Cambogia Vietnam Cina

L’Altra Asia – Il “Funan Techo” della Cambogia ha diversi problemi

In Sud Est Asiatico by Francesco Mattogno

Il canale che la Cambogia ha intenzione di costruire per collegare il Mekong al Golfo della Thailandia presenta vari problemi, soprattutto ambientali. La corte costituzionale thailandese potrebbe destituire il primo ministro Srettha Thavisin, il preoccupante futuro della democrazia indonesiana, la politica estera della Malaysia, le accuse contro un esercito ribelle in Myanmar, la movimentata settimana delle Filippine e i consigli di lettura. L’Altra Asia è una rubrica sui paesi meno raccontati del continente a cura di Francesco Mattogno (clicca qui per le altre puntate)

Da un paio di mesi in Cambogia, Vietnam e un po’ in tutti gli stati attraversati dal fiume Mekong si parla molto di un canale che ancora non esiste, se non sulla carta. Ufficialmente si chiama Tonle Bassac Navigation Road and Logistics System Project, ma per tutti è semplicemente il “Funan Techo” (su China Files ne avevamo scritto qui). Nelle intenzioni del governo cambogiano il canale collegherà il porto sul fiume Mekong della capitale Phnom Penh a quello di Kampot, città che affaccia sul Golfo della Thailandia (o Golfo del Siam), e quindi sul mare.

In blu, il percorso previsto del Funan Techo (The Diplomat)

Il Funan Techo sarà profondo 5,4 metri, largo 100, lungo 180 km, sarà composto da due corsie e la sua costruzione verrà interamente finanziata dalla Cina. Pechino investirà 1,7 miliardi di dollari sul progetto, affidato all’azienda statale China Road and Bridge Corporation (CRBC). Una sussidiaria della CRBC, la China Harbour Engineering, ha inoltre stretto un accordo con un costruttore locale per contribuire alla realizzazione del porto di Kampot (dal costo stimato di 1,5 miliardi di dollari), proprio dove sfocerà il Funan Techo. I lavori per la costruzione del canale dovrebbero partire entro la fine del 2024 e durare al massimo quattro anni, dice Phnom Penh.

La forte presenza cinese all’interno del progetto è solo una delle ragioni per cui se ne sta discutendo molto. Il Funan Techo è stato pensato per ridurre la dipendenza logistica della Cambogia dal Vietnam, attraverso cui sono obbligate a passare tutte le merci cambogiane trasportate via nave sul Mekong destinate al commercio internazionale. È una questione geografica: il fiume, uno dei più grandi e importanti al mondo, scorre lungo tutta la Cambogia ma prima di sfociare in mare attraversa per oltre un centinaio di km il territorio vietnamita.

Questa condizione conferisce al Vietnam una certa leva politica ed economica sulla Cambogia, le cui aziende sono costrette a sostenere costi di trasporto elevati (con conseguenze sulla competitività delle proprie esportazioni) e a convivere con il rischio perenne di un blocco navale. È già successo trent’anni fa, nel 1994, quando in un momento di forte tensione tra i due paesi Hanoi decise di fermare per mesi la navigazione delle imbarcazioni cambogiane lungo il tratto vietnamita del Mekong. Oggi i rapporti tra Cambogia e Vietnam sono buoni ma, nonostante nel 2009 i due vicini abbiano anche firmato un trattato per la libertà di navigazione sul fiume, Phnom Penh non ha mai smesso di cercare un’alternativa. Ed eccola qui.

Non è solo una questione di sicurezza economica. Il Funan Techo è anche un veicolo per fomentare il nazionalismo e legittimare il nuovo corso del primo ministro Hun Manet, che ad agosto ha sostituito suo padre Hun Sen, rimasto al potere per 38 anni. Lo dimostra lo stesso nome dato al canale. “Funan” richiama l’antico Regno del Funan (nato nei primi secoli dopo Cristo) che si ritiene essere precursore dell’Impero Khmer, mentre “Techo” è un termine che fa parte del titolo onorifico di Hun Sen. Secondo l’analista cambogiano Chhengpor Aun, con la costruzione del canale Phnom Penh cercherà di risanare a livello simbolico la perdita del Delta del Mekong, che la Francia ha formalmente consegnato al Vietnam nel 1949, durante il suo dominio coloniale.

