Pakistan Iran

L’Altra Asia – Dopo i missili, tra Pakistan e Iran torna la diplomazia

In Asia Meridionale, Sud Est Asiatico by Francesco Mattogno

La ricostruzione di cosa è successo tra Pakistan e Iran, che la scorsa settimana si sono bombardate a vicenda. I problemi giudiziari dei politici di Singapore e Thailandia, gli aggiornamenti dal Myanmar, le ultime mosse delle Filippine nel Mar cinese meridionale, lo stato di salute di Nguyen Phu Trong in Vietnam. Poi inquinamento e diplomazia nel Sud-Est asiatico. L’Altra Asia è una rubrica sui paesi meno raccontati del continente

Dopo due bombardamenti reciproci, una (quasi) rottura diplomatica e i timori internazionali di un’escalation, il 19 gennaio Iran e Pakistan hanno deciso di risolvere le proprie dispute ripartendo dal dialogo. La conferma di questo ritorno alla diplomazia è arrivata venerdì scorso quando, a seguito di una riunione con i vertici dell’esercito, il primo ministro ad interim pakistano Anwaar-ul-Haq Kakar ha espresso l’intenzione di riportare lo stato delle relazioni bilaterali con Teheran a com’erano prima del 16 gennaio, ovvero il giorno in cui la Repubblica islamica iraniana ha attaccato Sabz Koh, un piccolo villaggio nella provincia pakistana del Balochistan (Belucistan, in italiano).

Cos’è successo tra Pakistan e Iran?

La scorsa settimana l’Iran ha compiuto una serie di attacchi con droni e missili contro alcuni obiettivi militari fuori dai confini della Repubblica islamica. Il giorno prima di colpire il Pakistan, il 15 gennaio, Teheran aveva bombardato il Kurdistan iracheno e il nord della Siria. Gli attacchi sono arrivati a poco meno di due settimane dagli attentati che lo scorso 3 gennaio hanno ucciso più di 90 persone a Kerman, la città iraniana dove in quel momento in migliaia si erano riuniti per commemorare il generale Qasem Soleimani, assassinato il 3 gennaio 2020 da un attacco mirato degli Stati Uniti.

Secondo la maggior parte degli analisti le operazioni militari iraniane sono state principalmente un atto dimostrativo. Colpendo obiettivi facili, connessi ad alcuni dei suoi principali nemici, la Repubblica islamica ha cercato di mostrare alla sua opinione pubblica di aver fatto qualcosa per rafforzare la sicurezza interna del paese a seguito del peggior attentato della sua storia. L’attacco in Iraq, a Erbil, era indirizzato a una presunta spia del Mossad israeliano e ha ucciso lui e diversi membri della sua famiglia. In Siria il bersaglio erano alcune basi di una frangia dello Stato Islamico, che ha rivendicato l’attentato di Kerman, mentre in Pakistan i missili e droni iraniani hanno puntato due potenziali sedi del Jaish al-Adl, gruppo di militanti beluci sunniti che ha effettuato diversi attacchi in Iran. Il bombardamento a Sabz Koh ha ucciso un bambino di 11 anni e una bambina di 6.

Al contrario di Iraq e Siria, però, la risposta del Pakistan non è stata solo diplomatica. Dopo l’attacco (che ha definito “completamente inaccettabile”) Islamabad ha immediatamente richiamato il proprio ambasciatore a Teheran e invitato l’omologo iraniano, in quel momento in Iran, a non fare ritorno nella capitale pakistana. Poi, il 18 gennaio, ha bombardato a sua volta sette punti diversi attorno la città di Saravan, nella provincia iraniana del Sistan e Baluchestan, uccidendo 9 persone (tra cui 4 minori). Il ministero dell’Interno iraniano ha detto che le vittime erano tutte di nazionalità pakistana.

Si è trattato di un attacco storico. Nessuno aveva mai violato lo spazio aereo iraniano dalla fine della guerra tra la Repubblica islamica e l'Iraq (1980-1988). Secondo Islamabad è stata una risposta proporzionata: Saravan, così come Sbaz Koh, si trova a circa 50 km dal confine che separa Iran e Pakistan, in uno spazio che l'esercito pakistano ha definito “non governato”. Il bersaglio erano alcune sedi del Balochistan Liberation Front (BLF) e del Balochistan Liberation Army (BLA), ovvero i due più grandi gruppi separatisti che operano nel Balochistan pakistano, da sempre in guerra con il governo centrale. Come ha scritto Giuliano Battiston sul Manifesto, BLF, BLA e lo stesso Jaish al-Adl “fanno parte dell’ampia e frammentata galassia separatista dei beluci, di cui sono solo l'ultima espressione militare”.

