L’imperatore Wu illumina il sogno di Xi Jinping

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Non è solo a un «sovrano» fondatore che bisogna guardare per trovare una figura simile al numero uno di Pechino, ma a un riformatore dotato di «grandeur» e lungimiranza.


L’abolizione del limite costituzionale dei due mandati presidenziali consecutivi deliberata di recente in Cina dall’Assemblea Nazionale del Popolo ha creato sconcerto, nonostante fosse nell’aria.

La nomina a vicepresidente di Wang Qishan, fedelissimo di Xi Jinping e artefice dell’imponente campagna contro la corruzione nel corso della quale sono stati puniti, con sanzioni diverse, quasi un milione e quattrocentomila funzionari, dimostra che la mossa era programmata da tempo: sono infatti ora chiare le ragioni dell’esclusione di Wang dal Comitato Permanente dell’Ufficio Politico del Pcc, nominato nell’ottobre 2017, e dell’assenza, tra i sette membri designati, di possibili eredi di Xi per il 2023, anno in cui scadrà il secondo mandato presidenziale.

Apparentemente la modifica del dettato costituzionale non riguarda l’intero sistema di nomina della dirigenza politica, riferendosi solo al presidente e al suo vice.

Di fatto questa riforma abroga il principio dell’avvicendamento al vertice «per generazioni programmate» voluto da Deng Xiaoping alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, finalizzato a garantire un governo a guida collegiale, per scongiurare l’eccessiva concentrazione di potere nelle mani di un solo uomo, com’era avvenuto ai tempi di Mao Zedong.

La manovra correttiva, voluta da Xi Jinping per poter rinnovare la propria leadership a tempo indeterminato, sancisce dunque la conclusione di una fase storica e l’inizio di “una nuova era”. Si tratta di una svolta radicale, autoritaria e accentratrice che segna, secondo alcuni, l’avvio di una vera e propria dinastia di stampo imperiale, simile a quelle che hanno governato la Cina per oltre due millenni.
Se così fosse, il sogno cinese, enfatizzato da Xi fin dalla sua nomina a segretario generale del Pcc nel novembre 2012, si identificherebbe con il sogno imperiale di una Cina nuovamente al centro del tianxia «tutto ciò che sta sotto il cielo», con Xi come suo monarca assoluto.Siamo davvero all’inizio di una nuova dinastia o si tratta, più banalmente, di uno strappo istituzionale volto a soddisfare le ambizioni personali di un uomo che non vuole rinunciare alla propria posizione di potere?

Si consideri che questo passaggio istituzionale è stato preceduto da altri provvedimenti significativi, come l’attribuzione formale a Xi Jinping dell’appellativo di «core leader», «nucleo della leadership» del partito e dello stato, e il conferimento al presidente dello status di massimo ideologo, dal momento che il suo «pensiero sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era» è entrato a far parte dello statuto del partito, tributo riservato in vita solo a Mao e concesso a Deng come riconoscimento postumo.

Il suo è stato un percorso programmato con lungimiranza, che contempla, oltre l’abolizione del limite presidenziale, il varo di un’imponente riforma delle istituzioni, che ridisegna la mappa dei ministeri e delle commissioni governative in funzione di un rafforzamento capillare del partito nella società e inaugura la Commissione Nazionale di Supervisione, l’organo che in materia di lotta alla corruzione incorporerà le funzioni di competenza della magistratura ordinaria e del partito: l’azione di controllo e repressione dei comportamenti pubblici ritenuti inappropriati o illegali verrà così estesa dai membri dal partito all’intera società, ricorrendo a uno strumento indipendente sia dalla magistratura che dall’esecutivo.

È quindi avvenuto un ulteriore potenziamento del ruolo del partito, che ne sancisce definitivamente la supremazia sullo stato, in nome di un adeguamento strutturale ritenuto ineludibile. Come valutare queste mosse di Xi Jinping?