Da settimane il governo cambogiano continua a elencare i benefici derivanti dalla costruzione del canale, che «faciliterà l’irrigazione dei terreni» e comporterà la creazione di «10 mila posti di lavoro». Secondo le stime di Phnom Penh i costi per il trasporto navale delle merci si ridurranno del 30%, e le spedizioni risulteranno più agili e veloci. È però presto per dire quanto queste proiezioni troveranno riscontro nella realtà. Come hanno fatto notare diversi esperti, per esempio, la profondità del canale non permetterà il trasporto di carichi troppo pesanti, e questo significa che molti prodotti dovranno ugualmente passare per il Vietnam (che comunque si è subito lamentato del progetto). Senza contare che nei prospetti non vengono mai tenuti in considerazione i costi di manutenzione.

Al di là delle questioni economiche, su quanto convenga o meno alla Cambogia costruirlo, il Funan Techo ha diversi altri problemi, soprattutto di impatto ambientale. Come sottolineato dall’analista Brian Eyler, che ne ha parlato anche alla newsletter Dari Mulut ke Mulut di Erin Cook, la Cambogia sostiene che il canale parta da un affluente e non dal corso principale del Mekong. Lo ha ribadito anche il vicepremier Sun Chanthol la scorsa settimana al forum The Future of Asia organizzato dal Nikkei. Per gli esperti invece è «innegabile» il contrario: il Funan Techo «incide direttamente sul corso principale del fiume», ha detto Eyler, e non è un dettaglio da poco.

Dire che il canale si limita a usare l’acqua degli affluenti permette alla Cambogia di eludere una clausola del Mekong Agreement firmato nel 1995, con il quale Cambogia, Vietnam, Thailandia e Laos hanno fondato la Mekong River Commission (MRC). Ogni Stato parte dell’accordo ha il dovere di consultare la MRC nelle fasi preliminari di qualunque nuovo progetto riguardi il corso principale del fiume, così da permettere al gruppo di valutarne gli impatti ambientali ed economici, e in caso di proporre cambiamenti. La norma non copre gli affluenti, e il fatto che Phnom Penh la stia aggirando potrebbe rappresentare un precedente pericoloso. L’ecosistema del Mekong è già sotto forte stress e così verrebbe meno uno dei pochi strumenti volti a tutelarlo.

Il timore è che il canale, con i suoi argini molto alti, possa ostacolare le inondazioni naturali delle pianure che circondano il Mekong (fondamentali per il settore agricolo), alterare i flussi d’acqua degli altri affluenti e aumentare la salinità dei terreni. Phnom Penh si è impegnata a eseguire tutte le valutazioni di impatto ambientale del caso con «48 esperti internazionali» (una cifra molto specifica e curiosa che ha riportato Sun Chanthol in un articolo che ha scritto per il Nikkei, uscito il 25 maggio), ma al momento sta facendo poco per mostrare la dovuta trasparenza e cooperazione con i paesi della MRC.

Come già anticipato, inoltre, fuori dalla regione si parla tanto del ruolo della Cina nel progetto. Alcuni analisti hanno detto che Pechino potrebbe usare il canale per arrivare più facilmente alla Zona Economica Speciale di Sihanoukville (che si trova a circa 100 km da Kampot), dove si concentra una buona parte degli investimenti cinesi in Cambogia. Altri che la Cina lo utilizzerà per trasportare mezzi militari verso la base navale di Ream, a cui si ritiene che la marina cinese abbia accesso in via permanente (Pechino e Phnom Penh hanno sempre smentito). Quest’ultima è un’ipotesi che appare abbastanza remota, anche perché non ha molto senso sul piano logistico.

Molto più probabile è che, in cambio della copertura dei costi per la sua realizzazione, la Cina controllerà il Funan Techo per un lungo periodo (si parla di 40 o 50 anni). Pechino avrebbe così tra le mani per decenni un’infrastruttura chiave di Phnom Penh, rimandando temporaneamente tutti i discorsi relativi all’autosufficienza e alla minore dipendenza dai paesi vicini. Ma questo è un prezzo che la Cambogia sembra disposta a pagare.

