Lo scorso 22 settembre sono scaduti i primi due anni dalla firma dell’accordo provvisorio sino-vaticano sulle nomine episcopali. Da allora il dialogo tra il governo cinese la Santa Sede ha portato al riconoscimento congiunto di nove vescovi, mentre le relazioni bilaterali hanno intrapreso un processo di normalizzazione culminato lo scorso febbraio nell’incontro tra il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati della Santa Sede, in occasione della Conferenza sulla sicurezza di Monaco 2020. Non sono stati due anni facili. I dettagli dell’intesa sono tutt’oggi ignoti. L’agenzia vaticana AsiaNews ha ripetutamente denunciato minacce, pressioni e persecuzioni contro il clero che si è rifiutato di aderire all’Associazione patriottica cattolica cinese, la “chiesa ufficiale” fondata dal governo cinese nel 1957 in contrapposizione alla “chiesa sotterranea”, rimasta segretamente fedele al Papa fino al raggiungimento dell’intesa sino-vaticana. Nonostante le criticità ancora irrisolte, secondo il cardinale Pietro Parolin, ci sono “buone possibilità” che l’accordo venga confermato: “la nostra intenzione è che sia prolungato ad experimentum come si è fatto in questi due anni, in modo da verificarne ulteriormente l’utilità per la Chiesa in Cina”. Comunità religiosa a parte, le future mosse della Santa Sede avranno verosimilmente conseguenze anche per le relazioni con gli Stati Uniti e Taiwan, l’isola “ribelle” che – nonostante il pressing di Pechino- annovera il Vaticano tra quegli ultimi quindici paesi con cui intrattiene ancora rapporti ufficiali. Secondo l’amministrazione Trump, un rinnovo dell’accordo comprometterà “l’autorità morale” della Chiesa. Abbiamo chiesto a Francesco Sisci, editorialista e docente della Renmin University di Pechino, di fare il punto della situazione.

Dott. Sisci, proviamo a trarre un bilancio di questi primi due anni di accordo. C’è chi continua a ritenerlo un accordo profondamente iniquo. Le pressioni sulla comunità cattolica non accennano a diminuire…

Innanzitutto, bisogna intenderci su quali erano gli obiettivi di questo accordo. Almeno dalle dichiarazioni pubbliche, era cercare di ottenere un ruolo del Papa nella nomina dei vescovi e riunire di più la Chiesa. Su questi due punti ci sono stati passi avanti: sette vescovi scomunicati sono stati riconosciuti dal pontefice e ne sono stati nominati altri due [con l’approvazione del governo cinese]. I passi avanti non sono stati fenomenali, ma ci sono stati. Non ci scordiamo che gli ultimi otto mesi sono stati travolti dal Covid, e anche questo penso abbia influito complicando i colloqui. Quindi non sono passati due anni pieni. Naturalmente ci sono altre questioni, che però non fanno parte dell’accordo: il problema della persecuzione della Chiesa. Quando pensiamo alle persecuzioni ci vengono in mente le persecuzioni di Diocleziano e Nerone, in cui un gruppo religioso specifico veniva isolato e oppresso mentre il resto della popolazione non lo era. Nel bene e nel male, in Cina non abbiamo una situazione in cui i cristiani sono trattati peggio degli altri cittadini cinesi. In Cina abbiamo – purtroppo – un regime autoritario che impone restrizioni forti su tutta la popolazione. E’ un regime iniquo, ma non lo è in maniera specifica nei confronti cristiani. Anzi, i cristiani cattolici sono trattati oggettivamente meglio di altri gruppi spirituali, come la Falun Gong, che è messa al bando. Il cristianesimo non è vietato [è tra le cinque religioni riconosciute dalla costituzione cinese]. C’è piuttosto un problema generale: quello dell’autoritarismo della Cina, che però che io sappia non è trattato nell’accordo. Sicuramente è un problema che non può essere trascurato dalla Santa Sede. Ma è una questione che va aldilà dall’intesa sulle nomine vescovili. [Segue su l’Atlante]