Taiwan Files – Han Kuo-yu del Guomindang alla guida dello Yuan legislativo

In Taiwan Files by Lorenzo Lamperti

I nuovi equilibri in parlamento complicano le letture semplicistiche del voto del 13 gennaio. Reazioni alle urne e manovre di Taipei, Pechino e Washington. Tsai all’isola di Taiping? Una questione politica e identitaria. Tuvalu molla Taipei? Macchine taiwanesi per le armi russe. Il dossier energia. Microchip. Addio al nonno arcobaleno. La rassegna di Lorenzo Lamperti con notizie e analisi da Taipei (e dintorni)

Il 1° febbraio è iniziata la nuova legislatura c0n l’insediamento dello Yuan legislativo, il parlamento unicamerale della Repubblica di Cina (Taiwan). Il primo passaggio è stato la nomina del suo presidente. La vittoria di Han Kuo-yu complica le tante letture semplicistiche della stampa internazionale post elezioni del 13 gennaio. Come sappiamo, le presidenziali sono state vinte da Lai Ching-te del Partito progressista democratico (DPP), ma alle legislative il partito al potere dal 2016 ha perso la maggioranza. Il Guomindang (GMD) principale partito d’opposizione, ha ottenuto la maggioranza relativa. Qui lo speciale dedicato al risultato e all’analisi del voto.

Dei 113 seggi nella legislatura, il GMD ne ha 52, mentre il DPP al potere ne ha 51, il Taiwan People’s Party (TPP) di Ko Wen-je 8. A completare il quadro, 2 deputati indipendenti. Han ha vinto al secondo turno ottenendo 54 voti, contro i 51 del candidato del DPP, You Si-kun, presidente dello Yuan legislativo uscente. Ciò significa che per Han hanno votato sia i 52 deputati del GMD sia i 2 indipendenti.

Non avendo nessuno dei due partiti la maggioranza assoluta, c’era bisogno di passare per il TPP, l’inedito terzo incomodo delle elezioni di gennaio. Con una ormai lunga storia di accordi raggiunti e stracciati, Ko ha giocato un ruolo decisivo. L’ex sindaco di Taipei ha tenuto su di sé l’attenzione per giorni, trattando sia col DPP sia col GMD, utilizzando in maniera strategica la figura di Huang Kuo-chang, ex esponente del New Power Party (il partito espressione del Movimento dei Girasoli rimasto escluso dal nuovo Yuan). Mercoledì 31 gennaio, a 24 ore dal voto in aula, ha annunciato in conferenza stampa la candidatura di Huang Shan-shan, sua ex vicesindaca a Taipei. Al di là del risultato, stavolta una mossa (dopo il caos durante la campagna elettorale per le presidenziali con l’accordo raggiunto e poi stracciato col GMD) dall’alto valore strategico. Ko ha infatti dato una possibilità sia a DPP sia a GMD senza però appiattirsi su nessuno dei due. Al DPP ha dato la possibilità di ripiegare su Huang ed evitare così una presidenza di Han, descritta dal partito di Lai come un male assoluto. Allo stesso tempo, annunciando l’uscita dall’aula in caso si fosse andati al secondo turno, Ko ha di fatto consegnato la vittoria al GMD qualora appunto il DPP non avesse deciso di appoggiare la sua candidata.

Esito finale: il DPP ha deciso di restare sul suo nome e al secondo turno ha vinto Han del GMD. Le ragioni del DPP? Si fa filtrare la volontà di non consegnare al partito di Ko un posto di copertina per i prossimi 4 anni. Calcolo che rischia di essere sbagliato, visto che la soluzione finale consente a Ko di insistere sulla sua retorica che già gli ha consentito di attrarre il consenso dell’elettorato più giovane. Da opposizione senza ruoli apicali, potrà sempre criticare i due partiti tradizionali alla guida di esecutivo e legislativo. Soprattutto, può mantenere un’identità chiaramente separata rispetto ai due partiti tradizionali. Qualità mancata ai precedenti esperimenti di “terza via” della politica taiwanese.

