Taiwan Files – Pelosi, Biden, Xi, Taipei e il test di Rorschach

In Asia Orientale, Relazioni Internazionali, Taiwan Files by Lorenzo Lamperti

A Taiwan si respira malumore nei confronti di Joe Biden. È lui, secondo un funzionario taiwanese che parla con richiesta di anonimato, ad aver aumentato la tensione sulla ormai più che probabile visita di Nancy Pelosi a Taipei. Con analisi e riflessioni su scenari e conseguenze. La rassegna settimanale di Lorenzo Lamperti con notizie e analisi da Taipei (e dintorni)

Può andare male. O può andare peggio. Non si respira grande ottimismo a Taipei, dove chi scrive è appena rientrato, in merito alla visita di Nancy Pelosi, tema a cui era dedicata anche la scorsa puntata di Taiwan Files a cui rimandiamo per contesto storico e significato. Delle ultime novità ho invece scritto qui. Stati Uniti e Repubblica Popolare sembrano ormai invischiate in una “trappola costruita da loro stesse” ed è difficile che la telefonata tra Joe Biden e Xi Jinping possa stemperare le tensioni. Anzi, non è impossibile che possa aumentare i sospetti reciproci. Washington vede le minacce di Pechino come la prova di voler attentare allo status quo taiwanese. Pechino non crede alla tesi avanzata dalla Casa Bianca secondo la quale non è il presidente a poter cancellare la visita di Pelosi e mostra sempre più insofferenza per quella che definisce strategia del “poliziotto buono e poliziotto cattivo“.

Una quarta crisi sullo Stretto (qui un interessante thread sulla terza) non è inevitabile e i manager internazionali presenti a Taiwan ancora non credono a questa ipotesi. La differenza rispetto ai soliti avvertimenti e giochi retorici, però, è evidente. Sia per il grado della visita, sia per l’errore di Biden, che ha mostrato divisioni tra Casa Bianca e Pelosi sul viaggio, svelando peraltro i timori del Pentagono. Perché ha sbagliato? Se alla fine Pelosi non venisse a Taipei (ormai improbabile, come scrivo qui sotto) gli Usa darebbero un segnale di debolezza e la Cina potrebbe essere portata a credere che le minacce funzionano (con implicazioni inquietanti sul futuro). Se Pelosi venisse, invece, costringerebbe Xi a dare un segnale di forza. A sua volta, se Pechino non facesse nulla darebbe un segnale di debolezza.

Tutto questo proprio perché le parole di Biden hanno portato la vicenda su tre terreni sulla quale non doveva andare: il dibattito politico americano in vista del midterm, l’ingranaggio politico cinese in vista del XX Congresso, la tensione diplomatica tra Usa e Cina. Come detto tante volte, l’equilibrio su Taiwan si regge anche sulla retorica e le sue forme, dalle scelte lessicali ai messaggi impliciti veicolati tra le righe tra le due o le tre sponde. Sulla debolezza mostrata open air da Biden i repubblicani vanno in pressing negli Usa e Pechino aggrava le sue minacce, sapendo che l’avversario è impaurito.

Attenzione però all’equazione: Pelosi a Taiwan uguale guerra, Pelosi a Taiwan uguale pace. Una reazione cinese al viaggio ora sarebbe quasi obbligata, come in una profezia che si autoavvera, ma nell’ottica di Taipei l’arrivo della speaker confermerebbe i tentativi di deterrenza americani. Ma se alla fine la visita saltasse si alzerebbe il rischio di futuri errori di calcolo di Pechino, a quel punto convinta che in caso di azione militare gli Usa starebbero a guardare. Ipotesi esistente, ma che nemmeno il mancato viaggio di Pelosi dimostrerebbe. Anche le conseguenze sulla credibilità di Usa e Biden a Taipei e in ultima istanza sulla politica taiwanese (considerando che a una buona parte dell’opinione pubblica locale piacevano i boati trumpiani) sarebbero rilevanti e difficilmente rimediabili.

Anche chi da parte taiwanese auspicava in segreto che Pelosi non arrivasse, dopo l’errore di Biden ora pesa i rischi del mancato viaggio. Sì, è complicato. Lo era già prima ma ora lo è ancora di più. Ed è ancora più difficile trovare una soluzione retorica e simbolica che possa salvare la faccia a tutte e tre le componenti di questo triangolo sempre più scomposto.

