono emerse dalle sessioni plenarie: le politiche di riforma e apertura al Terzo Plenum nel 1978 o l’abolizione del limite per i mandati presidenziali al Secondo Plenum del 2018 ne sono un esempio. Il V Plenum rappresenta l’ultimo incontro del CC prima dell’approvazione, in primavera, del Piano Quinquennale e pertanto è funzionale alla delineazione delle politiche economiche e sociali che determineranno la strategia e gli obiettivi cinesi nei cinque anni a venire.

•        Che cos’è la doppia circolazione?

Svelata da Xi Jinping in una riunione del Politburo lo scorso 14 maggio, la “dual circulation” (双循环) prevede una nuova strategia di sviluppo economico basata meno sull’integrazione globale e più sull’espansione del commercio interno. Sebbene non ne siano stati resi noti i dettagli, con doppia circolazione ci si riferisce ad uno sviluppo economico maggiormente dipendente dalla “circolazione interna” – il ciclo interno di produzione, distribuzione e consumo – supportato dalla “circolazione esterna”, ovvero commercio e investimenti internazionali. Già prima della pandemia, Pechino stava cercando di ristrutturare la propria economia, col timore che la strategia di crescita guidata dalle esportazioni non fosse sostenibile per la Cina a lungo termine. La deviazione arriva inoltre dalla crescente ostilità degli Stati Uniti nei confronti delle aziende tecnologiche cinesi, tra cui il gigante  Huawei e la popolare app video TikTok di proprietà di ByteDance.

•        Che cos’è la Vision 2035?

La Vision 2035 è una strategia di medio termine con cui la Cina, entro il 2035, mira a ricoprire un ruolo chiave nella definizione degli standard globali per le tecnologie di prossima generazione. Considerata come l’evoluzione del piano manifatturiero Made in China 2025, la Vision si concentra su Internet of Things, Cloud Computing, Big Data, biotecnologie, 5G e AI. È funzionale a raggiungere l’autarchia tecnologica, obiettivo già delineato da tempo e resto ancora più impellente dalle tensioni geopolitiche con Washington, che riguardano anche (o soprattutto) la sfera tech. Gli obiettivi da raggiungere entro il 2035 segnano una pietra miliare per lo slancio verso il centesimo anniversario della nascita della Repubblica Popolare Cinese: entro il 2049, infatti, la Cina punta a divenire e affermarsi come un “paese socialista modernizzato”.

•        Per saperne di più:

L’economia cinese a un bivio

2. ACCORDO SANTA SEDE-CINA

Alla fine della scorsa settimana, le autorità cinesi e vaticane hanno annunciato il rinnovo automatico dell’accordo sulle nomine vescovili firmato il 22 settembre 2018 ed entrato in vigore un mese più tardi. L’intesa – della durata di due anni ad experimentum – è stata prorogata in forma provvisoria. Tirando un bilancio del biennio, mercoledì scorso, il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin ha dichiarato che “possiamo ritenerci contenti, ma “ci sono anche tanti altri problemi che l’accordo non si proponeva di risolvere”. Confermando la notizia, il ministero degli Esteri cinesi ha aggiunto che “le due parti continueranno a mantenere strette consultazioni e a promuovere il processo di miglioramento delle relazioni”.

•        In che cosa consiste l’accordo?

I termini dell’accordo sono segreti e tali rimarranno. Stando alle indiscrezioni trapelate sulla stampa internazionale, i vescovi vengono scelti per elezione da parte dei rappresentanti cattolici della diocesi (i sacerdoti, più i rappresentanti delle suore e dei laici) e approvati dalle autorità politiche cinesi, prima di essere sottoposti alla valutazione della Santa Sede per l’approvazione decisiva. Le nomine sono sottoposte a “un intervento del Santo Padre”, sebbene non sia chiaro se il pontefice abbia effettivamente potere di veto. Dalla firma, sette vescovi precedentemente scomunicati hanno ricevuto il riconoscimento papale, mentre altre due nuove nomine sono avvenute congiuntamente con il nuovo sistema. L’obiettivo principale dell’accordo era quello di prevenire uno scisma all’interno della comunità cattolica cinese – pari a circa 10 milioni di persone-, che dalla rottura dei rapporti ufficiali tra Pechino e Santa Sede (1951) si divide in Chiesa ufficiale (controllata dall’Associazione cattolica patriottica cinese) e chiesa clandestina (fedele al pontefice). Come riferito mercoledì da Parolin, il più grande risultato è che oggi finalmente “tutti i vescovi in Cina sono in comunione con il Papa. Non ci sono più vescovi illegittimi”.

