Thuong Trong Vietnam

L’Altra Asia – Gli intrighi di palazzo in Vietnam

In Asia Meridionale, Sud Est Asiatico by Francesco Mattogno

In pochi anni in Vietnam si sono dimessi due presidenti, due vicepremier e vari ministri, tutti in nome della lotta alla corruzione. È il segno che sono in corso delle lotte intestine per la segreteria del Partito Comunista. Le bombe pakistane in Afghanistan, e quelle dei terroristi in Pakistan. I nuovi scontri tra Cina e Filippine nel Mar cinese meridionale, le controversie attorno al voto in Indonesia, l’importanza strategica del Bhutan (per Cina e India), il caos totale in Myanmar e i consigli di lettura. L’Altra Asia è una rubrica sui paesi meno raccontati del continente. Qui il link alle altre puntate

Il 20 marzo il comitato centrale del Partito Comunista del Vietnam (CPV) ha annunciato di aver accettato le dimissioni dell’ormai ex presidente del paese, Vo Van Thuong, poi recepite il 21 marzo anche dall’Assemblea Nazionale, il parlamento vietnamita che ratifica di fatto ogni decisione del partito. Le dimissioni di Thuong non sono arrivate all’improvviso: già da giorni si parlava di un suo possibile coinvolgimento all’interno di un’indagine per frode e corruzione a carico dell’azienda immobiliare Phuc Son.

Circa una settimana prima dell’annuncio, il 14 marzo, Hanoi aveva rinviato la visita del re e della regina olandesi (in programma dal 19 al 22 del mese) a causa di «circostanze interne». A confermare ulteriormente le voci che circolavano, l’Assemblea Nazionale aveva poi rilasciato una nota nella quale annunciava di aver organizzato una sessione straordinaria il 21 marzo per discutere di «questioni legate al personale». Insomma, che Thuong fosse in procinto di essere accompagnato alla porta lo si sospettava da un po’.

Il CPV non ha fornito una spiegazione esaustiva sulle sue dimissioni, limitandosi a dire che l’ex presidente ha lasciato l’incarico perché consapevole di aver «violato le leggi del partito». Thuong ha rinunciato anche al suo ruolo di membro del politburo e del comitato centrale del CPV, oltre che di presidente del consiglio di Sicurezza e Difesa. Ufficialmente, l’ex presidente è caduto sotto la scure della campagna anti-corruzione lanciata nel 2016 dal segretario generale del CPV, Nguyen Phu Trong, che negli ultimi anni ha portato all’espulsione dal partito di oltre 200 mila funzionari. Viste le tempistiche, però, sono in molti a credere che dietro le sue dimissioni si nascondano delle lotte intestine al CPV.

Come dichiarato dall’analista Nguyen Khac Giang a Vietnam Weekly, è inusuale che Hanoi, sempre attenta a mostrare stabilità agli occhi della comunità internazionale, abbia rimandato a distanza di pochi giorni una visita ufficiale come quella dei reali olandesi: «Questo sottolinea come sia stata repentina e drammatica la caduta di Thuong», ha detto Giang. Inoltre, l’indagine per corruzione nella quale è coinvolto riguarda fatti risalenti a più di dieci anni fa, quando Thuong era segretario del partito nella provincia di Quang Ngai (2011-2014). Si ritiene che un suo parente abbia ricevuto dalla Phuc Son 60 miliardi di dong (circa 2,2 milioni di euro) per costruire il santuario della famiglia, ha scritto Le Hong Hiep su Fulcrum. Ma è strano che la polizia abbia iniziato a indagare sulla vicenda nel 2024.

Secondo il professore ed esperto di Sud-Est asiatico, Carl Thayer, sulle dimissioni di Thuong compaiono dappertutto «le impronte del ministero della Sicurezza Pubblica e [del suo capo], il ministro To Lam», cioè una delle figure più potenti del paese, nonché virtualmente a capo della campagna anti-corruzione. Thuong non è il primo grande nome a essere caduto in disgrazia, anzi. Lui stesso si era insediato alla presidenza solo il 2 marzo del 2023 a seguito delle dimissioni (il 18 gennaio 2023) del suo predecessore, Nguyen Xuan Phuc, arrivate dopo quelle di due vicepremier (Pham Binh Minh e Vu Duc Dam) e di vari ministri. Essendo rimasto in carica per poco più di un anno, Thuong è diventato il presidente meno longevo della storia del Vietnam.

