In seguito al lancio delle Quattro Modernizzazioni (si ge xiandaihua,四个现代化) nel 1978, la crescita economica nazionale è stata pressoché inarrestabile, fattore che ha valso alla Cina un posto d’onore tra le nuove superpotenze del mercato globale. L’altro volto di questo alto tasso di sviluppo è stato un riassetto demografico causato da un duplice flusso migratorio, attraverso il quale migranti rurali cinesi (nongmingong 农民工) si sono diretti verso le aree urbane e 境外人员 jingwai renyuan (letteralmente“persone al di fuori dei confini”) hanno varcato la soglia nazionale.

Nel contesto della recessione causata dalla pandemia di COVID-19, definita dal premier Li Keqiang “la peggiore dal 1976”, il 28 maggio 2020 quest’ultimo ha annunciato politiche di sostegno ad aziende e migranti rurali, non menzionando tuttavia specifici provvedimenti in materia di sanità pubblica. In base ai dati forniti dall’ Ufficio Nazionale di Statistica (guojia tongji ju, 国家统计局) nel 2019, il numero dei migranti rurali cinesi è di 290,8 milioni (donne e uomini), impiegati prevalentemente nelle industrie della manifattura e costruzioni, con un salario mensile di circa 3962 yuan (ca. 500 euro). Quanto alla copertura sanitaria di tali lavoratori, la diversità di contribuzione a livello locale determina altrettanto diversi benefici assicurativi; stando ad un sondaggio condotto su cinque dei maggiori poli industriali sul territorio, a causa dell’alto costo di sottoscrizione di un’assicurazione, i cinesi ricorrono al medico soltanto quando la loro capacità lavorativa risulta realmente compromessa.

La situazione dei migranti internazionali – nello specifico della grande comunità africana in Cina, caso studio del presente elaborato e stimata di circa 100.000 persone nella sola Canton – è pressoché identica, ma risulta aggravata da manifestazioni di odio razziale e problematiche legate al visto; secondo AllAfrica, quasi 5000 persone hanno risentito della mancanza di cibo e denaro nelle prime fasi dellockdown.

Nonostante la già citata volontà del governo di intraprendere provvedimenti volti al sostegno di aziende e dipendenti (e.g. estensione dell’indennità di disoccupazione), non sembrano sussistere politiche nazionali univoche e specifiche atte alla tutela della salute e del lavoro dei migranti rurali, i quali risultano anzi essere ampiamente vincolati alle direttive delle amministrazioni locali e delle singole imprese. Dati certi relativi alle iniziali fasi di contagio – articolate su progressivi lockdown e rigidi controlli da parte delle autorità – parlano di una generale sospensione dei salari ai lavoratori migranti, costretti ad affrontare – alte– spese mediche, di vitto e alloggio, ricorrendo esclusivamente ai propri risparmi.

Dai dati forniti dal New York Times, e rapidamente smentiti dal Global Times (huanqiu shibao,环球时报), la condizione risulta persino più grave ed inquietante: sottoposti a frequenti sfratti e licenziamenti, numerosi migranti rurali, impossibilitati a tornare nel loro paese d’origine e privi di residenza legale nelle città urbane dove lavorano (diretta conseguenza del sistema Hukou), sarebbero stati forzati all’isolamento in specifiche strutture governative.

Secondo Eman Villanueva, portavoce dell’Asian Migrants Coordinating Body di Hong Kong, certo è anche lo scarso accesso a gel disinfettanti e mascherine lamentato dai lavoratori migranti, fattore che ha aggravato una già fragile condizione psicologica legata alla mancanza di entrate e paura per la propria sicurezza.

Con la progressiva riapertura degli stabilimenti industriali, la compensazione del deficit di dispositivi sanitari è dipesa ampiamente dalle donazioni e dall’iniziativa privata di alcune aziende: a Shenzhen, 200.000 mascherine gratuite sono state messe in palio ogni giorno con una lotteria condotta dalle autorità locali mediante account iShenzhen su WeChat. Quanto ai fondi stanziati dal governo a favore della popolazione migrante, i dati della FAO (Food and Agriculture Organization of the United Nations) parlano di circa 16.000 milioni di RMB (ca. 2.000 milioni di euro) destinati alla sola Wuhan, mentre non persistono dati sulle politiche a favore dei migranti irregolari.

Riguardo alla condizione degli immigrati africani, definita “disumana” da diversi ambasciatori, nell’aprile 2020 le discriminazioni documentate dalla Human Rights Watch ai danni di africani residenti nella sola Canton sono state molte e di varia natura; se numerosi sono stati costretti all’autoisolamento monitorato da telecamere di sorveglianza nelle proprie abitazioni o a recarsi – a proprie spese – in hotel designati, molti altri hanno subito sfratti e maltrattamenti dalla polizia, avendo la strada come unicaalternativa. Dati emergono anche in relazione a campagne forzate di test al COVID-19 e di persone che, recatesi spontaneamente in ospedale, sono state respinte. Alle accuse e alla volontà di chiarezza manifestata da oltre 20 diplomatici africani al Ministero degli Affari Esteri cinese, la risposta del governo – resa nota dal portavoce Zhao Lijian il 12 aprile – è stata costruita sul concetto di amicizia e ferma opposizione alle discriminazioni. Il discorso, nella versione ampliata dal già citato Global Times lo stesso giorno, si configura come accusatorio nei confronti dei media occidentali, colpevoli di voler “causare problemi nelle relazioni sinoafricane” . Nel contesto di tale clima, incerto e controverso, le comunità africane dell’Hubei e del Guangdong hanno adottato la strategia della solidarietà e, a garanzia della reciproca tutela, hanno effettuato donazioni e importato autonomamente – e in maniera limitata – dispositivi e medicinalidall’Africa.

Di Barbara Di Silvio*

*Barbara Di Silvio- Classe ’94, di matrice abruzzese. Studia la Cina dal 2013 e, dopo la laurea in Lingue Orientali all’Università Roma Tre, si stabilisce a Venezia per continuare gli studi. Mentre aspetta di partire, parla di storia cinese presente e passata dalla laguna veneta.   

**L’articolo fa parte di un progetto di ricerca più ampio, relativo alla condizione di donne e bambini, migranti domestici e internazionali, minoranze etniche e persone con disturbi della salute mentale