Tornando a Han. Si tratta dell’ex sindaco di Kaohsiung, capace nel 2018 di conquistare alle elezioni locali la guida della seconda città di Taiwan e suo principale porto, tradizionale feudo del DPP e sede di alcune delle più vigorose proteste contro l’era del partito unico del GMD negli anni Settanta e Ottanta. Han, emerso grazie a toni molto populisti, si era poi candidato alle elezioni presidenziali del 2020, venendo sconfitto dalla presidente uscente Tsai Ing-wen, favorita anche dalle proteste di massa di Hong Kong e dalla loro successiva dura repressione che spostò il voto (in quel caso sì, non come per le ultime elezioni) sulla questione identitaria e rapporti intrastretto.  Favorendo dunque il DPP che si oppone più chiaramente non solo a un paese, due sistemi (il modello di Hong Kong mai accettato nemmeno dal GMD) ma anche al “consenso del 1992” e dunque al principio della “unica Cina”. 

Han venne poi rimosso nel giugno del 2020 con un voto pubblico, ma lui è rimasto a galla e si è rilanciato a cavallo tra fine 2022 e inizio 2023. Più che lecito aspettarsi un’opposizione dura e aggressiva: il GMD lo chiama il suo “super guerriero”. Per certi versi, il DPP potrebbe anche pensare che Han possa rappresentare un buon parafulmine di fronte all’azzoppata presidenza Lai (al via il 20 maggio). Allo stesso tempo, il DPP insiste molto sul possibile ostruzionismo di Han, paventando possibili conseguenze sul budget di difesa, ma la sensazione è che a poter cambiare sarà l’approccio ad altri temi, a partire dalla proiezione esterna.

Il presidente dello Yuan ha un ruolo importante nei rapporti internazionali, seppur non ufficiali (lo ha ricordato lo stesso You in un’intervista al Nikkei). E ha anche un ruolo sulla Taiwan Foundation for Democracy, su cui il DPP ha insistito molto negli ultimi anni per posizionare con decisione Taipei in un certo schema di rapporti internazionali. Han, come il GMD, chiede il riavvio del dialogo con Pechino. Nelle prime parole da presidente dello Yuan, Han ha comunque garantito che lavorerà con tutti i membri del parlamento per rafforzare la cooperazione con le “democrazie intorno al mondo”.

Il suo vice sarà Chiang Qichen, che ha vinto l’elezione per il numero due dello Yuan con le stesse identiche dinamiche di Han. Chiang è uno dei volti più giovani e moderati del GMD. Chiang ha guidato il partito ad interim dopo la batosta alle elezioni del 2020 e aveva anche avviato un processo di riforma interna, interrotto poi dalla restaurazione di Chu Li-luan, che ha ripreso la guida del GMD nel settembre 2021 (allora lo avevo raccontato qui). Così come accade nel DPP tra Lai e la vicepresidente eletta Hsiao Bi-khim (figura più moderata e in linea con Tsai), anche in questo caso il numero due è una sorta di “garanzia” di bilanciamento.

Hanno prestato giuramento anche tutti gli altri deputati, dal più anziano Ker Chien-ming (al decimo mandato) all’esordiente Huang Jie, la più giovane della legislatura con soli 31 anni e prima deputata dichiaratamente gay a venire eletta (nei prossimi giorni pubblicherò un’intervista proprio a Huang). Tra i 113 deputati, 47 sono donne (42%) e 66 uomini (58%). Rimasta fuori invece la prima candidata trans.

Tra le prime mosse, GMD e TPP propongono una legge che creerebbe un sistema di voto per corrispondenza per Taiwan. Attualmente, la legge di Taiwan richiede che gli elettori debbano votare nei seggi elettorali più vicini alla registrazione della loro famiglia. Ciò spesso richiede agli elettori di viaggiare attraverso l’isola o di rientrare dall’estero il giorno delle elezioni per esprimere il proprio voto.

Il post elezioni: reazioni e analisi

Primo passaggio di una nave statunitense sullo Stretto e prima delegazione del Congresso bipartisan a Taipei dopo le elezioni. Pechino si lamenta e ha reagito aumentando le manovre di jet e navi sullo Stretto, ma fin qui senza alzare troppo la pressione né mettere in scena reazioni esagerate alle urne. Taiwan è stata comunque al centro dell’incontro tra Jack Sullivan e Wang Yi a Bangkok. Ne ho scritto qui.

La risposta in larga parte cauta della Cina continentale alla vittoria del presidente eletto di Taiwan Lai segnala ciò che alcuni analisti vedono come l’inizio di un periodo di disagio quattro mesi prima che entri in carica, con Pechino che potrebbe procedere con cautela prima di allora.

“Il lavoro del Fronte unito dovrebbe rafforzare le forze patriottiche unite a Taiwan e opporsi agli atti separatisti delle forze di indipendenza di Taiwan”, ha affermato Xi Jinping, segretario generale del Comitato centrale del Partito comunista cinese (PCC), in un articolo pubblicato sulla rivista Qiushi.

