La Cina e lo stesso Partito Comunista Cinese (PCC) stanno attraversando un momento di svolta politica ed economica, e le decisioni che verranno prese fino al 2022 determineranno che ne sarà della Cina a livello globale. Ad oggi, il futuro del dragone asiatico pare quanto mai incerto.

Se da un lato il resto del mondo si è reso conto della propria dipendenza dalla Cina nella sua veste di ingranaggio centrale della catena globale, dall’altro la stessa Cina si è resa conto della propria dipendenza dagli Stati Uniti. Da qualche tempo, il Partito, gli accademici e i politici cinesi hanno investito molte energie nel rilancio della retorica dell’autosufficienza e, più specificamente, della cosiddetta “circolazione interna” 内循环. Come di consueto nello stile del Partito, questo teoria non è ben definita ma si basa indicativamente sulla concezione dello Stato come principale motore della crescita economica interna – in sintesi, un’estensione dell’idea dell’Amministrazione Xi secondo cui “le imprese statali avanzano, il settore privato si ritira” 国进民退 – e sull’idea generale che l’economia cinese possa diventare sempre più autosufficiente, in modo da scongiurare i rischi legati all’eventualità in cui altri paesi scelgano di ritirare i propri investimenti dalla Cina o semplicemente di sanzionarla.

In ogni caso, questa “circolazione interna” rientra nei più ampi obiettivi di crescita economica domestica, come il Made in China 2025, e nella necessità di sviluppare le industrie strategiche nazionali: in breve, il governo centrale, temendo maggiori sanzioni tecnologiche da parte dell’Occidente, ha elaborato un piano nazionale per investire in determinati settori strategici, telecomunicazioni e semiconduttori in primis. Pechino, in grado unicamente di avviare e gestire la direzione di piani di sviluppo nazionali, ha incaricato i governi locali di “guidare” gli investimenti a livello locale e provinciale in tali settori.

Il Partito potrebbe proseguire sulla strada delle riforme, intrapresa decenni fa. Liberalizzando ulteriormente il proprio mercato, infatti, il PCC avrebbe l’opportunità di rendere la Cina “troppo grande per fallire”. Questo punto è stato sollevato da un gruppo di ricercatori cinesi al China Finance 40 Forum, tenutosi all’inizio di settembre. Dato che gran parte dell’Occidente sta diventando sempre più ostile nei confronti del paese asiatico, l’opzione di decouple dal resto del mondo – in particolare dagli Stati Uniti – non farebbe che favorire gli avversari. Una maggiore integrazione del mercato cinese con l’economia globale – e di conseguenza una maggiore interdipendenza – si rivelerebbe una scelta politica prudente. In un simile scenario, le sanzioni finanziarie contro la Cina arrecherebbero al resto del mondo un danno pari a quello inferto alla Cina stessa.

Inoltre, con l’entrata di un numero sempre crescente di operatori stranieri sul mercato cinese, i particolari interessi societari di questi attori economici si ripercuoterebbero sui rispettivi Stati di origine. E, in effetti, abbiamo già assistito a questa situazione negli Stati Uniti: già in agosto, quando l’amministrazione Trump ha spinto per la messa al bando di WeChat, diverse grandi aziende statunitensi, tra cui Apple e Walmart, si sono mosse per opporsi a tale scelta. La logica è semplice: Apple e Walmart si affidano a WeChat per pubblicizzare e vendere i propri prodotti in Cina – un mercato chiave – e la messa al bando di WeChat significherebbe perdite ingenti per queste aziende. Se la Cina continuerà a riformare la sua economia e a integrarsi ulteriormente nella catena di fornitura globale, i governi stranieri dovranno considerare l’impatto che eventuali sanzioni avranno sull’intera economia globale.

In definitiva, il Partito si trova in un momento storico di incertezza in cui deve scegliere tra la ricerca di una sempre maggior autosufficienza o la spinta verso riforme economiche più orientate al mercato. Entrambe le scelte lasciano l’amaro in bocca ai vertici della dirigenza.

Da un lato, questa virata verso “l’autosufficienza” economica ricorda fin troppo i guai vissuti dalla Cina imperiale. In particolare, la politica del “close the gates and lock the country” 闭关锁国 voluta dalla dinastia Qing risultò in una marcata arretratezza della Cina rispetto al resto del mondo in termini di tecnologia e conoscenza, sfociando – alla fine – nel “secolo dell’umiliazione” 百年耻辱. Sebbene le cellule conservatrici del Partito possano ritenere che il Regno di Mezzo sia tornato ai suoi giorni di gloria come superpotenza globale in grado di “chiudere i suoi cancelli”, in realtà la Cina è ancora molto indietro rispetto all’Occidente in molteplici settori economici chiave. E questo spiega il perché della scelta di Pechino di incanalare numerosi investimenti proprio in quei settori indicati come strategici. Tuttavia, il Partito spesso dimentica che cercare di colmare un gap gettando denaro non è una politica vincente, soprattutto se si tratta di qualcosa di così complesso come l’innovazione tecnologica. Inoltre, dato l’assetto strutturale dell’economia cinese – fortemente dipendente dalle esportazioni – perseguire un’economia di autosufficienza non è un’opzione realistica. Nella storia recente, lo sviluppo cinese ha raggiunto i massimi livelli quando il paese ha scelto di aprirsi al resto del mondo, mentre povertà e stagnazione si sono verificate quando la leadership cinese ha sfidato la sorte, credendosi in grado di operare indipendentemente dalle altre nazioni.

Una maggiore liberalizzazione del mercato comporta indubbiamente una serie di rischi e incertezze che il Partito – ostile nell’accettare ciò che non è in grado di capire o controllare – non può sopportare per il momento. Sfortunatamente, tali rischi e incertezze sono parte integrante nella gestione della seconda economia mondiale. I vantaggi derivanti dal perseguire un’ulteriore liberalizzazione sono evidenti. Oltre alle risorse e al tempo che il Partito risparmierebbe lasciando che certe questioni vengano risolte dal mercato stesso, Pechino potrebbe effettivamente fare progressi sull’unica cosa che da sempre desidera: l’innovazione.

Un’economia più aperta, libera e competitiva nel settore privato sarebbe teoricamente più adatta all’innovazione in tutti i settori. Ovviamente resta da vedere fino a che punto il Partito sarà disposto a rimanere in disparte senza interferire. Volente o nolente, Pechino dovrà progressivamente lasciare andare le redini del controllo sotto certi aspetti. Se politicamente questo è assolutamente irrealizzabile, dal punto di vista economico c’è ampio margine per il Partito e le sue imprese statali per ritirarsi e agire da semplice arbitro, fornendo supporto quando necessario.

Mentre ci avviciniamo all’ultimo trimestre del 2020, il Partito deve avviare un processo di ricerca “interiore”, al fine di stabilire le linee guida che determineranno lo sviluppo del paese nei prossimi decenni. Al di là delle lotte intestine e delle vicissitudini politiche, Pechino deve rendersi conto che una cattiva gestione economica potrebbe porre fine a tutto.

Di Cercius Group*

**Cercius Group è una società di intelligence geopolitica e di consulenza strategica. Con sede a Montreal ed uffici ad Hong Kong e Firenze, Cercius Group si specializza in analisi e previsioni dei principali trend politici ed economici della Repubblica Popolare Cinese. Per maggiori informazioni info@cerciusgroup.com