Eppure un anno fa erano in molti a ritenere che Thuong fosse uno dei principali candidati alla successione del segretario generale Trong, nel 2026. Una promozione che l’avrebbe trasformato nell’uomo più potente del paese. In Vietnam esiste un sistema di leadership collettiva che comporta la virtuale condivisione del potere tra quattro figure: il segretario generale del CPV, il presidente della Repubblica, il primo ministro e il presidente dell’Assemblea Nazionale. Nonostante questo, il ruolo di presidente della Repubblica è ampiamente cerimoniale ed è visto principalmente come uno dei passaggi intermedi necessari alla nomina a segretario generale del partito. Che, al di là delle formalità, è la figura che detiene il vero potere nel paese.

Che succede adesso?

Le dimissioni di Thuong e la necessità di nominare il terzo presidente del Vietnam in tre anni non sono un buon segno circa la stabilità politica di Hanoi. Thuong era considerato il prediletto di Trong per la successione e la sua epurazione è un indizio che il segretario generale del CPV, anziano e malato (ne avevamo parlato qui), stia gradualmente perdendo la sua presa sul partito. Trong è al suo terzo mandato da segretario, una circostanza già di per sé straordinaria (la consuetudine era quella di rispettare un limite di due mandati). Viste le sue condizioni fisiche è molto probabile che nel 2026 dovrà lasciare il posto a qualcun altro, ed è per questo che le lotte interne al partito si stanno intensificando.

Per ora, come dopo le dimissioni di Phuc dell’anno scorso, il CPV ha nominato presidente ad interim la vicepresidente Vo Thi Anh Xuan. Nel 2023 l’elezione di Thuong era arrivata dopo circa un mese e mezzo di interregno di Xuan, ma non ci sono tempistiche precise. Secondo i regolamenti del partito può essere nominato presidente solo un funzionario che abbia servito per almeno un intero mandato all’interno del politburo. Come riportato da Fulcrum, sulla base di questa condizione i possibili candidati alla nomina sono cinque: lo stesso Trong (che ha già servito dal 2018 al 2021, ma che è complicato possa nuovamente ricoprire il ruolo per motivi di salute), il primo ministro Pham Minh Chinh, il presidente dell’Assemblea Nazionale Vuong Dinh Hue, il membro permanente del segretariato del CPV Truong Thi Mai e To Lam, ministro della Sicurezza Pubblica.

Restringendo la rosa, i nomi più papabili sono quelli di Mai e Lam. Mai perché ha una base di potere relativamente debole: sarebbe “un’anatra zoppa” ed è possibile che piaccia proprio perché non rappresenterebbe una minaccia per il ruolo di segretaria generale nel 2026. Al contrario, con la sua nomina Lam (considerato in una fazione alternativa a quella di Trong) rafforzerebbe la sua posizione in vista del 2026. L’ultima possibilità è quella di fare una deroga alle regole del partito e nominare qualcuno che non abbia ancora completato un intero mandato nel politburo. Si tratta di un’ipotesi poco probabile, perché significherebbe allargare a un nuovo candidato la competizione per il posto di segretario generale.

In ogni caso, le turbolenze interne stanno complicando le ambizioni del Vietnam di mostrarsi come un paese affidabile verso il quale indirizzare gli investimenti delle grandi multinazionali in uscita dalla Cina (ne avevamo parlato qui). Va poi sottolineato che le grandi operazioni anti-corruzione, pensate da Trong come uno strumento utile a rafforzare la legittimità interna del CPV, potrebbero essersi trasformate in un’arma a doppio taglio. Le continue condanne di alti funzionari stanno iniziando a erodere la fiducia dell’opinione pubblica nel partito, che da fuori appare sempre più diviso e corrotto.

PAKISTAN – L’ATTACCO IN AFGHANISTAN, GLI ATTENTATI IN CASA

Molto spesso, di Pakistan (e Afghanistan) ci si ricorda solo quando scoppiano le bombe. È il caso della scorsa settimana. Nella notte del 18 marzo, in risposta a un attentato che due giorni prima aveva ucciso sette soldati pakistani nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa, il Pakistan ha bombardato alcune presunte basi terroristiche nelle province afgane di Paktika e Khost. Secondo le autorità talebane, che hanno parlato di un «atto di aggressione», l’attacco ha ucciso 8 persone: 5 donne e 3 bambini. Erano tutti civili, come confermato anche dagli Stati Uniti. Si è trattato del primo attacco pakistano in Afghanistan dall’aprile del 2022, arrivato a due mesi di distanza dai bombardamenti reciproci tra Islamabad e Teheran di gennaio (qui per maggiori dettagli). Da quando i talebani sono tornati al potere nell’agosto del 2021, dopo la ritirata degli Stati Uniti dall’Afghanistan, i rapporti tra Kabul e Islamabad si sono fatti sempre più tesi. Il Pakistan accusa da tempo i talebani di non fare abbastanza per fermare gli attentati del Movimento dei talebani pakistani (TTP) e dei gruppi terroristici a loro affiliati.