Il Balochistan è infatti una regione enorme, con una popolazione dal forte sentimento identitario, che si trova frammentata in tre paesi: Iran, Afghanistan e Pakistan, del quale è la provincia più estesa (e più povera) occupando da sola il 44% circa del territorio nazionale. Le istanze nazionaliste e indipendentiste beluci – che accusano Islamabad di sfruttare le risorse naturali del territorio per poi indirizzare la ricchezza verso il centro del paese – hanno caratterizzato la storia del Pakistan fin dal 1948, e in più fasi si sono tradotte in atti di violenza e terrorismo che i vari governi pakistani hanno sempre represso molto duramente, colpendo anche innocenti e attivisti pacifici.

Il confine tra Iran e Pakistan divide proprio la regione storica del Balochistan ed è lungo 900 km. Si tratta di un'area prevalentemente desertica e montuosa, con infrastrutture scarse e pochi collegamenti. È di conseguenza un territorio difficile da controllare, per questo sede di diverse organizzazioni terroristiche. Teheran e Islamabad si accusano a vicenda da decenni di non fare abbastanza per impedire alle milizie (anti-iraniane da un lato e anti-pakistane dall'altro) di attraversare il confine e compiere attacchi armati. La questione, scrive Dawn, rappresenta uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo delle relazioni bilaterali, che però erano in miglioramento.

L'attacco iraniano a Sabz Koh ha sorpreso anche perché è arrivato poche ore dopo l'incontro a Davos tra il premier pakistano Kakar e il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian. Il 16 gennaio Iran e Pakistan avevano inoltre tenuto delle esercitazioni militari congiunte nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz. A seguito del contro-bombardamento pakistano su Saravan il ministero degli Esteri iraniano ha protestato, ma ha anche cercato di non alzare i toni dichiarando che “non saranno i nemici a rovinare le relazioni amichevoli e fraterne” tra Teheran e Islamabad. Stessa retorica, quella della “fratellanza islamica”, usata anche dal Pakistan.

Subito dopo l'attacco sia il ministero degli Esteri pakistano che l'esercito hanno detto di non volere un'ulteriore escalation, chiamando il vicino al "dialogo" e alla "cooperazione". L'Iran ha accolto la richiesta e il 19 gennaio si è tenuto un colloquio tra i rispettivi ministri degli Esteri, con il quale le parti hanno deciso di ripristinare le normali relazioni diplomatiche bilaterali, facendo tornare gli ambasciatori alle rispettive missioni. Con le elezioni alle porte (8 febbraio), l'economia in crisi e le fortissime tensioni politiche interne, in questo momento il Pakistan non poteva rischiare di iniziare una guerra.

Nonostante il rischio di tensioni future resti una possibilità concreta, l'esercito pakistano può dirsi soddisfatto di come ha gestito la vicenda. Rispondendo all'attacco iraniano, Islamabad si è di fatto protetta da eventuali violazioni di sovranità future – ora Teheran sa che avrebbero delle conseguenze -, colpendo nel frattempo alcuni dei suoi nemici e guadagnandosi il plauso sia di tutti i leader politici che dell'opinione pubblica. Un successo, dunque. Salvo per gli innocenti che hanno perso la vita.

SINGAPORE - SI DIMETTE IL MINISTRO DEI TRASPORTI, ACCUSATO DI CORRUZIONE

Giovedì 18 gennaio Subramaniam Iswaran, ormai ex ministro dei Trasporti di Singapore, si è presentato davanti al tribunale statale della città-stato per conoscere l'esito dell'indagine a suo carico da parte dell'Ufficio investigativo sulle pratiche corruttive. Risultato: i capi d'accusa avanzati contro di lui sono 27, di cui due per corruzione, uno per ostruzione alla giustizia e 24 per aver ricevuto oggetti di valore durante il suo mandato governativo. Con una lettera indirizzata al primo ministro Lee Hsien Loong, Iswaran (che si dichiara innocente) si è immediatamente dimesso da ministro.