Il ministero della Sicurezza di Stato ha criticato il DPP per aver diffuso voci su interferenze elettorali e ha avvertito in un articolo su WeChat che la legge anti-secessione è “una spada affilata che pende sulle teste dei secessionisti di Taiwan”, affermando che la spada prende di mira solo i “secessionisti” invece che i “compatrioti” di Taiwan, al fine di salvaguardare la sovranità e l’integrità territoriale della Cina. Ennesimo messaggio che cerca di fare leva su un risultato elettorale, che come detto sin dall’inizio, offre in realtà dei lati positivi (da capire se reali o solo supposti) per Pechino, che comunque scorge qualche opportunità dalla frammentazione tra potere esecutivo e potere legislativo.

Il China Daily avverte invece delle possibili ritorsioni commerciali a causa della vittoria del DPP, ma secondo l’Economist ritorsioni troppo dure potrebbero essere un boomerang. Quasi la metà delle aziende intervistate dalla Camera di commercio americana (AmCham) a Taiwan considera le preoccupazioni geopolitiche un deterrente all’espansione o agli investimenti nell’isola, ma tale numero è notevolmente diminuito anche se permangono le tensioni con la Cina.

Attenzione anche all’aspetto “normativo“, con il principio della “unica Cina” e la rievocazione storica della risoluzione che ha concesso il seggio delle Nazioni Unite alla Repubblica Popolare che troveranno sempre più spazio nella retorica di Pechino.

Polemiche invece tra le due sponde per il cambio di rotta di un volo civile operato dalla Cina continentale, che secondo Taipei si avvicina troppo alla “linea mediana” sullo Stretto.

Qui un’analisi da Taipei, qui e qui invece diverse opinioni dalla Cina continentale, qui China Media Project mette insieme le due prospettive. Qui il voto taiwanese visto dai netizen cinesi. Qui un racconto delle prospettive dei cinesi continentali dal Fujian, esattamente di fronte allo Stretto di Taiwan.

Qui, qui e qui altre analisi sull’impatto dell’esito del voto e il suo impatto sulle relazioni intrastretto e le dinamiche delle relazioni tra Pechino e Washington. In molti casi, le prospettive sono quelle esposte nelle scorse puntate di Taiwan Files. Per il New York Times, la vittoria di Lai allontana sempre di più una possibile “riunificazione pacifica”, mentre il Nikkei immagina come particolarmente temuta in Cina l’eventuale combinazione tra Lai e Donald Trump bis alla Casa Bianca. In realtà, le esternazioni di Trump su Taiwan pongono più di un interrogativo sulla sua eventuale postura. Qui un quadro degli esperti statunitensi e taiwanesi sui possibili scenari: emerge che molti credono possibile un blocco navale, molto meno un’invasione.

Qui un quadro dei taiwanesi che si preparano a un possibile confronto militare (per la verità, sono ancora in pochissimi). Intanto, il primo gruppo di nuove reclute ha iniziato a prestare il servizio militare obbligatorio di un anno a Taiwan, dopo che il periodo di coscrizione è stato esteso da quattro mesi a causa delle preoccupazioni del governo per le tensioni militari.

Polemiche a Taiwan per la partecipazione di un giornalista della tv di Stato cinese CCTV a un programma taiwanese.

Tsai all’isola di Taiping? Una questione politica e identitaria

L’amministrazione della guardia costiera ha confermato che è stato completato un progetto di dragaggio per consentire alle navi più grandi di attraccare in un molo che serve l’isola di Taiping, nel Mar Cinese meridionale, controllata da Taiwan. Tuttavia, la Guardia Costiera non ha risposto quando è stato chiesto se Tsai avrebbe presieduto una cerimonia di apertura prevista per il molo rinnovato. Il progetto da 1,7 miliardi di dollari NT (54,4 milioni di dollari USA) per dragare i sedimenti e approfondire i canali di navigazione consentirà alle navi da 4.000 tonnellate di effettuare pattugliamenti di routine nelle acque intorno a Taiping.

Non lo ricordano in molti, ma l’isola più grande tra Spratly e Paracelso (gli arcipelaghi contesi nel mar Cinese meridionale tra Cina, Filippi e e Vietnam) è in realtà proprio quella di Taiping. La vicenda ora è diventata motivo di scontro politico, visto che l’opposizione chiede alla presidente uscente Tsai di andare a Taiping per l’inaugurazione. Lei nicchia, perché il DPP da sempre non vede di buon occhio le rivendicazioni territoriali frutto della costituzione della Repubblica di Cina (nome con cui Taiwan è indipendente de facto). Andare a Taiping, agli occhi del DPP, significherebbe riconoscere che Taiwan fa parte della Cina. Ma per il GMD (dialogante con Pechino) si tratta di un obbligo costituzionale.