Quello del terrorismo è uno dei problemi più pressanti per Islamabad. Secondo i dati del Center for Research and Security Studies, nel 2023 in Pakistan sono morte 1.524 persone (di cui circa 500 membri delle forze armate e di sicurezza) a seguito di attacchi armati o attentanti, cioè il 56% in più rispetto al 2022. E il numero stesso degli attentati è stato del 20% superiore rispetto all’anno precedente. Per Islamabad, la maggior parte degli attacchi terroristici è opera di persone di nazionalità afghana ed è per questo che lo scorso novembre le autorità pakistane hanno dato il via alle espulsioni di massa degli afghani irregolari, cioè di coloro residenti nel paese senza i documenti necessari. Si è trattato di vere e proprie deportazioni. Su circa un milione e mezzo di irregolari, compresi moltissimi rifugiati le cui famiglie risiedevano in Pakistan da generazioni, sono tornate forzatamente in Afghanistan 500 mila persone. Il premier Shehbaz Sharif ha annunciato che ad aprile inizierà una nuova ondata di espulsioni. Nel tentativo di evitare una completa rottura con Kabul, il 25 marzo una delegazione del ministero del Commercio pakistano si è recata in Afghanistan per rafforzare la cooperazione commerciale tra le parti.

Intanto gli attentati continuano. Il 22 marzo otto miliziani del Balochistan Liberation Army (BLA), uno dei principali gruppi indipendentisti beluci, hanno attaccato l’ingresso dell’autorità portuale di Gwadar con un furgone carico d’esplosivo. Oltre agli otto miliziani sono morti cinque agenti di sicurezza. Il porto di Gwadar rappresenta uno dei progetti più importanti del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), parte della Belt and Road Initiative (BRI) cinese. L’attacco ha messo nuovamente in discussione la capacità del Pakistan di garantire sicurezza ai progetti cinesi, proprio mentre Islamabad ha bisogno di investimenti per sostenere la sua economia. L’obiettivo principale del ministro delle Finanze, Muhammad Aurangzeb, sarà quello di firmare un nuovo accordo con il Fondo Monetario Internazionale (IMF) per un’altra serie di finanziamenti.

Il 23 marzo è stato il “Pakistan Day”, giunto al suo 84° anniversario. Ogni anno Islamabad festeggia la Risoluzione di Lahore adottata dalla Lega Musulmana di tutte le Indie (AIML) il 23 marzo 1940, con la quale si richiedeva la costituzione di uno Stato indipendente per i musulmani all’epoca residenti nell’India britannica. Il 23 marzo del 1956 è inoltre entrata in vigore la prima costituzione del paese.

FILIPPINE – NUOVO INCIDENTE CON LA GUARDIA COSTIERA CINESE

Come annunciato la scorsa settimana, il 19 marzo il segretario di Stato americano Antony Blinken si è recato nelle Filippine per riaffermare i legami di sicurezza tra Washington e Manila. Il funzionario statunitense ha incontrato il segretario agli Affari Esteri filippino Enrique Manalo e il presidente Ferdinand Marcos Jr. Il mondo sa che la Cina sta violando «il diritto internazionale e i diritti delle Filippine» nel Mar cinese meridionale, ha detto Blinken.

Solo pochi giorni dopo queste parole c’è stato un nuovo scontro tra la guardia costiera cinese e una imbarcazione filippina, il 23 marzo. La cosa particolare è che per la prima volta l’incidente è stato documentato quasi per intero da una serie di video pubblicati dalla guardia costiera filippina e da Agence France-Presse. Le immagini, raccolte da Rappler, mostrano i tentativi di tre navi cinesi (due della guardia costiera e un peschereccio di supporto) di ostacolare il passaggio di una imbarcazione filippina verso la Sierra Madre, la nave da guerra incagliata volontariamente da Manila nel 1999 per utilizzarla come avamposto nell’atollo di Second Thomas (o Ayungin), alla quale stava portando rifornimenti. A un certo punto si vede come una nave della guardia costiera cinese abbia iniziato a sparare con dei cannoni ad acqua verso la nave filippina. Secondo le forze armate filippine, l’azione cinese ha causato «seri danni» all’imbarcazione e ferito 4 membri dell’equipaggio.