Che cosa pensa Taiwan sulla visita di Pelosi

«Non avrebbe mai dovuto dire che il Pentagono è contrario al viaggio. È stata una scelta terribile. Se avesse voluto cercare di cancellare la visita avrebbe dovuto farlo in silenzio. Così è come se avesse mostrato le carte all’avversario di una partita a poker». A Taiwan si respira malumore nei confronti di Joe Biden. È lui, secondo un funzionario taiwanese che parla con richiesta di anonimato, ad aver aumentato la tensione sulla possibile visita di Nancy Pelosi a Taipei. Una visita che, come ha osservato Derek Grossman di Rand, è diventata un test di Rorschach per gli Usa. Confermare il viaggio nonostante le minacce di Pechino, che vanno dalla no fly zone a un più probabile sorvolo aereo di Taiwan, e rischiare l’incidente? Oppure cancellarlo e dare un segnale di debolezza? Dal punto di vista taiwanese, non è detto che la prima opzione sia più pericolosa della seconda, quantomeno nel medio periodo.

«Se Pelosi si tirasse indietro ora sarebbe un grave errore a cui sarebbe molto difficile, se non impossibile, porre rimedio. Darebbe a Pechino il messaggio di poter scoraggiare qualsiasi futura visita con minacce anticipate», dice Jenjey Chen, caporedattore dell’agenzia di stampa taiwanese Central News Agency (Cna). «Se funzionasse, il governo cinese potrebbe continuare a cercare di impedire a chiunque di entrare o uscire da Taiwan, rendendo gradualmente l’isola de facto una parte della Repubblica Popolare». Uno scenario che ora preoccupa anche i tanti taiwanesi che, alle prime indiscrezioni, avrebbero preferito che la visita saltasse.

Rendendo esplicita la sua contrarietà al viaggio, non solo Biden ha implicitamente ammesso il programma ma l’ha reso un tema di scontro. Per dirla alla Grossman: «Quando Xi si sveglia ogni mattina, qual è la prima sfida a cui pensa? Scommetterei che Taiwan non è nella top 5 e nemmeno nella top 10». Ma una visita di Pelosi «la catapulterebbe in cima». Costringendo Xi a una reazione per non mostrarsi debole. L’invio di jet militari sopra Taiwan sarebbe un gesto senza precedenti. E un rebus per Taipei: sparare rischiando un’escalation o accettare di fatto una dimostrazione di sovranità di Pechino? Anche il Pentagono, secondo funzionari della difesa citati dall’Associated press, sarebbe pronto a utilizzare jet, navi e droni come deterrente.

La visita per ora non è ancora confermata per «motivi di sicurezza», mentre le altre tappe del tour asiatico di Pelosi sono state ufficializzate: Giappone, Indonesia e Singapore. Ma la notizia dell’invito di altri deputati e senatori bipartisan, come dichiarato a Nbc dal repubblicano Michael McCaul, lascia intendere che l’intenzione è quella di non fermarsi. Un numero crescente di funzionari repubblicani difende il viaggio di Pelosi ed esortano Biden a opporsi alla Cina. E i trumpiani soffiano sul fuoco, con l’ex segretario di Stato Mike Pompeo (qui il racconto della sua recente visita a Taipei di marzo scorso) che si è offerto di unirsi alla truppa.

In vista del midterm, ora diventa ancora più difficile per Biden e i Dem mostrarsi deboli. Così come è impossibile mostrare debolezza per Xi Jinping in vista del XX Congresso. Una trappola, appunto.

Taipei, intanto, completa le esercitazioni annuali anti invasione Han Kuang (con Tsai Ing-wen che ha osservato per la prima volta dal vivo). E aspetta. Domani e sabato, invece, Pechino ha appena annunciato una esercitazione navale nel mar Cinese meridionale al largo di Hainan con divieto di transito per navi straniere. Avviso ai naviganti, è proprio il caso di dirlo, compresa la flotta americana che potrebbe essere allertata qualora (come ormai tutto lascia credere) la settimana prossima arrivi Pelosi a Taipei.

Nel frattempo, il ministero della Difesa giapponese ha individuato un drone da ricognizione armato dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) che volava sopra le acque a est dell’isola di Taiwan. I media taiwanesi hanno riferito che il velivolo ha compiuto per la prima volta un volo circolare completo intorno all’isola di Taiwan. Gli analisti della Repubblica Popolare hanno dichiarato che la mancata segnalazione dell’attività del drone da parte dell’autorità di difesa di Taiwan ha messo in luce le vulnerabilità della sua difesa contro i droni, una grande vulnerabilità di cui l’esercito cinese può abusare in un eventuale conflitto.