•       Quali sono le criticità?

L’intesa ha previsto la sostituzione dei precedenti rappresentanti clandestini delle diocesi di Shantou e Mindong con due vescovi prescelti dal governo cinese. Il processo non è stato indolore. Nonostante la costituzione cinese assicuri la libertà di religione, la comunità cattolica continua a denunciare le pressioni delle autorità che subordinano le nomine episcopali all’adesione obbligatoria all’Associazione cattolica patriottica. Requisito respinto da molti e che il Vaticano contempla solo su base “volontaria”. Nei giorni precedenti al rinnovo, molti vescovi non ufficiali, non riconosciuti dal governo sono stati presi in custodia e isolati per settimane compreso mons. Guo Xijin di Mindong che dopo essere stato retrocesso a vescovo ausiliare, lo scorso ha recentemente abbandonato tutte le cariche. Intanto rimane incerto il futuro della trentina di vescovi ordinati con mandato papale e finora disconosciuti dal governo cinese. Oltre 40 diocesi sono ancora senza un vescovo e, considerando che molti sono già in età avanza, si stima sarà necessario procedere a oltre 100 nuove nomine.

•       Che cosa c’entra Taiwan?

Come specificato da Parolin, “l’accordo non riguarda relazioni diplomatiche né ha in previsione lo stabilimento di rapporti diplomatici” con la Repubblica popolare. Questo vuol dire che nell’immediato non ci saranno ripercussioni per Taiwan. Il Vaticano è uno dei quindici Stati – nonché l’unico europeo – a riconoscere Taipei come governo legittimo. Dopo l’espulsione dalla Cina comunista, l’internunzio apostolico, Antonio Riberi, nel 1952 si rifugiò a Taiwan. Ma la Santa Sede sembra da tempo preparato alla rottura, come dimostra la sostituzione del nunzio apostolico sull’isola democratica con un semplice chargé d’affaires. Per Pechino l’interruzione degli scambi diplomatici tra la Santa Sede e Taipei costituirebbe una duplice vittoria: non solo riporterebbe nell’orbita cinese l’unico stato europeo a non riconoscere ancora ufficialmente la Repubblica popolare, ma potrebbe persino riuscire a edulcorare le critiche internazionali sullo scarso rispetto dei diritti umani oltre la Muraglia. Ma, per il Vaticano mantenere la carta taiwanese fino alla fine permette di trattare la concessione di maggiore libertà per la comunità cattolica cinese.

•         In che modo sono intervenuti gli Usa?

Durante l’ultima visita a Roma, commentando il rinnovo dell’accordo, il segretario di Stato Mike Pompeo ha accusato la Santa Sede di svendere la propria “autorità morale”, aggiungendo che “in nessuna parte del mondo la libertà di religione è così in pericolo come in Cina”. Mentre l’affondo sembra funzionale alle imminenti presidenziali americane, l’ingerenza americana negli affari sino-vaticani ha una storia di oltre un secolo. Tutto è cominciato nel 1918, quando Washington chiese alla Cina di non riconoscere Joseph Petrelli come nuovo nunzio papale per via delle sue presunte amicizie tedesche. La Guerra Fredda e la condivisa avversione per il comunismo aiutarono a cementare i rapporti bilaterali sotto Ronald Reagan e Giovanni Paolo II. Tutt’oggi, nonostante le divergenze cinesi, la Santa Sede mantiene salda la propria posizione nella comunità transatlantica, pur perseguendo i propri obiettivi pastorali: mentre la Cina è proiettata a diventare il paese con il maggior numero di cristiani nel 2030, la percentuale di cattolici è in rapida diminuzione.

•        Per saperne di più

Prorogato l’accordo tra Vaticano e Cina sulla nomina dei vescovi

L’accordo Cina-Vaticano due anni dopo

3. DALLA THAILANDIA UNA PRIMAVERA ASIATICA?

In Thailandia i manifestanti continuano a invadere le strade nonostante la dura risposta delle autorità, che hanno cercato di sopprimere il movimento pro-democrazia con cannoni d’acqua e censura dei media. Nella giornata di giovedì, il primo ministro Prayuth Chan-ocha ha revocato lo stato di emergenza che era scattato una settimana prima per arginare le proteste, ma continuano a mancare le premesse per un dialogo tra attivisti e governo.

•        Qual è la forma di governo della Thailandia?

