Una delle pratiche più in voga fra i sovranisti per evitare contaminazioni etniche, sociali, religiose e culturali, è la costruzione di muri. Il muro, supposto garante dei confini nazionali, è per loro l’emblema della frontiera invalicabile che protegge popolo, tradizioni e istituzioni. È il tangibile “vade retro, Satana!”.

Dopo la caduta del muro di Berlino, si pensava che i muri non avrebbero più infestato i panorami del mondo, invece sono ancora numerose le barriere che l’uomo ha eretto come risposta alle paure contemporanee. Oggi, si contano tra le settanta e settantacinque barriere e mura nazionali che si estendono per circa 40mila km, ossia il 16 % dei 250mila km delle frontiere terrestri nel mondo.

Il geografo francese Michel Foucher, che tra i tanti saggi sull’argomento ha scritto “L’Obsession des Frontières” (2007), ha sintetizzato l’inutilità di questa gara infantile a chi ha il muro più lungo, affermando: “Le “mur” est une formule politique et médiatique, mais rarement une réalité. La plupart du temps, ce sont des clôtures. Des frontières non pas fermées mais filtrées.” Insomma, lunghi o corti che siano, i muri non bloccano un bel niente.

L’esempio più famoso e imponente di muro di frontiera che non è servito a granché è la Grande Muraglia, wanli changcheng 万里长城, “muro lungo diecimila li” (il li è un’unità di misura tradizionale cinese che equivale a 576 m, ma in questo caso, essendo li preceduto da “diecimila” significa piuttosto “senza fine”). Che non sia stata una barriera efficace, lo dimostra la Storia: delle circa venti dinastie che hanno regnato in Cina dalla sua prima unificazione (III secolo a. C.) fino al 1912, anno d’inizio della Repubblica, una metà proveniva dalle terre dei “barbari”, ossia quei territori del nord tenuti fuori dalla Grande Muraglia che avrebbe dovuto essere invalicabile.

L’opera, strategico-militare, non costituì, dunque, un impedimento alle periodiche invasioni della Cina, tuttavia essa mise in scena il concetto ideologico sovranista per eccellenza: l’illusoria superiorità socio-culturale di un popolo e della sua civiltà sugli altri popoli e sulle altre civiltà.

Il primo lungo muro di confine che avrebbe dovuto proteggere la Cina dal mondo esterno e dalle scorrerie dei nomadi, si deve a Qin Shihuang 秦始皇 (221-206 a.C.), il Primo Imperatore fondatore della dinastia Qin 秦, quello che per primo unificò il Paese; egli fece raccordare le mura preesistenti erette a protezione dei piccoli stati e dei clan familiari, dando vita a una lunga linea di confine in terra battura, trincee, tratti in mattoni. Una diatriba archeologica non è stata ancora risolta: la prima Muraglia era al di qua o al di là del Fiume Giallo? Questo quesito dimostra come per l’archeologia sia ancora d’attualità definire il tracciato originario del muro. Il progetto dissanguò le casse dello Stato ed ebbe un costo altissimo in vite umane. Distrutta e ricostruita in varie epoche successive, la Grande Muraglia che oggi vediamo e in parte possiamo visitare, è stata realizzata in epoca Ming 明 (1368-1644) i cui imperatori furono, in assoluto, i più attivi della storia cinese nel campo dell’architettura militare.

Alta in media 6-7m, e larga 4-5 m, la lunghezza della Grande Muraglia è stata invece sempre dubbia, un rincorrersi di cifre ballerine:

–        Nel 1962, il celebre biochimico e sinologo Joseph Needham (1900-1995) citava fonti cinesi per le quali la lunghezza era di 3720 miglia (ricordiamo che 1 miglio equivale a circa 1,6 km);

–        nel 1972, per il “New York Times” le miglia erano 2484, per il “Time” 1648;

–        nel 1979, per l’Agenzia Nuova Cina (Xinhua She 新华社) le miglia erano 31250 (50mila km!!!);

–        nel 1984 il “New Yorker” sosteneva 4000 miglia;

–        nel 2009, le stime delle istituzioni cinesi preposte alla protezione del patrimonio culturale, davano 8551,8 km di lunghezza (di cui 6259,6 km di mura, 359,7 km di trincee e tratti prevalentemente in terra battuta, e 2332,5 km di barriere naturali come fiumi e montagne);

–        nel 2012, i medesimi uffici cinesi hanno decretato che la Muraglia è lunga 21196,18 km (compresi i tratti andati distrutti);

–        in quasi tutte le guide turistiche, la lunghezza della Grande Muraglia è stimata a circa 6000 km. Rimaniamo in attesa di aggiornamenti.

Una cosa va detta per sfatare la leggenda: Neil Armstrong, il primo uomo a mettere piede sulla Luna, e poi successivi astronauti, hanno confermato che la Grande Muraglia, per quanto possa essere lunga, non è visibile dallo spazio.