Xi Jinping è un politico di professione, membro di quell’aristocrazia rossa che da circa settant’anni governa il paese. Dotato di un grande senso delle istituzioni, lucido e preparato, molto ambizioso e autoritario, è estremamente risoluto nel voler realizzare quelle riforme strutturali che ritiene essenziali per imprimere al sistema produttivo e alla società cinese quel dinamismo senza il quale i rischi di implosione potrebbero trasformarsi rapidamente in realtà. Si è sempre dimostrato un fermo sostenitore del ruolo insostituibile del Pcc e ha accentrato nelle sue mani tutte le cariche più importanti e strategiche per il controllo del paese, tanto da essersi meritato il soprannome di Presidente-di-tutto e l’appellativo, coniato da Donald Trump, di «re della Cina».

Viene criticato in Occidente per le sue posizioni ritenute filo-maoiste e per aver orchestrato il culto della propria personalità. Viene biasimato anche per il rigido controllo, la censura e la repressione delle libertà civili, per l’eccessiva durezza della campagna contro la corruzione, da molti interpretata come uno strumento di ritorsione politica (sospetto che gli è valso il soprannome di Padrino), e per tanto altro ancora.
È il leader cinese più potente dopo Mao, in linea di continuità con l’opera riformatrice di Deng Xiaoping. Xi Jinping è anche una persona colta, amante della cultura tradizionale, che ha promosso con grande determinazione. Ha riabilitato i classici della letteratura e del pensiero filosofico, soprattutto confuciani, che cita con frequenza, dando sfoggio di un’erudizione un tempo prerogativa del junzi, la persona educata e virtuosa che opera per il bene del prossimo e della società descritta da Confucio (551–479 a.C.).

Grazie a lui il confucianesimo, bandito da Mao come retaggio feudale del passato, è tornato attuale e i suoi valori sono promossi e insegnati fin dalle scuole materne. Per questo volersi accreditare come leader illuminato, per il suo forte carisma, per l’atteggiamento risoluto e per l’immenso potere accumulato è stato paragonato a un imperatore con ambizioni egemoniche di stampo neo-colonialista, dispotico ma al tempo stesso ammirato e stimato da una parte tutt’altro che insignificante della popolazione. Con lui si è chiusa un’era, che ha visto la Cina prima umiliata dall’aggressione imperialista straniera e poi isolata dal resto del mondo; è stato dato un impulso decisivo allo sviluppo di un paese e di un sistema produttivo che devono fronteggiare le difficoltà di un mondo globalizzato.

Si è trattato di un passaggio obbligato, che ha avuto e ha costi inevitabili, per garantire alla Cina un ruolo di superpotenza in grado di trattare alla pari, con dignità e orgoglio, con Stati Uniti, Europa e Russia.
Il progetto di espansione diplomatica, culturale e commerciale, denominato One belt one road initiative o più genericamente Nuova Via della Seta, da lui promosso fin dall’inizio del suo primo mandato sta coinvolgendo un gran numero di nazioni, più di sessanta. Se sarà portato a termine, modificherà gli assetti geopolitici, economici e militari dell’intero pianeta.

Xi Jinping fondatore di una dinastia imperiale, dunque? Nella lunga storia imperiale l’avvicendamento dinastico ha provocato l’alternarsi di periodi di unificazione del territorio cinese con epoche di divisione, senza che mai venisse meno il sentimento di continuità e il legame con un passato millenario, e periodicamente ogni frammentazione si è ricomposta sotto la guida di un grande sovrano. Stiamo dunque assistendo a un momento paragonabile alla fine di una di queste fasi di declino e alla vigilia dell’instaurarsi di una nuova dinastia?

Se così fosse, sarebbe una dinastia del tutto anomala, non sembra infatti profilarsi all’orizzonte una discendenza familiare in grado di prendere in mano, a tempo debito, le redini del potere.
Pare inoltre difficile considerare fondatore della nuova dinastia Xi Jinping; se di fondazione dinastica si vuole parlare è a Mao Zedong che si deve guardare, a conferma che oggi la successione non avviene per via familiare come nella Cina tradizionale, ma per scelta politica, venendo il successore individuato all’interno di un’aristocrazia che, come spesso è avvenuto nella storia cinese, con il trascorrere delle generazioni sta modificando la propria composizione. È infatti a Mao che si deve l’unificazione nazionale dopo decenni di guerre condotte prima contro le potenze straniere e poi tra le fazioni interne che si contendevano la supremazia.

