Elezioni Toscana: La destra della Meloni punta sulla Sinofobia

5000 cognomi per un miliardo e mezzo di persone. Per essere precisi, si stima che in Cina bastino appena 100 caratteri per nominare più di un miliardo di abitanti.
Li, Wang, Zhang: con queste tre sole sillabe ci si rivolge a circa 275 milioni di cinesi, ovvero a circa quattro volte la popolazione italiana. Questo significa che per 60 milioni di loro basterebbe anche un solo cognome, per lo stesso numero di italiani ne impieghiamo invece 350 mila.

Il meccanismo è semplicemente invertito, da una parte del mondo ci si differenzia con i cognomi, dall’altra con i nomi. L’Italia è uno dei paesi con la più alta densità di nomi di famiglia al mondo (ne utilizziamo 200 mila in più degli Stati Uniti), mentre la Cina è tra quelle con minore densità. L’incontro tra queste due popolazioni può portare a situazioni paradossali, come trovarsi a Milano con più Hu che Rossi, o finire a Shanghai con più Luca che Xiaobo.

Quanto suonerebbe ridicolo se un manifesto a Pechino alludesse ad un invasione di Francesco o Giulia dall’Italia? Più o meno quanto trovare sui social toscani una campagna elettorale che titola “Lorenzo Hu Magnifico” per denunciare la popolarità di cognomi cinesi come Hu e Wang, ormai i più diffusi in uno dei quartieri del capoluogo fiorentino (il Q5). E’ questa la carta che il capolista di Fratelli d’Italia, Francesco Torselli, ha deciso di giocarsi per la corsa al Consiglio Regionale, chiedendosi “siamo a Firenze o a Pechino?”

Una domanda sensazionalistica che pare alludere ad una potenziale invasione di Firenze. In realtà i cinesi in Toscana sono circa 60 mila, il 1,6% della popolazione totale, il 14% di quella straniera. Fondamentalmente, la questione posta da Torselli, ignora completamente i meccanismi sociali e culturali che commenta: dal funzionamento degli appellativi, alla  conoscenza delle principali zone di provenienza dell’immigrazione. Per esempio, l’area in cui il cognome Hu è maggiormente diffuso è la stessa da cui provengono circa il 90% delle comunità di immigrati cinesi nel Bel Paese, dalla provincia meridionale dello Zhejiang e dai territori limitrofi del Fujian, dello Jiangxi o dell’Hubei. Persino Hu Jintao, il predecessore del Presidente Xi Jinping, porta questo specifico nome di famiglia.

La regione Toscana ospita una tra le più grandi China Town d’Europa, quella di Prato, in cui le comunità cinesi producono un quinto del Pil cittadino e un decimo di quello provinciale. Tuttavia, non servono grandi competenze sinologiche e analitiche per verificare come la crescita esponenziale dei cognomi cinesi in Italia non dipenda tanto dalla quantità di immigrati cinesi nella regione, ma piuttosto dalla quantità di cognomi identici. Nonostante questo, nell’ultimo decennio la destra nazionalista italiana ha più volte tentato di cavalcare la crescita degli appellativi mandarini come un allarme all’invasione e alla sostituzione etnica della nazione.

Non è un caso quindi, se anche per le elezioni regionali toscane del 20 e del 21 settembre, Fratelli d’Italia abbia deciso di puntare nuovamente sulla sinofobia, un tema ampiamente cavalcato anche durante il lockdown, in cui i principali leader della destra italiana, Salvini e Meloni, hanno ripetutamente condiviso fake-news e allarmismi anti-cinesi, come il video del Tg Leonardo sugli esperimenti nei laboratori di Wuhan.

Bastano pochi dati e poche riflessioni per comprendere l’importanza delle differenze culturali, spesso enormi ma mai abissali quanto la malafede e l’ignoranza di chi cerca farle apparire come una minaccia, diffondendo odio e paura per fini puramente propagandistici ed elettorali.