A luglio il politico era stato arrestato, e poi rilasciato su cauzione, insieme al miliardario singaporiano Ong Beng Seng, che detiene i diritti del Gran Premio di Formula 1 di Singapore (se la Formula 1 corre nella città-stato dal 2008 gran parte del merito è proprio di loro due). Iswaran è accusato di aver ricevuto negli anni da Ong una serie di favori – biglietti per gare, partite di calcio, spettacoli – dal valore di diverse decine di migliaia di dollari, aiutando in cambio le attività commerciali dell'imprenditore grazie al suo ruolo nel governo. Ma il caso è più complesso di così e coinvolge anche l'ex proprietario della società che controlla la Formula 1, Bernie Ecclestone.

È raro che un politico a Singapore sia accusato di atti illeciti: l'ultima indagine per corruzione di un ministro risaliva al 1986. Eppure negli ultimi mesi il Partito Popolare d'Azione (PAP), che governa ininterrottamente a Singapore fin dall'indipendenza del 1965 e che ha sempre fatto dell'integrità un marchio di fabbrica, è stato al centro di una serie di scandali. Ci si chiede se questo cambierà qualcosa in vista delle elezioni del 2025, che il partito affronterà probabilmente con una nuova generazione di leader. A novembre Lee dovrebbe dimettersi da premier e lasciare il testimone all'attuale ministro delle finanze e suo vice, Lawrence Wong.

Intanto i ministeri degli Interni e della Giustizia, presieduti dallo stesso ministro (Kasiviswanathan Shanmugam), hanno presentato un disegno di legge che prevede la possibilità di lasciare in carcere per un periodo di tempo indeterminato le persone detenute per crimini gravi – come omicidio o stupro – anche dopo il termine della pena prevista dalla sentenza di condanna. Il rilascio potrebbe così avvenire solo su ordine del ministro degli Interni. Sarebbe un nuovo colpo per il principio della separazione dei poteri a Singapore, spiega la giornalista Kirsten Han.

THAILANDIA - CONDANNE E ASSOLUZIONI

A proposito di casi giudiziari, il 18 gennaio una corte d'appello thailandese ha condannato un attivista a 50 anni per lesa maestà (aggiungendo altri 22 anni a quanto previsto dalla sentenza di primo grado) in quanto colpevole di aver scritto 25 post sui social ritenuti diffamatori nei confronti della corona. L'uomo, uscito su cauzione, è così la persona che ha ricevuto la condanna più pesante per aver violato il famigerato articolo 112 del codice penale thailandese. Ma non è il solo. Dalle manifestazioni del 2020, l'uso strumentale della legge sulla lesa maestà ha portato all'incriminazione di oltre 250 attivisti. La scorsa settimana è stato condannato a 8 anni anche un avvocato per i diritti umani.

Per i 32 membri dell'Alleanza Popolare per la Democrazia (PAD) – cioè le camicie gialle, il movimento pro-monarchia contrario ai governi del partito degli Shinawatra – che nel 2008 hanno assediato per giorni i due aeroporti internazionali di Bangkok sono arrivate invece altrettante assoluzioni. Solo 13 di loro sono stati sanzionati con una multa da 20.000 baht (circa 500 euro). E Thaksin Shinawatra potrebbe già uscire (dall'ospedale) in libertà vigilata. Sui due pesi e due misure del sistema giudiziario Thailandese, un articolo del Thai Enquirer. Il 24 gennaio si attende la sentenza della corte costituzionale che potrebbe squalificare dal parlamento l'ex leader del Move Forward, Pita Limjaroenrat.

Nel frattempo il premier Srettha Thavisin è andato al World Economic Forum di Davos alla ricerca di investimenti per dare slancio all'economia thailandese. Ha promosso in particolare il suo progetto di un “ponte di terra”, cioè la creazione di una via alternativa allo Stretto di Malacca che attraverserebbe la Thailandia (spiega tutto lo stesso Srettha in questo articolo che ha scritto per il Nikkei), ma tra le altre cose ha anche proposto di istituire "un'ASEAN senza confini”. L'idea è rendere gli spostamenti tra i membri dell'Associazione delle Nazioni Sud-Est Asiatico come quelli tra i paesi parte dell'accordo di Schengen, in Europa.

MYANMAR - GLI AGGIORNAMENTI DAL CONFLITTO

In Myanmar il Kachin Independent Army (KIA) ha abbattuto un aereo militare dell'esercito, il 16 gennaio. È il secondo jet a essere stato distrutto dai ribelli dall'inizio della guerra civile. Mentre si continua a combattere quasi ovunque (qui qualche mappa dell'Irrawaddy che mostra le città che ha perso il regime negli ultimi mesi), il cessate il fuoco nel nord dello Stato Shan sembra reggere. La Three Brotherhood Alliance (3BHA) dice di dover rispettare l'accordo – probabilmente per le pressioni cinesi -, ma nel frattempo accusa la giunta di violarne regolarmente i termini. Su Frontier, un articolo sull'opposizione interna a Min Aung Hlaing, che pare sempre più debole.