Ed è in virtù di questo merito incontestabile che gli sono stati perdonati errori ed eccessi che il popolo cinese ha pagato, tra gli anni Cinquanta e Settanta, a carissimo prezzo. Non è privo di significato il fatto che lo stesso Xi Jinping mantenga saldo il legame con il Grande Timoniere, sottolineando così l’esistenza di una linea di discendenza diretta, non familiare ma politica.

Volendo azzardare un paragone con il passato, non è dunque a un sovrano fondatore che bisognerebbe guardare per rintracciare una figura alla quale paragonare Xi Jinping, ma a un riformatore dotato di una grandeur e di una lungimiranza pari, se non superiore, a quelle del fondatore, ma più al passo con i tempi. Nessuno potrebbe reggere il confronto meglio dell’imperatore Wu degli Han, che regnò dal 141 all’87 a.C., nel corso di uno dei periodi più fecondi della storia, quando i caratteri dell’identità e della classicità cinese vennero codificati e canonizzati. Il fondatore dell’impero, Qin Shi Huangdi, Primo Augusto Imperatore dei Qin (221–210 a.C.), fu un uomo eccezionale, a cui va riconosciuto il merito di aver unificato la Cina dopo secoli di guerre e devastazioni e di aver gettato le basi per un assetto istituzionale destinato a durare oltre due millenni. Non ebbe il tempo di completare l’opera e la dinastia collassò poco dopo la sua morte.

La sua visione dell’impero, ambiziosa al punto da identificare il proprio dominio con il tianxia, il mondo civilizzato, è rimasta immutata nei secoli. Egli fu un grande statista, nel senso moderno del termine, ma venne esecrato dalla storiografia successiva per i suoi eccessi, per aver tentato di distruggere i testi canonici del confucianesimo e averne avversato i valori etici. Non è un caso che sia a lui che in epoca moderna i cinesi abbiano guardato per cercare un personaggio storico degno di venir paragonato a Mao Zedong. Il merito di aver consolidato l’opera iniziata dal Primo Imperatore, dando all’impero quell’assetto stabile e duraturo che lo caratterizzerà nei secoli, va ascritto dunque all’imperatore Wu, il sesto della dinastia Han Occidentale (206 a.C.-9 d.C.), che regnò per 54 anni realizzando un modello statale forte e bene organizzato, che divenne la base politica e ideologica per le epoche successive.

Sotto la sua guida l’impero conobbe un’espansione senza precedenti, raddoppiando quasi la sua estensione; vennero costruite imponenti opere infrastrutturali per rendere più praticabili e sicure le vie di comunicazione e di trasporto, sviluppare le attività agricole e produttive e favorire i commerci. Fu in quel periodo che furono poste le basi della Via della Seta, grazie alle spedizioni condotte da Zhang Qian nel 139 e nel 115 a.C. fin quasi i confini del mondo ellenico. Wu fu un sovrano autoritario e dispotico, che punì con durezza le malversazioni di ministri e funzionari e perseguitò i suoi denigratori e avversari.

Fu anche uomo di grande cultura, che seppe apprezzare e promuovere a corte le arti e la letteratura, come mai prima di lui era stato fatto. Nel 124 a.C. diede vita all’Accademia Imperiale, fucina di letterati, artisti, eruditi e della futura classe dirigente. Grazie a lui il confucianesimo si diffuse a corte e nel paese, divenendo ideologia di stato. Se oggi la Cina è la potenza politica ed economica che è, il merito è senz’altro di Mao Zedong, fondatore della Repubblica popolare, e di Deng Xiaoping che ha aperto la Cina al mondo e il mondo alla Cina, ma è anche di Xi Jinping al quale si deve il rinnovato prestigio della nazione sullo scacchiere internazionale.
Wu, al pari del Primo Imperatore, cercò in modo ossessivo di trovare la formula per ottenere l’immortalità, senza successo. Saprà Xi Jinping accontentarsi di un terzo mandato o aspirerà alla presidenza in eterno?

di Maurizio Scarpari, sinologo e docente di Lingua cinese classica all’Università Ca’ Foscari di Venezia dal 1977 al 2011.

[Pubblicato su il manifesto]