Molti partecipanti, un po’ di tensione con qualche pugno, una «provocazione reale», un successo della piazza, una protesta che va avanti per altri due giorni. In estrema sintesi è andata così la grande giornata di mobilitazione dell’ormai vasto movimento popolare tailandese.

UN SUCCESSO PER I NUMERI, la costanza e l’ampiezza della sfida: far cadere il governo del generale golpista Prayut (poi riciclatosi come «democraticamente eletto» ma in realtà vincitore grazie ai voti di un Senato blindato), cambiare la Costituzione (che prevede appunto un Senato scelto e non eletto) e far le pulci anche al re, monarca semi assoluto e che tra l’altro gode di vastissimi poteri ma scarso consenso popolare.

La manifestazione, prevista alle 2 del pomeriggio di mercoledì è in realtà iniziata in anticipo, alle 8, per protestare contro l’arresto la sera prima di alcuni attivisti che si aggiravano attorno alla piazza centrale dove campeggia il monumento alla democrazia, divenuto ormai simbolo della protesta e che ieri si è riempito nuovamente di migliaia di manifestanti con l’idea di marciare sul palazzo del governo per chiedere conto delle richieste popolari finora non esaudite (il dibattito sulla Costituzione è stato rinviato).

QUANDO IL CORTEO si è mosso si è trovato di fronte la «camice gialle», gruppi di lealisti fedelissimi della corona che avevano organizzato – molte bandiere ma poca gente – una contro manifestazione.

La polizia è intervenuta per evitare incidenti ma qualche calcio e pugno è volato. Non è stata l’unica sorpresa. Re e consorte hanno pensato bene di attraversare l’area interessata dal corteo forse per ribadire il diritto del monarca a fare le strade che più gli aggradano. Una provocazione, non è chiaro quanto studiata, ma a cui i manifestanti hanno reagito solo salutando il corteo reale con le tre dita alzate, il simbolo della protesta. Intanto la polizia bloccava gli accessi alla strada che porta verso il palazzo del governo dove il corteo avrebbe voluto dirigersi.

PASSATO IL RE ed esauritosi il confronto con le camice gialle (portate dalla polizia, secondo i manifestanti, lungo il tragitto che avrebbe percorso il re), il corteo è comunque riuscito a dirigersi verso il palazzo dell’esecutivo dove ha aspettato il calar delle tenebre e dove si è deciso di rimanere a vegliare gli affari del governo per tre giorni.

La prova di forza dunque è riuscita: il corteo ha avuto luogo e i numeri sono nell’ordine delle decine di migliaia. Anzi, delle centinaia di migliaia, almeno secondo alcuni manifestanti che, riportava ieri il Bangkok Post, rivendicano una presenza di 300mila persone. Una valutazione forse per eccesso. La polizia comunque è rimasta ferma e adesso la palla torna nel campo del governo. C’è anche un elemento di politica estera che vale la pena di menzionare. Mentre i manifestanti iniziavano a preparasi per la marcia, martedì sera arrivava a Bangkok il ministro degli esteri cinese Wang Yi.

LA SCELTA DEL MOMENTO ha un risvolto prevalentemente economico ma, data la protesta, anche politico visto che per la Cina Prayut resta il premier checché ne dica un movimento che assomiglia molto a quello di Hong Kong. Una visita ufficiale adesso equivale dunque a un sostegno al primo ministro con cui Bangkok ha iniziato a uscire, seppur con cautela, dalla sola sfera di influenza americana.

I cinesi vogliono rafforzare i loro investimenti al Corridoio economico orientale (Eec), agenzia pubblica nata per incoraggiare gli investimenti, aumentare l’innovazione e la tecnologia avanzata in Thailandia per trasformarla in hub tecnologico.

L’ANNO SCORSO – ricorda il South China Morning Post – la Cina ha sostituito il Giappone come principale fonte di investimenti esteri con scambi bilaterali che ora valgono quasi 80 miliardi di dollari. La Thailandia spera nei cinesi per superare l’impasse Covid e vendere più prodotti agricoli mentre Pechino spera che Bangkok superi finalmente i dubbi sul collegamento ferroviario ad alta velocità che dallo Yunnan – passando per Laos, Thailandia e Malaysia – arriverà a Singapore.

Va anche ricordato che la Thailandia, tradizionale mercato di Washington, ha anche già acquistato carri armati, sottomarini e tecnologia militare cinese.

Di Emanuele Giordana

[Pubblicato su il manifesto]