Per la Cina «l’incidente è stato causato interamente dalle Filippine», ha detto il portavoce del ministero della Difesa cinese, Wu Qian. Pechino rivendica la propria sovranità su quel tratto di Mar cinese meridionale, che il diritto internazionale riconosce però alle Filippine. Il ministero degli Esteri cinese ha invitato Manila a fermare le sue provocazioni per evitare un’escalation o altrimenti a «prepararsi a tutte le potenziali conseguenze» che ne deriverebbero. Il 19 marzo, nel corso di un’intervista a Bloomberg, Marcos ha dichiarato che le Filippine vogliono la «pace» e che il suo obiettivo è «fare di tutto» per evitare lo scontro con la Cina.

INDONESIA – LA VITTORIA (MUTILATA) DI PRABOWO

Ora è ufficiale. Prabowo Subianto sarà il prossimo presidente dell’Indonesia e subentrerà a Joko “Jokowi” Widodo il 20 ottobre. Come previsto, il 20 marzo la commissione elettorale indonesiana ha rilasciato i risultati ufficiali delle elezioni dello scorso 14 febbraio: Prabowo ha ottenuto il 58,59% delle preferenze, seguito da Anies Baswedan (24,95%) e da Ganjar Pranowo (16,47%). Per diventare presidente al primo turno gli serviva superare il 50% dei voti e vincere in almeno metà delle 38 province indonesiane. Prabowo ha vinto in 36 delle 38 province, arrivando dietro Anies solo ad Aceh e a Sumatra Occidentale, dove è più forte il sentimento islamico conservatore. Considerando anche il voto alle parlamentari, però, il suo non è stato un successo totale.

Solo 4 dei 9 partiti che sostenevano Prabowo hanno superato la soglia di sbarramento del 4%, cioè Gerindra (il suo partito, fermo al 13%), Golkar, Partito Democratico e Partito del Mandato Nazionale, che insieme contano il 43% dei voti. Per ottenere la maggioranza in parlamento a Prabowo servirà fare compromessi, allargare la coalizione. Intanto, Anies e Ganjar continuano a ritenere il voto “truccato” dai favoritismi di Jokowi. Secondo molti osservatori il presidente avrebbe sfruttato la sua posizione per agevolare la vittoria di Prabowo. Come riportato dall’Associated Press, il 23 marzo Ganjar ha presentato una petizione alla corte costituzionale per chiedere l’annullamento del voto e nuove elezioni.

BHUTAN – LA VISITA DI MODI, CON LA CINA SULLO SFONDO

Nonostante manchi meno di un mese all’inizio delle elezioni in India (che si terranno scaglionate dal 19 aprile al 1° giugno), il primo ministro indiano Narendra Modi non ha rinunciato a una visita di due giorni in Bhutan, il 22 e 23 marzo. La scelta del premier non rappresenta solo un segnale di forza in vista del voto, ma dimostra anche l’importanza strategica del Bhutan, paese da poco più di 700 mila abitanti incastonato tra Cina e India. Nuova Delhi e Thimphu sono storicamente connesse tra loro sia sul piano economico che culturale, ma negli ultimi anni Pechino sta aumentando la sua influenza sul paese (come su altri storici alleati regionali dell’India, dalle Maldive al Nepal) e questo sta preoccupando le autorità indiane. Il Bhutan è importante a causa della sua posizione geografica. Da tempo esiste infatti una disputa territoriale tra Thimphu e la Repubblica popolare (con cui non ha relazioni diplomatiche ufficiali) in merito alla demarcazione dei confini sull’Himalaya. Nel 2017, a seguito del tentativo cinese di costruire una strada sull’altopiano del Doklam – rivendicato dalla Cina ma parte del Bhutan –, l’esercito indiano e quello cinese sono rimasti in una situazione di stallo militare per 73 giorni, prima della ritirata delle forze armate di Pechino.

L’altopiano del Doklam è il punto in cui si incontrano i confini di Cina e India. Si tratta di una zona altamente strategica per Nuova Delhi, visto che si trova in prossimità del Corridoio di Siliguri, una porzione di territorio molto stretta (il famoso “Chicken’s Neck”, “collo di pollo”) che collega l’India nordorientale al resto del paese. Dal 2021 sono in corso dei negoziati tra Cina e Bhutan per risolvere le controversie sui confini e, secondo alcune indiscrezioni, Pechino avrebbe proposto a Thimphu di scambiare la regione del Doklam (situata nel Bhutan nordoccidentale) con altri territori che andrebbero ad allargare il territorio bhutanese nel nord-est dell’Himalaya. Per l’India si tratterebbe di un grosso problema strategico: se il Doklam passasse alla Cina, in caso di conflitto Pechino potrebbe tagliare con più facilità i collegamenti attraverso il Corridoio di Siliguri.