THAILANDIA – SI METTE MALE PER IL PRIMO MINISTRO

Non sono settimane semplici, quelle del primo ministro thailandese Srettha Thavisin. Il premier, criticato da sempre per la sua subordinazione alla famiglia Shinawatra (che controlla il Pheu Thai), è finito nel mirino del senato per una delle nomine che hanno riguardato il rimpasto di governo di fine aprile, già fonte di mille polemiche con annesse dimissioni di vari funzionari, tra ministri e sottosegretari. L’ultimo strascico dello sciagurato rinnovamento dell’esecutivo riguarda la petizione che 40 senatori hanno presentato alla corte costituzionale per chiedere la rimozione di Srettha dal suo ruolo. L’ex magnate dell’immobiliare è accusato di aver violato gli standard etici per aver nominato Prachit Chuenban a capo del ministero dell’Ufficio del primo ministro, dicastero che ha il compito di assistere il premier nelle sue attività istituzionali.

Prachit è stato l’avvocato dell’ex primo ministro Thaksin Shinawatra, di cui è considerato un fedelissimo, ma soprattutto ha passato sei mesi in carcere nel 2008 per aver tentato di corrompere un funzionario della corte suprema. Dello scandalo ci si ricorda ancora oggi non solo perché Thaksin era uno dei suoi clienti, ma anche per un dettaglio particolare: Prachit aveva nascosto 2 milioni di baht in contanti (circa 40 mila euro dell’epoca) in un sacchetto utilizzato per portarsi il pranzo in ufficio. Secondo i senatori che hanno presentato la petizione l’ex avvocato non è qualificato per l’incarico, e il fatto che sia stato scelto nonostante la sua condanna porta a pensare che gli standard morali di Srettha non siano adatti al suo ruolo istituzionale. Curioso che la petizione sia stata presentata proprio mentre il premier si trovava all’estero (era in viaggio tra Francia, Italia e Giappone), una circostanza che ha ricordato il colpo di Stato con cui nel 2006 i militari avevano rovesciato il governo di Thaksin durante la sua visita a New York.

Il 22 maggio Prachit si è dimesso, cercando di salvare Srettha, ma il 23 la corte costituzionale ha deciso di accettare la petizione contro il primo ministro (6 voti favorevoli, 3 contrari). Contestualmente, con una maggioranza più risicata (5 a 4), il tribunale ha però deciso di non sospendere Srettha, che continuerà a fare il premier mentre i giudici decideranno quale sarà il suo futuro. La scelta rompe un precedente, visto che nel 2022 l’allora primo ministro Prayut Chan-o-cha era stato sospeso mentre la corte decideva se rimuoverlo o meno dalla carica in un altro caso sulla legittimità del capo del governo. Srettha ha fino al 7 giugno per presentare la sua difesa, e intanto ha detto che non lascerà più il paese fino ad agosto.

Il fatto che il tribunale abbia scelto di valutare il caso, unito alla sostanziale parità nel giudizio sulla sua sospensione (è stato il presidente della corte costituzionale a votare in modo decisivo per lasciarlo al suo posto), suggerisce che la posizione di Srettha non sia così stabile. Secondo alcune voci, riportate dal Thai Enquirer, i 40 senatori sarebbero poi tutti fedelissimi di Prawit Wongsuwon, uno dei generali che ha organizzato il colpe del 2014 e leader del Palang Pracharath, il principale partito dell’esercito che dopo le elezioni si è alleato con il Pheu Thai. Se così fosse, sarebbe un primo grave segnale di sfaldamento della coalizione.

INDONESIA – DIECI, CENTO, MILLE MINISTERI

A proposito di segnali preoccupanti, la democrazia indonesiana non se la passa tanto bene. Sembra molto probabile che il futuro governo di Prabowo Subianto, il presidente eletto che inizierà il suo mandato il prossimo 20 ottobre, avrà molti più ministeri di quello attuale (e di quelli che servirebbero alle normali funzioni di uno Stato). L’ex generale dovrebbe aumentare il numero dei ministri da 34 a 41, una mossa che l’attuale parlamento sta per agevolare rimuovendo il limite al numero massimo di dicasteri previsto da una legge del 2008, che è proprio di 34. Come già scritto più volte, Prabowo ha intenzione di allargare al massimo la sua coalizione di governo e per farlo ha bisogno di accontentare quanti più partner possibile, offrendo in cambio tutti i ruoli nell’esecutivo disponibili. Anche inventandoseli, appunto, visto che l’obiettivo è governare senza opposizione.