La Thailandia è una monarchia parlamentare, con la famiglia reale della dinastia Chakri che regna insieme a un parlamento bicamerale. L’attuale monarca è il re Maha Vajiralongkorn, succeduto al padre dopo la sua morte nel 2016, che oltre a essere il reale più ricco al mondo gode tutt’ora di uno status “divino”. Dopo il golpe del 2014, il paese è stato soggetto a una dittatura militare de facto fino al 2019, quando si sono tenute le elezioni. Queste ultime hanno visto comunque l’affermazione dell’attuale premier Prayuth Chan-ocha, capo delle forze armate e del paese negli ultimi cinque anni.

•        Da dove nascono le proteste e che cosa chiedono i manifestanti?

I manifestanti si erano già fatti sentire a febbraio, quando un partito di opposizione molto popolare tra i giovani – il Future Forward Party – è stato costretto a sciogliersi. Il fatto ha riacceso le polemiche sull’attuale sistema politico e la sua violazione delle libertà democratiche, aggravate dai risultati delle elezioni dell’anno precedente che riconfermano il potere dell’esercito. L’emergenza Covid-19 è riuscita per un momento a rallentare il processo, ma con l’allentarsi delle misure di sicurezza i manifestanti sono tornati in piazza per portare avanti le proprie richieste. Ci sono tre richieste principali avanzate dal movimento per la democrazia, rappresentate dal saluto con le tre dita della mano alzate che ricordano la famosa pellicola Hunger Games e i valori di libertà, uguaglianza e fraternità: dimissioni del primo ministro e formazione di un nuovo parlamento,  revisione della Costituzione e fine delle intimidazioni nei confronti dei cittadini. C’è poi una parte di manifestanti che mette apertamente in discussione l’istituto della monarchia, chiedendo il passaggio alla repubblica.

•        Che cos’è la Milk Tea Alliance?

Il milk tea è una bevanda consumata, con diverse declinazioni, in diversi paesi dell’Asia orientale. Da alcuni mesi è diventato anche il simbolo dell’ideale unione dei movimenti pro-democrazia dell’area. Tutto è nato sui social, in risposta agli insulti dei nazionalisti all’attore thailandese Vachirawit Chivaree, il quale aveva messo un like a un post sull’alterità di Hong Kong rispetto alla Cina continentale. Cittadini e attivisti di Thailandia, Taiwan e Hong Kong hanno iniziato a utilizzarlo sempre di più. E dai social l’unione è arrivata anche nelle piazze, assumendo anche una connotazione ostile al Partito Comunista Cinese, visto che a Bangkok si sono viste bandiere dei movimenti indipendentisti di Taiwan, Tibet e Hong Kong. Anche in Laos l’hashtag sta iniziando a diffondersi, insieme all’espressione “if Lao politics was good” (un ricalco dell’altrettanto diffuso #WhatsHappeninginThailand) che ha spopolato con oltre 400mila condivisioni su Twitter. L’espansione dei movimenti di protesta in Asia potrebbe diffondersi ancora. In Indonesia la situazione è altrettanto critica, dopo che il governo ha deciso di approvare una nuova legge sul lavoro che peggiora le condizioni dei lavoratori e solleva le aziende dalla maggior parte delle responsabilità ambientali.

•        Per saperne di più

Thailandia, migliaia in piazza: la prova di forza è riuscita

Contro re e patriarcato, la rivoluzione delle donne in Thailandia

Indonesia, licenziare e inquinare: i lavoratori protestano contro la riforma di Jokowi

(AP Photo/Eugene Hoshiko, Pool)

 

4. GIAPPONE E USA, SFIDA ALLA CINA NELL’INDO PACIFICO

Il Sud-est asiatico, complice una ripresa post Covid molto più rapida dell’occidente sia dal punto di vista sanitario sia dal punto di vista economico, è attualmente il principale snodo geopolitico della contesa tra Stati Uniti, Cina e le potenze medie regionali. Dopo il tour nell’area Asean del ministro degli Esteri cinese Wang Yi, è toccato al primo ministro giapponese Suga Yoshihide, che ha scelto Vietnam e Indonesia come mete del suo primo viaggio all’estero. Giacarta sarà visitata anche dal segretario di stato americano Mike Pompeo, che in questi giorni si trova nel subcontinente indiano tra India, Sri Lanka e Maldive. All’orizzonte ci sono anche le esercitazioni militari di Malabar, alle quali parteciperanno per la prima volta dopo alcuni anni tutti e quattro i paesi Quad. Ma questo non significa che gli obiettivi di Tokyo e Washington siano gli stessi.