Detto del mood che si respira a Taipei, quali sono i possibili scenari? Grossman li riassume così:

Probabile: esibizione militare vicino a Taiwan, richiamo dell’ambasciatore a Pechino, punizione economica

Escalation: La marina di Pechino mette in ombra l’aereo di Pelosi e interrompe i colloqui commerciali con gli Usa.

Impensabile: mette nel mirino l’aereo di Pelosi, lancio di missili sullo Stretto, blocco navale.

A proposito di blocco navale, qui una bella scheda di analisi curata da Rand.

Wang Yang, numero 4 della gerarchia del Partito comunista cinese, ha detto durante un seminario che Pechino è disposta a parlare con i diversi partiti di Taiwan, ma avverte che un “abisso di disastro” incombe sugli indipendentisti. Nello stesso discorso ha ribadito l’intenzione a perseguire la “riunificazione pacifica”.

Più minaccioso il portavoce del ministero della Difesa di Pechino, che parla apertamente di rischio di conflitto.

Qualche passaggio di un articolo di Tiejun Zhang sul The Diplomat nel quale (come fatto da Taiwan Files a febbraio), vengono analizzate somiglianze e differenze tra Cina e Russia, tra Taiwan e Ucraina.

Taiwan è più importante dell’Ucraina per gli interessi degli Stati Uniti e ha maggiori probabilità di scatenare una risposta militare diretta. Come minimo, le sanzioni economiche sarebbero una forte possibilità nel caso di una guerra nello Stretto di Taiwan. Nel frattempo, la Cina ha più da perdere economicamente della Russia dall’alienarsi gli Stati Uniti e i suoi alleati. In queste circostanze, l’uso della forza per riportare Taiwan alla “madrepatria” non è un’opzione per la Cina ora, e non lo sarà nel prossimo futuro, finché ci sarà un grande divario tra le forze armate cinesi e statunitensi. A Pechino si pensa che la Cina continuerà a rafforzarsi economicamente e militarmente e che il tempo è dalla sua parte. E citando l'”Arte della guerra”, con la continua ascesa della Cina, alla fine la Cina potrà “vincere senza combattere”. Come accennato all’inizio dell’articolo, alcuni hanno sostenuto che una delle lezioni che la Cina avrebbe imparato dalla guerra d’Ucraina è che la Cina deve riflettere seriamente prima di intraprendere una guerra di riunificazione contro Taiwan. Questa lezione, tuttavia, è da considerarsi per un futuro remoto. La Cina non ha fretta di riunificarsi, né con mezzi pacifici né con la forza. La migliore speranza della Cina è quella di continuare la sua continua ascesa. Quando l’intervento militare diretto sarebbe troppo costoso per gli Stati Uniti, Taiwan verrebbe incontro alle condizioni della Cina e si otterrebbe la “vittoria senza combattere”.

Torniamo alla prospettiva taiwanese grazie all‘ultimo articolo di Lawrence Chung: “Sarebbe estremamente difficile per il governo della Presidente Tsai Ing-wen declinare l’offerta di visita della Pelosi, data [la sua posizione nella politica statunitense] e il fatto che da tempo è nota per il suo sostegno a Taiwan”, ha dichiarato Wang Kung-yi, direttore della Taiwan International Strategic Study Society, un think tank di Taipei. Secondo Wang, la visita dimostrerebbe anche la capacità del Partito Democratico Progressista di Tsai di rafforzare i legami con gli Stati Uniti e, di conseguenza, di aumentare le sue possibilità alle elezioni amministrative di novembre. “Ma se la Pelosi si recherà in visita, il governo Tsai dovrà sopportare l’ira di Pechino, che ha già minacciato di adottare misure di forza [se la visita avrà luogo]”, ha detto Wang.

Sì, perché non sono da trascurare anche gli effetti della visita di Pelosi sulle elezioni locali di Taiwan, in programma a novembre. Qui una approfondita scheda di presentazione di Lev Nachman e Brian Hoe.

Altre cose, in breve

Giorgia Meloni ha incontrato Andrea Sing-Ying Lee, rappresentate di Taipei a Roma. Il tutto si inserisce in un più ampio ragionamento sulla caduta del governo Draghi e sulla politica estera del possibile prossimo governo di destra. Ne ho scritto nel dettaglio qui.

