I colloqui fin qui non hanno portato a nulla. La denuclearizzazione non si vede, anzi: Washington accusa Pyongyang di aumentare la produzione di uranio arricchito. Pompeo è un gangster, ribattono i nordcoreani. Ma la restituzione dei resti dei caduti Usa nella guerra di Corea può rinsaldare il dialogo

Vuota, deserta. La zona demilitarizzata al confine tra le due Coree si è presentata spettrale più del solito ai diplomatici Usa arrivati la scorsa settimana per un incontro con alcuni emissari del governo di Pyongyang.

Il loro incarico era quello di discutere la questione del rimpatrio dei resti di centinaia di militari americani ed ex prigionieri di guerra conservati in Corea del Nord dalla fine della guerra di Corea. Peccato però che gli emissari di Pyongyang non si siano presentati. La procedura prevede il non farsi vedere senza fornire spiegazioni.

La tattica è ormai nota ed è, scrivono gli esperti, indice di frustrazione o di intento a provocare una reazione nella controparte. Oppure ancora, serve semplicemente a guadagnare tempo e preparare meglio l’incontro successivo.

La questione sembra passata in secondo piano vista la coincidenza del vertice bilaterale tra Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin. Eppure, dopo i proclami di Singapore, dove il 12 giugno si è tenuto lo storico vertice tra il presidente statunitense e Kim Jong-un, soprattutto nell’ultimo mese, i rapporti tra Corea del Nord e Stati Uniti sembrano essersi raffreddati.

Non è bastato il “modello libico” paventato per la Corea del Nord dal consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca John Bolton ancora nelle fasi precedenti al vertice di Singapore.

Lo scorso 5 luglio, il segretario di Stato Usa Mike Pompeo si è recato in Corea del Nord con il suo staff per tenere vivo l’impegno preso a Singapore dal presidente americano Donald Trump e dal leader supremo nordcoreano Kim Jong-un sul disarmo nucleare.

Ad attendere Pompeo, a Pyongyang c’era Kim Yong-chol, vice presidente del Partito dei lavoratori di Corea, considerato il numero due del Regno eremita. Al termine degli impegni istituzionali e prima di imbarcarsi su un aereo per Tokyo, Pompeo ha definito «importanti» i temi discussi «seriamente» con Kim con l’obiettivo ultimo della denuclearizzazione. Tra i due non sarebbero mancate peraltro battute e scherzi reciproci.

D’altronde, per Trump la Corea del Nord non è più una minaccia, pratica archiviata. «Ci sarà la denuclearizzazione», ha detto l’inquilino della Casa Bianca durante un comizio a Duluth in Minnesota a fine giugno. «E questa è la storia vera».

Al di là dell’ottimismo mostrato da Trump, che ha pubblicato sul suo profilo Twitter una lettera di Kim Jong-un, sottolineando i grandi progressi fatti nell’ultimo anno — nessun test balistico negli ultimi sette mesi — i negoziati tra Washington e Pyongyang sembrano non aver portato ad alcun risultato visibile.

Di senso opposto, infatti, la versione delle autorità nordcoreane. Subito dopo la partenza di Pompeo da Pyongyang, il ministero degli Esteri nordcoreano ha pubblicato un comunicato in cui denuncia la mancanza di un approccio «costruttivo» da parte degli Stati Uniti. Secondo gli organi di stampa ufficiali, gli emissari di Washington sono tornati a esigere dalla controparte nordcoreana il disarmo unilaterale, fornendo garanzie deboli come la sospensione delle esercitazioni militari congiunte con Seul (decisione per la verità revocabile in qualsiasi momento).

Niente di paragonabile, questa almeno la versione ufficiale di Pyongyang, a quanto fatto dai nordcoreani con la demolizione del sito nucleare di Punggye-ri.

Ma anche su questo punto circola scetticismo. I vertici militari Usa avrebbero in mano le prove dei progressi di Pyongyang nelle operazioni di arricchimento dell’uranio e nello stoccaggiodello stesso materiale nel sito di Yongbyon, Corea del Nord occidentale.

A corollario del rapporto tornato ai toni e alla sfiducia reciproca pre-Singapore, ci sono poi le accuse di Washington a Pyongyang su presunte violazioni delle sanzioni sulle importazioni di petrolio.

Insomma, la fiducia reciproca è ben lontana dall’essere solida.

Ma c’è ancora una possibilità di rinsaldare il dialogo tra le due parti. E riguarda proprio la trattativa sulla restituzione di circa duecento unità di resti dei circa 5mila soldati americani dispersi durante la guerra di Corea del 1950–52. Questi incontri operativi potrebbero aiutare a «mantenere il confronto ai livelli attuali», spiega al quotidiano sudcoreano Korea Herald Park Won-gon, professore alla Handong Global University. «C’è la possibilità che la Corea del Nord richieda una ricompensa per [la restituzione dei resti dei soldati americani]», prosegue. «Una dichiarazione di pace che ponga fine alla guerra di Corea e la fine del cessate il fuoco». Lo spiraglio è esiguo, ma c’è. Ed è forse questo che conta di più.

di Marco Zappa

[Pubblicato su Eastwest]