Dopo sette anni, 35 round di colloqui e numerose giravolte politiche, proprio il penultimo giorno del 2020 Pechino e Bruxelles hanno raggiunto un’intesa di principio sull’attesissimo accordo di investimento bilaterale (Comprehensive Agreement on Investment – CAI) che dovrebbe – il condizionale è d’obbligo – assicurare più reciprocità di trattamento per le aziende europee in Cina.

Le implicazioni della firma trascendono la dimensione puramente economica influenzando di riflesso gli equilibri geopolitici, tanto in Asia quanto nel Vecchio Continente. Soprattutto considerando l’imminente ricambio ai vertici della Casa Bianca. D’altronde, come spesso accade, negli accordi multilaterali “win-win” i vantaggi non sono ripartiti del tutto equamente. Anche in questo caso, qualcuno vince un po’ più di qualcun altro.

Celebrando la fine dei negoziati, il presidente Xi Jinping ha definito il trattato “equilibrato, di alto livello e reciprocamente vantaggioso”; una pietra miliare della “globalizzazione economica e del libero scambio”. Proprio quello che serve per “sostenere la crescita mondiale nell’era post-pandemia”. Secondo la versione rilasciata dalla Commissione europea, il CAI – che rimpiazzerà gli accordi siglati individualmente dai paesi del blocco – aiuterà a riequilibrare le relazioni economiche bilaterali concedendo “agli investitori europei un livello di accesso al mercato cinese senza precedenti”, una maggiore tutela dei segreti commerciali, e un trattamento più equo. Richieste che Bruxelles avanza da anni a fronte delle libertà concesse alle imprese cinesi nel mercato unico europeo.

Una premessa importante: il testo dell’accordo – ancora provvisorio – richiede l’approvazione per nulla scontata del Parlamento europeo e, anche in caso di semaforo verde, il processo di traduzione e ratifica potrebbe durare mesi. Ma da quei pochi dettagli contenuti nei “Key elements of the EU-China Comprehensive Agreement on Investment” siamo in grado di azzardare un primo bilancio.

Si sa per certo che le imprese europee vedranno schiudersi le porte di settori finora off limits (come l’industria delle auto elettriche e le telecomunicazioni) o accessibili solo parzialmente attraverso joint venture, spesso poi accusate di far cadere i segreti commerciali europei nelle mani dei partner locali (come l’automotive, i servizi finanziari, e l’immobiliare). A un incremento numerico delle possibilità di impresa corrisponderà anche l’introduzione di requisiti grazie ai quali le aziende europee dovrebbero ottenere l’agognata reciprocità. Non solo viene richiesta massima trasparenza in materia di sussidi statali (oltre i termini previsti dalla WTO). Le aziende pubbliche cinesi saranno anche tenute a rispettare gli standard ambientali e di lavoro internazionali; a operare “in conformità a considerazioni commerciali” e a “non mantenere comportamenti discriminatori nell’acquisto e nella vendita di beni o servizi.” Un paragrafetto promette inoltre regole chiare contro il trasferimento forzato di tecnologia e l’appropriazione di informazioni confidenziali, due pratiche che hanno a lungo scoraggiato l’arrivo delle imprese straniere oltre la Grande Muraglia.

Nelle ultime due decadi gli investimenti diretti esteri dall’Unione Europea in Cina hanno superato quelli in senso opposto, raggiungendo quota 140 miliardi di dollari, ma la cifra viene considerata ancora insoddisfacente considerate le potenzialità del mercato cinese. A onor del vero, in questo lasso di tempo – seppur con lentezza esasperante – Pechino ha avviato una serie di liberalizzazioni economiche volte ad attrarre finanziamenti e know-how in quei settori (come la finanza) in cui i player cinesi sono ancora deboli. Il CAI si inserisce quindi in un nuovo corso di aperture cinesi che nei piani di Pechino servirà a cementare il mercato interno stabilizzando il flusso di capitali in entrata davanti alle minacce di un decoupling americano (cioè lo spostamento fuori dalla Cina di aziende USA ora operanti in Cina) e alle incognite di un primo mandato Biden.