Prima delle festività del capodanno lunare, l’aeronautica di Taiwan ha mostrato i suoi cacciatori di sottomarini e gli aerei di allerta e controllo, dimostrando come sorveglia i cieli e le acque intorno all’isola. Effettuate anche nuove esercitazioni che facevano fronte a uno scenario in cui un’esercitazione militare di Pechino si trasforma in attacco.

Nel 2020 avevo scritto per ISPI un commentary sulla postura taiwanese sul mar Cinese meridionale. Si trova qui.

Tuvalu segue Nauru e molla Taipei?

Il leader pro-Taiwan della nazione di Tuvalu, nelle isole del Pacifico, Kausea Natano, ha perso il suo seggio secondo i risultati elettorali. Il voto è seguito da vicino da Taiwan, Cina e Stati Uniti, tra le speculazioni che la micronazione potrebbe essere pronta a trasferire il riconoscimento diplomatico a Pechino.  Tuvalu, con una popolazione di circa 11.200 abitanti distribuita su nove isole, è uno dei tre alleati rimasti di Taiwan nel Pacifico, dopo che Nauru ha tagliato i legami il 15 gennaio ed è passato a Pechino, che aveva promesso maggiori aiuti allo sviluppo.

La questione energetica

Non solo, e non tanto, il budget di difesa. Ma anche e soprattutto le politiche energetiche. Il risultato delle elezioni di Taiwan del 13 gennaio, più frammentato di quanto potrebbe sembrare a prima vista, pone alcune incognite sulla futura direzione di Taipei.

Una materia su cui si palesano concrete possibilità di scontro e divergenze è quella dell’energia. D’altronde, già in campagna elettorale se n’è parlato molto ed è un tema che ha spesso suscitato l’interesse popolare più di quello delle relazioni intrastretto. Lai ha confermato tutti gli obiettivi fissati dal governo della presidente uscente Tsai Ing-wen, sua compagna di partito. L’intenzione dichiarata è quella di raggiungere un mix energetico composto per il cinquanta per cento da gas naturale, per il venti per cento da carbone e per il trenta per cento da fonti rinnovabili entro il 2030.

Taiwan principale fonte di macchine di alta precisione per l’industria degli armamenti russa

Nonostante la sua posizione pubblicamente filo-ucraina, Taiwan è diventata il più importante fornitore russo di macchine per la lavorazione dei metalli ad alta precisione, ha scoperto The Insider nell’ambito di un’indagine congiunta condotta con il quotidiano taiwanese The Reporter. Dopo l’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, i produttori di macchine utensili tedeschi, giapponesi e svizzeri hanno tutti abbandonato il mercato russo e i sostituti cinesi si sono rivelati di qualità inferiore. Tuttavia, da allora i centri di lavoro, i torni e le macchine a scarica elettrica taiwanesi hanno colmato il divario, soddisfacendo le esigenze del complesso militare-industriale russo. La tecnologia taiwanese si è rivelata indispensabile nella produzione di micce, armi di precisione e altro hardware militare russo. Le sanzioni imposte dal governo taiwanese non hanno posto rimedio a questa situazione, poiché le stesse macchine utensili vengono spedite in Russia attraverso paesi terzi, compresa la Turchia. E in alcuni casi, i macchinari critici non sono affatto soggetti a restrizioni.

Microchip

Taiwan Semiconductor Manufacturing Co. (TSMC), il più grande produttore di chip a contratto al mondo, ha dichiarato che tornerà a crescere in modo netto nel 2024 dopo un crollo nel 2023, con previsioni di vendita in crescita di oltre il 20% rispetto all’anno scorso.

Il presidente Mark Liu ha dichiarato che l’espansione all’estero della società sta procedendo come previsto con l’apertura di uno stabilimento di wafer a Kumamoto, in Giappone, il 24 febbraio. Lo stabilimento di Kumamoto, la cui produzione commerciale inizierà nel quarto trimestre di quest’anno, si concentrerà sullo sviluppo di processi speciali e sul lancio di chip realizzati sui processi maturi a 12 nm, 16 nm, 22 nm e 28 nm, ha affermato Liu in una conferenza degli investitori.

