Ha diciassette anni e combatte il patriarcato. Rosalyn «Rosie» Bejrsuwana è una delle giovani attiviste thailandesi che, cavalcando l’onda delle proteste che hanno scosso il Paese negli ultimi giorni, avanzano richieste di cambiamento nei confronti di una società sessista e misogina.

Alle richieste del movimento le attiviste aggiungono una revisione del ruolo politico e sociale della donna che, in Thailandia, è tradizionalmente subordinato. Le più potenti istituzioni del Paese, ovvero la monarchia, la casta militare e quella dei monaci buddisti, sono guidate da uomini. In Parlamento le donne sono 77 su 489, meno del 16%. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite del 2019, le percentuali in Asia e nel mondo sono rispettivamente 19,8% e 24,3%. Al contrario di altri Paesi asiatici come l’India o lo Sri Lanka, in Thailandia le donne non possono essere ordinate come monaci buddisti.

In un discorso del 2016 riportato dal New York Times, il premier Prayuth ha dichiarato che la società thailandese «si deteriorerebbe» se uomini e donne avessero uguali diritti. A Rosie, come a tante altre giovani donne, il focolare domestico sta stretto. Secondo la società thailandese, «dovrei trascorrere la vita a prepararmi per diventare una buona moglie e madre». Scrive questo su Thisrupt, una piattaforma online che si è fatta portavoce del cambiamento chiesto dalla nuova generazione. «Tradizionalmente, dalle ragazze thai di ogni estrazione sociale ed economica ci si aspetta solo che annuiscano, sorridano, ridacchino e concordino su tutto». Una subordinazione che, come molti aspetti della società, passa anche dalla lingua. Le particelle «ka» (per le donne) e «krap» (per gli uomini), usate a fine frase per sottolineare la cortesia del messaggio, sono un elemento importante della comunicazione nella lingua thai. Per una donna usare il «ka» è fondamentale, specie se si rivolge ad un uomo o a qualcuno più in alto nella scala sociale.

Rosie ha un forte accento americano; appare in video, airpods nelle orecchie, da un affollato caffè di Bangkok. Dopo aver frequentato una delle scuole internazionali della capitale, è volata in California per l’università. È tornata a casa a causa del Covid-19, in tempo per unire la sua voce al grido di dissenso dei coetanei.

Rosie non ha dubbi sul fatto che le proteste continueranno e che ci saranno altri scontri con la polizia; «potenzialmente come ad Hong Kong», dice. Insieme alle altre attiviste, Rosie si batte per una ridefinizione dei ruoli di genere. «La società thailandese è ancora molto misogina» dice. «Gli uomini trattano le donne come oggetti. Vogliono controllare come una donna si comporta, come si veste, come mangia». Un mondo di consuetudini in cui lei si è sempre sentita fuori posto. «Sono cresciuta in una società in cui mi si diceva sempre che ero troppo mascolina o che quello che dicevo era troppo diretto. Questo deve cambiare: una donna dovrebbe far sentire la propria voce».

Tra gli attivisti arrestati negli ultimi giorni, circa una ventina, c’è anche Panusaya Sithijirawattanakul, una delle leader della protesta studentesca. «Non dovrei aver paura di dire che gli uomini hanno quasi tutto il potere in Thailandia», ha dichiarato in un’intervista al New York Times.

Mentre veniva portata via di peso dalla polizia, Panusaya gridava «Abbasso il feudalesimo, lunga vita al popolo». Rosie ora è indecisa sul suo futuro: non sa se tornare negli Usa o iscriversi all’università thailandese. Con altre tre coetanee ad aprile ha fondato Choose Change, una piattaforma online che promuove la discussione di tematiche politiche e sociali tra adolescenti. «Mi sta piacendo molto quello che sto facendo qui», dice. «Sto pensando di rivedere i miei piani» Certo, non tutti possono permettersi le sue scelte di vita: fuori dall’alta borghesia progressista di Bangkok, in provincia e nelle zone rurali, la parità di genere è poco più che una chimera.

Rosie è consapevole che molti degli studenti contestatori provengono da un contesto privilegiato. Tra le richieste del movimento, spiega, c’è anche la promozione di progetti educativi nei settori meno sviluppati del Paese. Cita la necessità di una politica di prevenzione di violenze sessuali e gravidanze adolescenziali. In Thailandia, riporta il Bangkok Post, nel 2019 sono nati 63,875 bambini da ragazze di età inferiore ai 20 anni.

Le attiviste chiedono anche una revisione della legge sull’aborto, già dichiarata incostituzionale ma non ancora abrogata, per la quale una donna può scontare fino a tre anni di prigione se decide di abortire.

È dunque tempo di rivoluzionare lo sguardo della società thailandese sulle donne. «È ora di avere nuove conversazioni. Non su quello che una ragazza thai dovrebbe essere, ma su quello che una ragazza thai può essere».

Di Valeria Mongelli

[Pubblicato su il manifesto]