Nata nel 2015 per sostenere l’interscambio accademico, la AAIIC riunisce professori e ricercatori italiani impegnati in attività di docenza, ricerca e coordinamento di progetti scientifici nazionali e internazionali in atenei cinesi e internazionali. Tra i più di 100 accademici, sparsi in 12 città cinesi in rappresentanza di 30 discipline diverse vi sono esperti di design e architettura, economisti, docenti di fisica, ingegneria, genetica e biogenetica, solo per dirne alcune.

“In pratica la geografia della presenza italiana nella terra di mezzo segue le direttive dagli accordi stipulati negli ultimi anni dagli atenei italiani con istituzioni accademiche cinesi“ racconta Ivan Cardillo Presidente dell’AAIIC, che insegna in cinese in una facoltà di giurisprudenza”.

Negli ultimi anni la Cina ha accelerato i piani per attirare competenze dall’esterno con programmi come il “Thousand Talents Program” a caccia di talenti o i progetti 985 e 221 e il più recente “Double First Degree Class” che mira a elevare il ranking internazionale degli atenei cinesi. Il mondo accademico Italiano ha risposto prontamente all’appello e istituzioni con una lunga storia quali ad esempioo l’Università di Bologna, l’Istituto Universitario di Architettura IUAV e la VIU di Venezia, l’Università di Pavia, l’Università di Roma Tor Vergata, Il Politecnico di Torino e il Politecnico di Milano, sono state tra le firmatarie degli oltre 700 accordi stipulati con altrettanti atenei cinesi quali ad esempio l’Università Tongji e Fudan a Shanghai.

“Tratto caratteristico degli accademici italiani in Cina è la giovane età” racconta Cardillo. “Molti post-doc accedono qui a posizioni lavorative che in Italia non potrebbero raggiungere. Certo la competizione sui fondi di ricerca è dura anche in Cina e spesso il fatto di essere stranieri penalizza. Ma si lavora in sinergia con i colleghi e basta creare gruppi di lavoro multiculturali per superare i paletti” aggiunge il docente.

Delle 12 città in cui AAIIC è attiva, Shanghai è quella che presenta più soci, seguita da Suzhou e Ningbo. C’è di tutto: ricercatori e docenti che insegnano in inglese in università cinesi o straniere, professori impegnati per brevi periodi in progetti di scambio internazionali e anche qualche docente che insegna in lingua cinese in prestigiosi atenei locali.

Membro dell’AAIIC è anche Michele Geraci, neo sottosegretario allo Sviluppo economico nel Governo Conte, e fautore di una linea politica che guarda al modello cinese come fonte di ispirazione per risolvere alcune questioni italiane quali migranti e sicurezza, espressa nel post ‘La Cina e il governo del cambiamento’, pubblicato sul blog di Beppe Grillo. Post, questo, che ha sollevato dure polemiche nella diaspora degli studiosi italiani di questioni cinesi sparsi per il mondo e raccolti intorno al sito Chinoieresie e che hanno accusato l’articolo di contenere una “serie di affermazioni azzardate, che a nostro avviso testimoniano una deriva pericolosissima che sta avendo luogo oggi in molte società occidentali, inclusa quella italiana.”

“Nello spazio di un post su un blog non è possibile trattare con completezza tutti i temi sollevati da Geraci” ci tiene a dire il portavoce di AIIAC “riteniamo però sia sempre utile analizzare i fatti in una prospettiva comparata. Quella poi del modello cinese replicabile in Italia è una falsa polemica nel senso che sono i cinesi stessi che considerano il modello cinese non esportabile all’estero perché nato sulle uniche condizioni del paese. Ciò non toglie che abbiamo molto da imparare e capire dalla Cina”.