In questo contesto il Vecchio Continente giocherà un ruolo di primo piano considerato lo sviluppo simbiotico delle due economie. Come se servissero conferme, lo scorso settembre, la Cina ha superato gli Stati Uniti diventando per la prima volta il principale partner commerciale dell’Unione Europea. Stando agli esperti, il CAI potrebbe rappresentare un primo passo verso un accordo di libero scambio più ampio con l’inclusione di impegni ancora per il momento elusi, negli ambiti degli appalti pubblici e della sovrapproduzione industriale. Senza contare che l’introduzione di nuovi standard e parametri alza l’asticella di qualsiasi trattativa futura. Ma c’è anche chi, come Nick Marro, analista dell’Economist Intelligence Unit, ha già provveduto a smontare pezzo per pezzo i “key elements”, definendo molte delle concessioni sbandierate da Bruxelles “aperture preesistenti riconfezionate come vittorie”.

Per quanto certamente migliorabile, è indicativo che il CAI abbia ottenuto l’approvazione della Camera di Commercio europea in Cina, tra i principali promotori dell’intesa insieme alla Cancelliera tedesca Angela Merkel. In procinto di lasciare tutti i suoi incarichi, la Merkel ha sfruttato la presidenza tedesca del Consiglio europeo per favorire i colossi teutonici (Secondo Reuters, Daimler, BMW e Allianz saranno infatti tra i principali beneficiari dell’accordo). Ma non solo: secondo quanto scrive su Foreign Policy Noah Barkin, managing editor di Rhodium Group, le considerazioni economiche giustificano solo parzialmente la postura filocinese di Merkel, che davanti al progressivo disimpegno americano pare aver compreso la necessità di rendere l’Europa – e in particolare la Germania – una forza dialogante in grado di contenere l’avanzata indiscriminata di Cina e Russia.

Tra i molti dubbi irrisolti, gli esperti sembrano concordare almeno su un punto: il CAI aiuterà a colmare lo svantaggio competitivo dei player europei su quelli americani in Cina dopo “l’accordo di fase uno” strappato lo scorso gennaio da Washington in cambio di una tregua commerciale. Questo vuol dire che, una volta ottenuto un trattamento analogo, Stati Uniti e Unione Europea potranno cooperare sulle questioni cinesi da una posizione di parità. Un traguardo non da poco considerati i tentativi con cui l’amministrazione Trump ha ripetutamente cercato di sabotare i rapporti economici e diplomatici tra Bruxelles e Pechino.

Finora il ricatto non sembra aver funzionato. Anzi, come un boomerang, la strategia del “o noi o loro” ha finito per riavvicinare la UE alla Cina. Il CAI è sopravvissuto non solo alle minacce americane. Ma anche ai timori suscitati dalla Belt and Road Initiative, la strategia di politica estera con cui Pechino sostiene la penetrazione internazionale delle aziende statali cinesi e dei suoi standard industriali e ambientali attraverso la costruzione di grandi vie di comunicazione marittime e terrestri in Eurasia.

Per quanto fallimentare, ci sono buone probabilità che la logica americana del “divide et impera” sopravviva all’uscita di scena di Trump. Ma, al momento, la promessa di un ritorno al gioco di squadra non ha reso gli avvertimenti statunitensi più persuasivi; l’accordo è stato raggiunto nonostante le proteste di Biden e della sua squadra. E il motivo è facilmente intuibile: oggi, nonostante l’appellativo di “rivale sistemico”, la Cina rimane un partner indispensabile per combattere il cambiamento climatico e far ripartire l’economia mondiale nel contesto pandemico. Secondo l’Ocse, la Cina sarà l’unico paese del G20 a crescere nel 2020.