L’amministratore delegato di Nvidia Corp. Jensen Huang (reduce dal primo viaggio in Cina continentale dopo 4 anni) ha incontrato il suo omologo presso la TSMC  per discutere dei vincoli di fornitura di chip di intelligenza artificiale, una grande sfida al boom del settore iniziato nel 2023. I capi delle due aziende di chip si sono incontrati a Taipei durante una cena per discutere il ruolo dell’azienda taiwanese come produttore dei chip Nvidia che ora alimentano la maggior parte dei sistemi di formazione generativa con intelligenza artificiale in tutto il mondo, ha detto Huang ai giornalisti a Taipei. Anche il fondatore di TSMC e figura di spicco del settore Morris Chang si è unito alla cena di Huang con il CEO C. C. Wei.

Prima di diventare un colosso dei chip, Taiwan era il centro della produzione di Barbie, rievoca invece Focus Taiwan.

Addio al “nonno arcobaleno”

Huang Yung-fu, il “nonno arcobaleno” di Taiwan è morto. Aveva appena compiuto cento anni ed era diventato una celebrità negli ultimi anni, quando ha salvato dalla demolizione il villaggio militare in cui viveva da 70 anni. In che modo? Dipingendolo da capo a piedi. Una storia davvero incredibile, esemplificativa delle tante sfaccettature della vicenda taiwanese.

Huang nasce il 16 gennaio 1924 nel Guangdong, allora provincia della Repubblica di Cina guidata dal Kuomintang. Combatte prima i giapponesi durante la Seconda guerra mondiale e poi i comunisti di Mao Zedong durante la guerra civile. Dopo il ripiegamento a Taiwan di Chiang Kai-shek, resta per diversi anni in prima linea, all’avamposto di Kinmen preso di mira da Pechino durante le prime due crisi dello Stretto negli anni Cinquanta. Poi, si sposta sull’isola principale di Taiwan. Per la precisione a Taichung, città che si trova sulla costa occidentale dell’isola. Qui vive, come tantissimi altri cinesi continentali, nelle abitazioni (teoricamente) temporanee fatte costruire da Chiang: si tratta di quei villaggi di guarnigione dove vivono i militari e le loro famiglie. Sono ecosistemi urbani chiusi e autosufficienti con all’interno negozi, uffici e scuole. Quasi dei corpi estranei planati sul territorio taiwanese: piccole isole all’interno di un’isola più grande. Gli scambi coi taiwanesi locali sono ridottissimi.

Piano piano, però, cambia tutto. Più passa il tempo e più gli abitanti dei villaggi militari capiscono che non si tratta di una sistemazione temporanea nell’attesa di riattraversare lo Stretto, come gli era stato promesso. I villaggi militari vengono piano piano abbandonati, i cinesi continentali e i loro figli si trasferiscono all’estero oppure si “mischiano” con la società taiwanese. Il sogno della riconquista del continente è finito, i rapporti con Pechino si “normalizzano”, pur restando tuttora tesi a livello politico e militare.

Huang però non se ne va, anche quando delle 1200 casette iniziali ne sono rimaste alcune decine. Le autorità locali erodono lo spazio di quel luogo ormai fatiscente e si avvicinano le gru. Huang, già quasi novantenne, inizia allora a dipingere. Prima la sagoma di un uccellino all’interno della sua casetta, poi via via ogni centimetro di muro e parete dell’intero villaggio. Animali, maschere, soldati: tutti rigorosamente sorridenti. Un gruppo di volontari ha cominciato ad aiutarlo a ripassare gli sgargianti colori dei disegni. Dopo una battaglia legale con le autorità è riuscito a salvare quel luogo dalla demolizione, facendolo peraltro diventare uno dei più fotografati e condivisi sui social, ribattezzato “Rainbow Village”, cioè villaggio arcobaleno.

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Il 90% dei taiwanesi ha contratto il Covid

Almeno il 90% della popolazione di Taiwan ha probabilmente contratto il Covid-19, ha detto il Centro per il controllo delle malattie (CDC), citando uno studio sulla sieroprevalenza dello scorso anno che ha esaminato la prevalenza della malattia e il recente picco di casi. Nonostante quanto emerso all’esterno, la maggior parte dei taiwanesi è stata tutt’altro che soddisfatta della gestione Covid del governo.

Di Lorenzo Lamperti

Taiwan Files –Lo speciale sulle elezioni 2024

Intervista a Ma Ying-jeou

Intervista ad Audrey Tang

Reportage da Kinmen

Reportage dalle isole Matsu