Nelle antiche fonti cinesi si trovano poche notizie sulla Grande Muraglia, per di più viziate da problemi linguistici. La prima menzione è nello Shiji 史记 (Memorie Storiche) di Sima Qian 司马迁 (145-86 a.C.) in cui si parla di una serie di fortificazioni cinesi e “barbare” alle quali si dà il nome di changcheng 长城 (muro lungo). In altre fonti, si trovano termini quali: 垣 yuan (muro, bastione), 塞 sai (frontiera, fortezza, punto strategico di confine), 障 zhang (barriera), 城cheng (cittadella fortificata), 边墙 bianqiang (mura di confine) e jiubianzhen 九边 镇  (le nove guarnigioni di confine); tutti questi termini sono stati spesso tradotti come ‘Grande Muraglia’.

Per quanto riguarda le antiche fonti europee, a parte la notizia che il Paese dei Seri (produttori di seta) è «chiuso da alti muri» fornita dallo storico Ammiano Marcellino (IV secolo), non ci sono altre citazioni sulla Grande Muraglia. Nel “Livre de Marco Polo citoyen de Venis, dit Million, où l’on conte les merveilles du monde” scritto da Rustichello da Pisa dopo il 1295, Marco Polo (1254-1324) non ne parla, come non parla del tè e della scrittura cinese, dimenticanze o ignoranze che corroborano la contestata teoria di alcuni storici secondo la quale egli non è mai stato in Cina. Nel secolo XVI è il missionario domenicano portoghese Gaspar da Cruz (1550-1620) il primo a descrivere in lingua occidentale un muro lungo «cento leghe». Segue, a ruota un altro portoghese, il vescovo agostiniano Juan Gonzalés de Mendoza (1545-1618): egli scrisse il primo trattato sulla Cina dopo quello di Marco Polo, “Historia de las cosas más notables, ritos y costumbres del gran reyno de la China”, in cui parla di un muro lungo «cinquecento leghe» di cui solo cento costruite dall’uomo essendo le restanti costituite da formazioni rocciose.

Le prime descrizioni realistiche sulla Grande Muraglia giunsero in Europa con le cronache dei missionari gesuiti (a partire dal secolo XVII). Esse ebbero notevole influenza sui Philosophes des Lumières e sul loro accanito dibattito su quale fosse la migliore forma di governo: dispotismo assoluto o illuminato? Cito per tutti i contraddittori giudizi di Voltaire sulla Grande Muraglia: opera di ingegneria superiore alle Piramidi ma «inutile» (Essai sur les moeurs); «grande opera» mentre le Piramidi sono «infantili e inutili» (Dictionnaire Philosophique); «un monumento che onora lo spirito umano» a differenza delle antiche costruzioni «ebraiche» (Fragments sur l’histoire); «grande quanto inutile e sfortunata perché agli inizi sembrò utile ma poi non servì a difendere l’impero» (Lettres chinoises); «monumento alla paura mentre le Piramidi sono il monumento alla paura e alla superstizione» (voce ‘Antichi e Moderni’ del Dictionnaire Philosophique). In fin dei conti, Voltaire non capì mai cosa veramente fosse la Grande Muraglia.

Ed eccoci ai giorni nostri. “Restaurare la Grande Muraglia per amore del nostro Paese” fu lo slogan coniato nel settembre del 1984 de Deng Xiaoping 邓小平. Da allora, imponente, affascinante, emozionante, la Grande Muraglia è diventata l’emblema della Cina contemporanea. E, aggiungo, anche della Storia universale: ci ricorda che per evitare quella che definirei “emofilia etnica”, ossia la malattia che degrada il patrimonio sociale e culturale di una nazione nella quale stanno rinchiusi sempre e solo omologhi, forse è il caso di relegare muri e barriere di confine tra le curiosità da museo. Come le cinture di castità…

Di Isaia Iannaccone*

**Isaia Iannaccone, nato a Napoli, chimico e sinologo, vive a Bruxelles. Membro dell’International Academy of History of Science, è specialista di storia della scienza e della tecnica in Cina, e dei rapporti Europa-Cina tra i secoli XVI e XIX. È autore di numerosi articoli scientifici, di trattati accademici (“Misurare il cielo: l’antica astronomia cinese”, 1991; “Johann Schreck Terrentius: la scienza rinascimentale e lo spirito dell’Accademia dei Lincei nella Cina dei Ming”, 1998; “Storia e Civiltà della Cina: cinque lezioni”,1999), di due guide della Cina per il Touring Club Italiano e di lavori per il teatro e l’opera. Ha esordito nella narrativa con il romanzo storico “L’amico di Galileo” (2006), best seller internazionale assieme al successivo “Il sipario di giada” (2007, 2018), seguiti da “Lo studente e l’ambasciatore” (2015) e “Il dio dell’I-Ching” (2017).