Con la controversa firma l’Unione Europea sembra quindi voler affermare una certa equidistanza tra le due superpotenze, evitando di puntare tutto su un ravvedimento americano ancora incerto. Segno che, pur rimanendo all’interno di una cornice transatlantica, a Bruxelles si fa strada la consapevolezza che il baricentro della crescita mondiale si è ormai spostato a Oriente. Ora la vera sfida sta nel riuscire a massimizzare i vantaggi della partnership economica con Pechino senza rinnegare i principi democratici su cui si fonda l’Unione.

Il tempismo con cui sono state chiuse le trattative ha suscitato non poche polemiche, soprattutto all’interno del Parlamento di Strasburgo, da cui recentemente era giunta la richiesta di sanzioni contro le violazioni delle libertà nello Xinjiang, la regione autonoma uigura dove il governo cinese sta cercando di soggiogare le minoranze islamiche con detenzioni extragiudiziali e forme di lavoro punitivo. Pechino se l’è cavata impegnandosi a ratificare – con tempistiche ignote – le convenzioni dell’ILO sul lavoro forzato. Ma molti sono ancora i nodi da sciogliere. La negazione della libertà sindacale, la repressione di Hong Kong e della società civile gettano tinte fosche sull’iter dell’accordo, che ora il Parlamento europeo minaccia di boicottare con l’appoggio di alcuni stati dell’Europa orientale, più vicini agli Usa in funzione anti russa.

Dunque, tornando alla nostra domanda, chi può davvero cantare vittoria? Non l’Europa, almeno non fino a quando tutti i paesi membri avranno sciolto le riserve. E anche in caso di riscontro positivo saranno perlopiù nazioni come Germania e Francia, già massicciamente presenti nel mercato cinese, a sfruttare le nuove aperture. Non pesi piuma come l’Italia, dove secondo Michele Geraci, ex sottosegretario al Mise, gli investimenti all’estero vengono ancora considerati delocalizzazioni, quindi negativi per la stabilità occupazionale in patria.

Non vincono nemmeno gli Stati Uniti, anche se, certo, sarebbe potuta andare peggio. Pensiamo all’umiliazione per la nuova amministrazione se l’annuncio della firma fosse arrivato dopo il giuramento di Bidennonostante gli ammonimenti. E forse questo spiega la fretta di Bruxelles.

Detto ciò, le premesse per lo EU-US Dialogue on China (la nuova piattaforma di dialogo annunciata a ottobre dal Dipartimento di Stato di Washington) non sono delle migliori – sebbene la Commissione europea abbia in qualche modo reciprocato con il documento sulla “New Transatlantic Agenda” a inizio dicembre . Nel contesto dell’attuale “guerra fredda 2.0” con Pechino, resta difficile immaginare un intervento europeo al fianco di Washington mentre il testo è in ostaggio al Parlamento. Chi sembra invece trionfare è proprio la Cina. Mentre i benefici economici per Pechino paiono marginali (spicca l’ingresso nel mercato europeo delle rinnovabili), l’introduzione di regole vincolanti a protezione degli investimenti cinesi nel Vecchio Continente servirà ad assicurare un trattamento imparziale proprio mentre l’UE rafforza i controlli sul flusso di capitali extracomunitari.

A ciò si aggiungono considerazioni di natura politica e geopolitica. Dopo il danno di immagine della pandemia, la Cina avrà modo di rifarsi il trucco imponendosi ancora una volta come promotrice di globalizzazione e multilateralismo. L’intesa con l’UE giunge infatti a stretto giro dalla firma della Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), il mega-accordo commerciale (siglato con i paesi ASEAN, Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda), di cui Washington e Bruxelles non fanno parte. Segno che nonostante la deriva autoritaria della sua leadership, Pechino è ancora in grado di incassare il riconoscimento diplomatico non solo nel proprio cortile di casa ma anche in Occidente. Non a caso la stampa cinese ha definito il CAI “un regalo di Buon Anno [dalla Cina] al mondo”.

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