•        Che cos’è l’Asean?

L’Asean è un’organizzazione fondata nel 1967 che raggruppa dieci paesi del Sud-est asiatico, con sede a Giacarta. I soci fondatori sono Indonesia, Filippine, Singapore, Malaysia e Thailandia. Nel 1984 si è aggiunto il Brunei, nel 1995 il Vietnam, nel 1997 il Myanmar e il Laos, nel 1999 la Cambogia. Con oltre 650 milioni di abitanti e un pil superiore ai tre trilioni di dollari, l’Asean è un’area dinamica con ampie prospettive di crescita. Diversamente dall’Unione europea, non ha organi elettivi comuni, né un’unione finanziaria. La cooperazione interna garantisce sviluppo e coesistenza pacifica, pur nelle forti differenze etniche, religiose e di posizionamento geopolitico dei singoli membri. Mantiene una fitta rete diplomatica a livello globale (l’Italia è stata di recente nominata partner di sviluppo). Molti dei paesi Asean godono della protezione statunitense dal punto di vista difensivo, ma per il blocco il primo partner commerciale è la Cina, con un interscambio di oltre 400 miliardi di euro e diversi progetti in ambito Belt and Road (proprio da Giacarta, nel 2013, Xi Jinping annunciò l’istituzione della Via della Seta marittima). Anche il Giappone è radicato nell’area con forti investimenti, seppur rallentati nel 2020 a causa della pandemia.

•        Che cos’è il Quad?

Il Quadrilatery Security Dialogue (Quad) è un forum strategico che riunisce Stati Uniti, Giappone, India e Australia. Nasce dalla strategia dell’Indo Pacifico, sostenuta in primis Abe Shinzo nel 2007, durante il suo primo mandato da primo ministro nipponico. Da allora si è promossa la condivisione di informazioni strategiche e di strumenti operativi tra i quattro paesi, nonostante nel 2008 l’Australia ha fatto un iniziale passo indietro. Il Quad non ha una struttura e per ora è sempre rimasta una piattaforma informale. Negli scorsi mesi, la pandemia da Covid-19 e la contesa tra Usa e Cina ha accelerato la cooperazione difensiva tra i quattro paesi, soprattutto a livello bilaterale con il raggiungimento di accordi militari nel triangolo Giappone-India-Australia. Nelle prossime settimane, però, si terrà a Malabar (in India) la prima esercitazione militare congiunta alla quale prendono parte tutti e quattro gli eserciti. Pompeo ha sollecitato più volte la creazione di una “Nato asiatica” per fronteggiare la Cina. Ipotesi alla quale le tre potenze medie asiatiche, almeno per ora, non guardano con favore.

•        Giappone e Stati Uniti hanno la stessa linea sulla Cina?

Non esattamente. Washington ha deciso da tempo che Pechino è il rivale numero uno e che non solo va contenuto, ma anche affrontato. Dal punto di vista commerciale, tecnologico, ideologico e strategico. Dopo anni di distrazioni, gli Usa stanno provando ad arruolare il resto dell’Asia in un’ipotetico schieramento anti Partito Comunista. Chi pensava ci si sarebbe limitati a 5G e tecnologia si sbagliava. Negli ultimi mesi la Casa Bianca si è mossa anche sui temi geopoliticamente più delicati della regione: lo ha fatto sul Mar Cinese Meridionale con i paesi Asean, lo sta facendo con l’India (alla quale Pompeo garantirà l’accesso a dati satellitari americani per migliorare la precisione di missili e droni) e la sua tradizionale sfera d’influenza, e anche con gli altri attori dell’area. Ma le potenze medie asiatiche non possono fare a meno della Cina, dalla quale dipendono ancora molto dal punto di vista commerciale e non solo. Per questo la strategia del Giappone, tornato a muoversi con finalità geopolitiche a lungo termine, è quella di creare una rete di salvataggio asiatica che consenta sì di fornire un’alternativa al Dragone, ma anche di affrancarsi dalla recente imprevedibilità (peggior difetto possibile a queste latitudini) del partner a stelle e strisce. La parola d’ordine a Tokyo è “confronto” con la Cina, non scontro. E al decoupling si preferisce il termine diversificazione.