Anche se i colloqui tra Cina e Bhutan sono ben avviati, è difficile pensare che Thimphu non tenga conto «degli interessi e delle preoccupazioni di sicurezza dell’India», ha detto a Bloomberg l’analista Sana Hashmi. Modi comunque sembra non voler correre il rischio. Durante la sua visita il premier indiano ha promesso al Bhutan 1,2 miliardi di dollari in programmi di assistenza, rafforzando i legami commerciali, energetici e infrastrutturali tra i due paesi. A conferma degli ottimi rapporti tra le parti, Modi ha anche ricevuto dal re bhutanese Jigme Khesar Namgyel Wangchuck la più alta onorificenza civile del paese, cioè l’Ordine del Druk Gyalpo: è il primo capo di governo straniero a cui viene consegnata.

MYANMAR – IL CAOS

Il Myanmar è sempre più vicino al caos totale. Mentre sul fronte i ribelli avanzano in diverse zone del paese, il regime deve fare i conti anche con le reazioni rabbiose della popolazione alle operazioni di coscrizione legate alla legge sulla leva obbligatoria. Come riportato dall’Irrawaddy, si contano già vari casi di uccisioni dei funzionari addetti al reclutamento (oltre ai suicidi di alcuni ragazzi selezionati per la leva). Decine di amministratori locali hanno iniziato a dimettersi in massa. Dove il timore di venire ammazzati è meno presente, i funzionari si danno invece alle attività di estorsione. Per evitare la leva c’è chi paga anche 2 milioni di kyat (circa 900 euro): sono tanti soldi in un paese disastrato economicamente con più di 12 milioni di persone in stato di insicurezza alimentare. A tal proposito, la situazione nello Stato del Rakhine, dove da mesi vanno avanti i combattimenti tra l’esercito birmano e l’Arakan Army (AA), è al limite della sopportazione per gran parte dei residenti. Chi non è riuscito a scappare ora rischia di morire di fame, mentre l’esercito bombarda i villaggi, mina i terreni e taglia le comunicazioni per impedire l’avanzata dell’AA. Comunque, non sembra servire a molto. La scorsa settimana il regime ha perso il controllo di un’altra città, Rathedaung, e per diversi osservatori l’AA può marciare verso il capoluogo del Rakhine, Sittwe.

Per combattere la “sfortuna” e rovesciare le sorti sul campo di battaglia, il leader della giunta Min Aung Hlaing si sta affidando con sempre più frequenza ai rituali magici. Non si tratta di una novità, anzi, anche in anni recenti i leader birmani hanno spesso fatto affidamento sulla scaramanzia. Resta però un segnale abbastanza evidente dello stato in cui si trova il regime, che intanto continua a perdere terreno anche nello Stato Kachin e nello Stato Kayah. Il cessate il fuoco esiste solo nel nord dello Stato Shan: nel resto del Myanmar si continua a combattere e a morire come da tre anni a questa parte, è bene ricordarlo. Ultimamente sono anche aumentati gli appelli delle Nazioni Unite per porre fine al conflitto.

LINK DALL’ALTRA ASIA

Alcune notizie dalla Thailandia. Il ministro della Difesa, Sutin Klunsang, ha detto al Nikkei che il numero dei generali dell’esercito verrà ridotto di almeno 500 unità (sulle 2.000 totali) entro il 2027. Sarebbe una riforma importante. I dubbi sul progetto del “ponte di terra” per aggirare lo Stretto di Malacca, di Francesca Regalado. La principale azienda di costruzioni thailandese, fondata da un italiano e da un thailandese, è in crisi. Il comandante della polizia thailandese il suo vice sono stati sospesi perché indagati in un caso di scommesse illegali.

A Singapore è indagato il leader dell’opposizione, e capo del Partito dei Lavoratori, Pritam Singh. È accusato di aver mentito al parlamento. Non dovrebbe rischiare il carcere, ma la sua difesa toglierà tempo e risorse al partito in vista delle elezioni, in programma a novembre del 2025. Intanto per passare dalla Malaysia a Singapore basterà un QR Code (serve ancora il visto per fare il percorso inverso, però). Ne avevamo parlato qui.

L’ordine degli avvocati della Malaysia ha chiesto un riesame giudiziario della grazia parziale concessa all’ex premier, Najib Razak (ne avevamo parlato qui).

Vietnam e Laos hanno rafforzato la cooperazione di sicurezza.

I quattro paesi nei quali si è registrato il maggior livello di inquinamento atmosferico nel 2023 sono tutti parte “dell’Altra Asia”. In ordine: Bangladesh, Pakistan, India, Tagikistan. Il report di IQAir.

A cura di Francesco Mattogno