Aumentare il numero dei ministeri però porta con sé vari problemi. Il rischio più evidente è quello di complicare inutilmente la burocrazia, aumentando le inefficienze e i costi e facilitando la corruzione (in dieci anni di governo Jokowi sono stati arrestati 6 membri dell’esecutivo per questo). Secondo alcuni analisti, citati da CNA, ciò ridurrà la stabilità economica del paese e di conseguenza anche la fiducia degli investitori.

Un’altra fonte di preoccupazione per il futuro democratico dell’Indonesia riguarda la proposta di emendamento della legge sulle trasmissioni radiotelevisive, che potrebbe passare entro settembre. Secondo i critici, le modifiche porteranno a una «castrazione della stampa». Un articolo della bozza, ad esempio, vieta le trasmissioni digitali e televisive di “giornalismo d’inchiesta”, mentre in altri punti si indeboliscono gli enti volti alla tutela dell’attività giornalistica. Per i favorevoli, gli emendamenti servono solo ad aggiornare delle norme ormai vecchie di vent’anni.

MALAYSIA – LA POLITICA ESTERA SECONDO ANWAR IBRAHIM

«Come si può tollerare il genocidio, l’apartheid o la pulizia etnica?». Con queste parole il premier malaysiano, Anwar Ibrahim, ha chiesto agli Stati Uniti di fare di più per risolvere la «crisi umanitaria a Gaza» durante il forum The Future of Asia, la conferenza annuale che il Nikkei organizza a Tokyo e alla quale partecipano vari leader asiatici. Il primo ministro ha paragonato le reazioni nelle università americane per quanto sta succedendo in Palestina alle proteste organizzate durante la guerra del Vietnam, ribadendo lo storico supporto della Malaysia (Stato a maggioranza musulmana) alla causa palestinese. In un’intervista rilasciata in seguito allo stesso Nikkei il premier si è poi espresso su altri temi di politica estera. «Non esistono più i blocchi come durante la Guerra Fredda», ha detto elogiando la maggiore indipendenza di cui godono oggi paesi come la Malaysia, anche se allo stesso tempo ha sottolineato la necessità di un «approccio più aggressivo e dinamico» dell’ASEAN per affrontare le varie crisi internazionali, soprattutto sul piano economico. Kuala Lumpur sarà presidente dell’associazione nel 2025.

Anwar ha poi definito «vecchio e obsoleto» il sistema di veto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mentre ha invitato al dialogo sul mar Cinese meridionale, ma senza fare compromessi sull’integrità territoriale della Malaysia (e quindi rigettando tutte le rivendicazioni cinesi nella Zona Economica Esclusiva del paese). L’ex premier novantanovenne Mahathir Mohamad, oppositore di Anwar, ha invece un’idea un po’ diversa (e confusa) sul tema. «La Cina può rivendicare» il mar Cinese meridionale, ha detto Mahathir, basta che le sue pretese non si sovrappongano a quelle della Malaysia. Ma il punto è proprio questo.

MYANMAR – L’ARAKAN ARMY SOTTO ACCUSA

L’Arakan Army (AA), uno dei più forti eserciti etnici che combattono contro la giunta militare in Myanmar, è stato accusato di aver portato avanti pesanti discriminazioni e violenze nei confronti della minoranza Rohingya. Dopo la presa di Buthidaung del 19 maggio, la nona città che l’AA ha conquistato nello Stato Rakhine a partire dall’offensiva dello scorso novembre, le Nazioni Unite e decine di gruppi a tutela dei diritti umani hanno denunciato la deportazione forzata di migliaia di residenti, mentre centinaia delle loro case sono state incendiate e distrutte dai soldati ribelli. Le immagini satellitari di Buthidaung riportano delle anomalie termiche che dimostrerebbero che tutta la città sarebbe stata data alle fiamme, scrive Frontier. L’AA respinge le accuse e sostiene che ad aver causato la distruzione siano stati i gruppi armati Rohingya alleati con l’esercito. Le tensioni etniche tra Arakan e Rohingya però non sarebbero una novità, anzi, e diversi testimoni ritenuti affidabili da vari reporter internazionali hanno detto che gli attacchi erano opera dell’AA.

