Nel suo Malesia Blues (Metropoli d’Asia, 2010), lo scrittore locale Brian Gomez organizza una sorta di hard boiled grottesco a Kuala Lumpur. Nell’intreccio entrano di prepotenza agenti segreti americani, cinesi, prostitute, faccendieri e ubriaconi, alla caccia di un fantomatico terrorista islamico collegato all’Arabia Saudita. A un certo punto del volume, ascoltando il proprio contatto in Malaysia, dall’altro capo del mondo, il capo della Cia esclama, in modo più colorito di quanto riportiamo: «Ma cosa diavolo sta succedendo in Malesia dove non succede mai niente?»

In questo modo Gomez, come ha spiegato in uno scambio via mail, vorrebbe mettere in evidenza che quanto accade in Malaysia non viene considerato “alla stessa stregua di quanto accade in altri Paesi interessanti per gli Usa”. Eppure, specifica, “in Malesia ogni giorno succede qualcosa“. E se pensiamo ai mesi più recenti non gli si può certo dare torto.

Nel corso delle elezioni del maggio scorso, l’ex premier Najib Razak è stato scalzato in modo clamoroso, vista la forza con cui dal 2009 ha difeso il suo potere, dal suo vecchio mentore, l’anziano Mahathir, passato all’opposizione. Tutta la campagna elettorale è stata vibrante a causa dello scandalo — il cosiddetto “1Mdb” un fondo sovrano al centro di trame corruttive — nel quale lo stesso premier era coinvolto, tanto che il suo governo aveva varato una legge anti fake news, con lo scopo primario di rendere impossibile la vita alle opposizioni la cui proposta politica mirava alla condanna della corruzione di premier e ministri.

Alla fine Najib Razak ha perso e al momento è in stato di arresto, dopo settimane di indagini e perquisizioni. Non solo, perché Mahathir, nel frattempo, per ora ha bloccato ben quattro progetti il cui finanziamento arriva dalla Cina. La decisione è arrivata dopo la partecipazione a un recente incontro a Tokyo dove l’anziano leader ha chiesto al Giappone un maggior dinamismo finanziario ed economico per contrastare la Cina in Asia.

E insieme a lui si sono mossi subito Myanmar e Vietnam. La Malaysia, dunque, al momento è il posto asiatico cui guardare per comprendere le dinamiche possibili della regione: a fronte di un disimpegno Usa, alcuni Paesi sembrano voler negoziare la pressione economica e finanziaria della Cina. Per fare questo al meglio, Mahathir a giorni sarà a Pechino, nella tana del lupo.

Partiamo dall’ex premier: su Razak Najib al momento pendono quattro capi d’imputazione. In primo luogo è accusato di “violazione della fiducia nella veste di funzionario pubblico”, un reato che già di per sé prevede, secondo il codice malese, pene detentive fino a 20 anni di reclusione. Ma le accuse più pesanti sono quelle relative all’uso dei soldi del fondo sovrano, soprattutto in relazione a un trasferimento di 20,8 milioni di dollari su un suo conto bancario personale da Src International, una unità del fondo sovrano 1Mdb, istituita proprio dal governo Razak nel 2010 per operare investimenti nel settore energetico. Per lui la situazione comincia a farsi pesante.

Quanto a Mahathir, il suo governo lo scorso 4 luglio ha bloccato tre grandi progetti sostenuti dalla Cina, del valore complessivo di 22 miliardi di dollari (18,8 miliardi di euro, ndr). Secondo Kuala Lumpur parte del prestito elargito da una banca statale cinese sarebbe finito in tangenti. Uno dei progetti bloccati riguarda la East Coast Rail Link, la linea ferroviaria che dovrebbe collegare la Thailandia alla capitale malese Kuala Lumpur attraverso la sottosviluppata costa orientale della penisola della Malaysia. Gli altri due stop sono arrivati per due oleodotti del costo di 1 miliardo di dollari ciascuno. Lo scopo della East Coast Rail, per Pechino, era arrivare nella parte orientale del Paese direttamente dal Mar Cinese meridionale e provvedere da lì allo scarico delle proprie merci, invece di dover portare le navi attraverso Malacca, snodo molto temuto dai cinesi. Il giorno dopo, il 5 luglio, è stato bloccato un altro progetto collegato a Pechino, relativo a una pipeline ed anche in questo caso si tratta di un piano pesante, di circa un miliardo di dollari.

Mahathir aveva lasciato intendere che non avrebbe intaccato la presenza cinese in Malaysia, in termini di investimenti, facendo altresì capire che si sarebbe resa comunque necessaria una ricontrattazione con la Cina. E in previsione della sua visita a Pechino ha probabilmente voluto fare capire ai cinesi che le sue intenzioni sono serie. La scorsa settimana la sua posizione al riguardo era stata espressa in una lunga intervista al South China Morning Post, il quotidiano di Hong Kong.

«Siamo sempre stati in contatto con la Cina», ha spiegato il premier, «Ai miei tempi (Mahathir ha guidato il paese dal 1981 al 2003, ndr) abbiamo sviluppato un’ottima relazione con la Cina, tanto da divenirne a volte portavoce. Siamo vicini da duemila anni e non ci hanno mai conquistato. Ho sempre considerato la Cina un buon vicino e un grande mercato per i nostri prodotti. La Malaysia è un Paese di commercio. Abbiamo bisogno di mercati e non intendiamo certo litigare con un mercato di quelle dimensioni».

Poco dopo, però, Mahathir mette in chiaro quanto probabilmente dirà ai dirigenti cinesi: «Sono state fatte cose dal precedente governo che non erano nell’interesse o a vantaggio della Malaysia. Noi diamo il benvenuto agli investimenti esteri diretti da ovunque provengano e certamente dalla Cina. Quando però questo significa cedere contratti alla Cina, prendere in prestito enormi somme di denaro dalla Cina. I contractor cinesi preferiscono usare forza lavoro dalla Cina e importano qualunque cosa dalla Cina, persino i pagamenti non vengono effettuati qui ma in Cina, noi non ne ricaviamo nulla».

E poco dopo queste parole, il governo di Myanmar ha ufficializzato l’intenzione di ridimensionare il progetto di una vasta zona economica speciale nello Stato di Rakhine, affidato alla Cina. Per Pechino, dunque, i rischi arrivano dal nuovo governo di Kuala Lumpur: il cortile di casa potrebbe non essere così sotto controllo come si pensava