Secondo il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), nel 2023 il Myanmar è stato il secondo paese nel mondo ad aver incarcerato più reporter (43). Prima la Cina con 44, quinto il Vietnam con 19.

VIETNAM - LO STATO DI SALUTE DI NGUYEN PHU TRONG

Lo scorso 15 gennaio è ricomparso Nguyen Phu Trong, il segretario generale del Partito Comunista del Vietnam (PCV). Per giorni, prima che partecipasse a una sessione dell'Assemblea Nazionale vietnamita, era girata voce che stesse molto male (il 12 gennaio Bloomberg aveva riportato la notizia del suo ricovero in ospedale). Secondo un testimone di Reuters il segretario generale ha comunque lasciato molto presto l'Assemblea, ed è stato aiutato a uscire dai suoi assistenti. Trong (79 anni) è al suo terzo mandato consecutivo da segretario generale del PCV, una possibilità teoricamente non prevista dallo statuto del partito, che il 3 febbraio festeggerà il 94° anniversario dalla sua fondazione.

FILIPPINE - IMPEGNO PER UN MAGGIOR DIALOGO CON LA CINA SUL MAR CINESE MERIDIONALE

Il 17 gennaio la sottosegretaria agli Esteri, Maria Theresa Lazaro, ha incontrato l'assistente del ministro degli Esteri cinese Nong Rong a Shanghai, per l'8° Meccanismo di consultazione bilaterale sul Mar cinese meridionale. Le parti si sono impegnate a migliorare le comunicazioni per quanto riguarda le questioni sul mare che Pechino rivendica quasi nella sua interezza, e in cui negli ultimi mesi si sono verificati diversi incidenti tra navi cinesi e filippine. Solo pochi giorni prima dell'incontro il comandante dell'esercito filippino, Romeo Brawner, aveva dichiarato che Manila ha intenzione di costruire delle infrastrutture su tutti e nove i territori di cui dispone nel Mar cinese meridionale, così da rafforzare la sovranità del paese sulla propria Zona Economica Esclusiva, che la Cina per gran parte non riconosce. Nel weekend è poi circolato un video di un altro confronto tra la guardia costiera cinese e un peschereccio filippino, probabilmente avvenuto il 12 gennaio.

Sempre sul fronte della Difesa, Filippine e Giappone potrebbero firmare entro marzo un accordo per dispiegare le proprie truppe sul territorio dell'altro. A novembre il presidente filippino Ferdinand Marcos Jr. aveva detto che Manila condivide con Tokyo “le stesse preoccupazioni in materia di sicurezza”.

SUD-EST ASIATICO - INQUINAMENTO E DIPLOMAZIA

È stata una settimana molto negativa per la qualità dell'aria nel Sud-Est asiatico, in particolare in Thailandia e Vietnam. In questo periodo dell'anno nelle campagne thailandesi e dei paesi vicini si bruciano i residui delle coltivazioni, e buona parte dell'elevata concentrazione di polveri sottili è data dal fumo che viene trasportato dal vento nelle città. Il 17 gennaio il parlamento thailandese ha avviato il processo per scrivere una legge volta a garantire una migliore qualità dell'aria, ma servirà tempo. Intanto dal 7 febbraio Thailandia e Cambogia lavoreranno insieme per cercare di ridurre l'inquinamento da fumo transfrontaliero.

A proposito di Cambogia, la scorsa settimana il primo ministro Hun Manet ha visitato la Francia e incontrato il presidente francese Emmanuel Macron. Phnom Penh e Parigi hanno elevato le proprie relazioni diplomatiche al rango di partenariato strategico.

ALCUNI LINK DALL'ALTRA ASIA

In Kirghizistan il 15 e 16 gennaio sono stati interrogati diversi giornalisti, in quello che sembra un tentativo di intimidire i media critici nei confronti del governo. L'articolo del Diplomat.

Anche lo Sri Lanka ha partecipato alle operazioni americane nel Mar Rosso contro gli Houthi, tra le critiche interne. A cui il presidente Ranil Wickremesinghe ha risposto così.

In Bangladesh nel 2023 si è registrato il record di morti in un anno causati dalla dengue, malattia provocata da un virus trasmesso dalle zanzare. Ne parla qui il Guardian.

A cura di Francesco Mattogno