Per saperne di più:

•        Il Giappone punta sull’Asean per bilanciare la Cina

 

NOTIZIE IN BREVE

•        La Cina approva la legge sul controllo alle esportazioni (in Cina e Asia 19/10)

•        L’economia cinese cresce del 4,9%  (in Cina e Asia 19/10)

•        Covid: i paperoni cinesi guadagnano 1,5 mila miliardi di dollari (in Cina e Asia 20/10)

•        Trump e il conto corrente in Cina non dichiarato (in Cina e Asia 21/10)

•        Il leader tibetano accolto dal Dipartimento di Stato americano (in Cina e Asia 21/10)

•        Usa, nuova stretta sui media cinesi (in Cina e Asia 22/10)

•        La Cina celebra la “guerra di resistenza contro l’aggressione americana” (in Cina e Asia 23/10)

 

LA SETTIMANA DI CHINA FILES

•        SUSTANALYTICS – IL DILEMMA CINESE DELLE TERRE RARE

In quanto settore strategico, le imprese cinesi coinvolte nella lavorazione delle terre rare sono tutte aziende a partecipazione statale o miste e, di conseguenza, hanno sempre goduto del sostegno del governo centrale. Questo trend ha garantito alle imprese un alto vantaggio competitivo, complici del fatto che ancora oggi esistono ampie zone grigie nelle normative ambientali, del lavoro e dei diritti di proprietà. Oggi, il governo centrale inizia a riconoscere la necessità di rivedere il sistema dei diritti di proprietà che ha contribuito allo sgravo di responsabilità per i danni ambientali delle miniere

•   SINOLOGIE – LA VULNERABILITA’ SOCIALE AI TEMPI DI COVID-19

Nel contesto della recessione causata dalla pandemia di Covid-19 il governo cinese ha annunciato politiche di sostegno ad aziende e migranti rurali, ma non menziona le misure precise in materia di sanità pubblica. La situazione dei migranti internazionali è pressoché identica, ma risulta aggravata da manifestazioni di odio razziale e problematiche legate al visto

•        GO EAST – SECONDE ONDATE E RIFLUSSI

La rassegna settimanale sulle relazioni tra Italia, Cina e Asia orientale a cura di Lorenzo Lamperti

 

•        CHINA E-FILES – PARTITA LA CORSA PER IL DOUBLE 11

I giganti dell’e-commerce cinese servono i ranghi e cominciano a darsi battaglia per l’annuale Festival dello Shopping. Livestreaming e logistica i trend di quest’anno. L’edizione 2020 da singola giornata di shopping è divenuto una vera stagione di acquisti

•        MONDO ASEAN – IL PERCORSO DEL BRUNEI VERSO LA TRASFORMAZIONE ECONOMICA

La strategia del Paese per contenere la disoccupazione e l’esaurimento delle riserve petrolifere sembra promettere bene. E ancora: la missione nipponica nel Sud-Est e la sostenibilità ambientale regionale. Ogni settimana una raccolta di analisi, spunti e approfondimenti dai 10 paesi della dinamica galassia del Sud-Est asiatico. A cura dell’Associazione Italia-ASEAN

•        WHERE THE LEAVES FALL, ALLA RICERCA DI UN’IDENTITA’ SINOITALIANA

Dialogo con Xin Alessandro Zheng, giovane milanese di origini cinesi che ha appena presentato un (bellissimo) cortometraggio al festival di Venezia. Una storia personale che riflette il bisogno di una sintesi tra la propria identità e le proprie radici. Un percorso comune a tanti ragazzi di seconda generazione

•      LA CINA RACCONTATA PER IMMAGINI: CHONGQING (PARTE II)

Porto di collegamento e snodo cruciale tra la parte est, più economicamente sviluppata, e quella ovest, interna e meno all’avanguardia. La metropoli da 36 milioni di abitanti è sconosciuta ai più, ma è imprescindibile per capire la Cina di oggi. La seconda parte del viaggio a Chongqing con Martina Bucolo

 

AGENDA ASIATICA 26 OTTOBRE – 1° NOVEMBRE

•        Cina: V Plenum del XIX Comitato centrale del Partito comunista cinese (26-29 ottobre)

•        Indo Pacifico: visita del segretario di Stato Usa Mike Pompeo in India, Sri Lanka, Maldive e Indonesia (26-30 ottobre)

•        Vietnam: International Defense Expo 2020 (26-27 ottobre)

•        Asean: conferenza sul 5G (29-30 ottobre)

 

Questo contenuto è stato redatto da:

Alessandra Colarizi

Lorenzo Lamperti

Fabrizia Candido 

Sabrina Moles