Gran parte della comunità Rohingya – già vittima nel 2017 di quello che secondo molti osservatori è ascrivibile a genocidio e pulizia etnica, per volontà dell’esercito birmano che dal 2021 governa il paese – vive proprio nel nord del Rakhine, tra Buthidaung e Maungdaw, che da giorni è assediata dall’AA. Per ora si dice (senza possibilità di verificare) che gli sfollati nell’area siano circa 200 mila.

Intanto, oltre all’AA, i ribelli avanzano anche negli Stati Chin e Kachin. Le truppe della giunta hanno brevemente occupato una base della resistenza nella regione del Sagaing. Da quando i ribelli hanno conquistato le città al confine con la Cina, il commercio transfrontaliero è crollato. Il regime sta già facendo partire la terza ondata di reclutamenti forzati nell’esercito. Un articolo dell’analista David Scott Mathieson, uno dei più autorevoli sul Myanmar, frena gli entusiasmi su quella che sia la reale presa dei ribelli sul paese, le cui zone centrali sono ancora saldamente nella mani dell’esercito. La resistenza è poi tutt’altro che compatta, e quando si parla delle People’s Defence Forces (PDF) come delle milizie a sostegno del governo in esilio (NUG) si fa una grande semplificazione: non esiste un vero comando centralizzato, come ricorda Mathieson.

FILIPPINE – SETTIMANA MOVIMENTATA

Un po’ di cose dalle Filippine. È cambiato il presidente del senato: Juan Miguel Zubiri ha perso il posto perché, sostiene lui, non ha fermato le indagini sul presunto coinvolgimento del presidente Ferdinand Marcos Jr. in un’investigazione anti-droga che riguarda fatti risalenti a oltre dieci anni fa. Il nuovo capo della camera alta, nonché terza carica dello Stato, è Francis Escudero. La sua nomina evidenzia le tensioni tra la fazione dei Marcos e quella dei Duterte. Alice Guo, sindaca della città di Bamban, è stata accusata di essere legata alla criminalità organizzata cinese e di essere una spia di Pechino: è una storia assurda. La camera dei rappresentanti ha approvato la proposta di legge sul divorzio, ancora illegale nel paese. Ora manca solo il via libera definitivo del senato (che però aveva già affossato la legalizzazione nel 2018). Anche la cannabis medica potrebbe diventare legale. Il viceammiraglio Alberto Carlos ha negato di aver stipulato accordi con la Cina per gestire le controversie sul mar Cinese meridionale, una storia di cui avevamo parlato qui.

LINK DALL’ALTRA ASIA

Il 22 maggio l’Assemblea Nazionale del Vietnam, il parlamento del paese, ha ufficializzato la nomina di To Lam a presidente della repubblica ratificando (come da consuetudine) la decisione del comitato centrale.

Pacifico. Si stima che almeno 2 mila persone siano rimaste sepolte vive a seguito di una frana, in Papua Nuova Guinea. Il 23 maggio il presidente francese Emmanuel Macron ha visitato la Nuova Caledonia dopo le violenti proteste delle scorse settimane. Parigi ha deciso di interrompere lo stato d’emergenza a partire dal 28 maggio.

Asia centrale. La scorsa settimana si è tenuta la riunione tra i ministri degli Esteri dei paesi membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) ad Astana, in Kazakistan: qui un resoconto. Il presidente kazako Kassym-Jomart Tokayev ha tenuto un bilaterale con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. A Bishek, capitale del Kirghizistan, ci sono stati violenti attacchi contro decine di studenti stranieri.

Un uomo è morto (per un infarto) e 30 persone sono rimaste ferite a causa di una forte turbolenza durante un volo diretto da Londra a Singapore, che ha dovuto compiere un atterraggio di emergenza a Bangok. A Singapore sono iniziate le operazioni per registrare gli elettori: si voterà già quest’anno? Lee Hsien Yang, fratello dell’ex premier Lee Hsien Loong, dovrà pagare due multe da circa 150 mila dollari l’una per diffamazione.

A cura di Francesco Mattogno