“Il Dragone guarda Draghi cadere. E non riesce a nascondere un pizzico di soddisfazione, pur sapendo che dopo di lui a Palazzo Chigi potrebbe arrivare qualcuno di ancora più ostile. La Cina osserva l’ennesima crisi di governo italiana e coglie l’occasione per addossarne la colpa al posizionamento filo Usa e filo Nato. «Il sostegno dell’Italia all’Ucraina e l’aumento graduale delle sanzioni contro la Russia sono dannosi per la soluzione dei problemi interni dell’Italia», ha scritto il tabloid di stato in lingua inglese Global Times. Dopo aver sciorinato i dati su crescita e inflazione, arriva un’altra stilettata a Draghi, che «si è preoccupato più del conflitto in Ucraina» del benessere degli italiani. Spazio poi alla retorica anti americana portata avanti da Pechino dall’inizio della guerra: «Se i paesi europei continuano a seguire ciecamente la politica degli Stati uniti, i loro leader politici dovrebbero essere pronti ad affrontare le conseguenze». Il China Daily e le emittenti tv hanno preferito sottolineare implicitamente le difficoltà dettate da un sistema politico intrinsecamente instabile.” (…)

“Ma la Cina sa che un governo di destra con Fratelli d’Italia alla guida potrebbe avere una linea ancora più ostile a Pechino. Giorgia Meloni ha sempre avuto una posizione trumpiana sulla Cina, mentre Salvini è passato dalle manifestazioni pro Hong Kong a incontrare l’ambasciatore cinese. Berlusconi esemplifica invece la classica traiettoria della concezione italiana della Repubblica popolare: opportunità fino al 2018-2019, minaccia ora.

Una delegazione parlamentare guidata da ex ministri della Difesa giapponesi è arrivata a Taiwan per discutere di “problemi di sicurezza” attraverso lo Stretto di Taiwan. La mossa è stata criticata da Pechino, che sostiene anche che il nuovo libro bianco sulla difesa di Tokyo la diffami.

Foxconn ha difeso il suo investimento di 800 milioni di dollari nel conglomerato tecnologico cinese in crisi Tsinghua Unigroup, dopo che la mossa ha attirato l’attenzione delle autorità di regolamentazione di Taiwan.

Letture

Uscito per Carocci Editore “Fino all’ultimo Stato – La battaglia diplomatica tra Cina e Taiwan” di Barbara Onnis e Francesca Congiu. Si legge dallaquarta di copertina: “Il volume approfondisce le dinamiche geopolitiche contemporanee in atto lungo lo Stretto di Taiwan attraverso una prospettiva d’analisi storica che mette in rilievo il peso attuale dell’eredità della guerra fredda. Il “problema Taiwan”, infatti, che oggi costituisce uno dei principali terreni di scontro fra la Repubblica popolare cinese e gli Stati Uniti, è a tal proposito un caso emblematico. Si esaminano le tappe che hanno contrassegnato i rapporti tra Cina e Taiwan, i fattori che hanno contribuito all’emergere della questione, i passaggi di quella che appare come una vera e propria battaglia diplomatica all’ultimo Stato”.

L’intervento di cui avevamo già parlato di Liu Jieyi, direttore dell’Ufficio degli Affari di Taiwan di Pechino, in cui si parla di un framework per la riunificazione.

Battaglia cognitiva tra Usa e Cina, con effetti su Taiwan.

Di Lorenzo Lamperti

Taiwan Files 20.07.22 – Nancy Pelosi a Taipei? Significato e possibili conseguenze

Taiwan Files 13.07.22 – L’omicidio di Abe visto da Taipei

Taiwan Files 06.07.22 – “Il cielo ora sembra limpido”

Taiwan Files 25.06.22 – Ponti e portaerei

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Taiwan Files 27.05.22 – Tra ambiguità e chiarezza, Kinmen e Matsu

Taiwan Files 19.05.22 – La sparatoria in California e Taiwan/Repubblica di Cina

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Taiwan Files 30.04.22 – Tra Isole Matsu e la storia di Wu Rwei-ren

Taiwan Files 23.04.22 – Lezioni ucraine

Taiwan Files 16.04.22 – Negoziazioni, giustificazioni, esercitazioni

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Taiwan Files: speciale 2021

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