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Viaggiare in Asia: lo stato attuale dei visti

In Economia, Politica e Società by Vittoria Mazzieri

Codici blu, categorie gialle e rosse, Pu letter e test PCR. Se in generale la richiesta del visto comportava problemi e difficoltà anche in tempi pre-pandemici, le misure restrittive ai viaggi che alcuni paesi asiatici hanno applicato per far fronte alla crisi di Covid-19 hanno reso tali situazioni a tratti drammatiche. Una panoramica che tenta di far luce sui protocolli attuali per chi, dall’Italia, è diretto in Asia orientale. Il contenuto è un estratto aggiornato della newsletter settimanale disponibile per i sottoscrittori di China Files. Qui per sapere come ottenerla.

Cina

Dall’imposizione di limitazioni ferree agli ingressi nella Repubblica popolare cinese nei primi mesi del 2020, in più occasione sono emerse speranze di possibili riaperture. Rumors e voci di corridoio che si sono tradotti in un nulla di fatto per molte categorie, come gli studenti internazionali, per cui è ancora impossibile valicare i confini cinesi. Nel primo periodo della crisi pandemica, Camilla Fatticcioni aveva passato in rassegna per China Files le fasi dell’ “odissea” degli italiani bloccati fuori dalla Cina, a partire dal primo volo charter organizzato dalla Camera di Commercio italiana in Cina il 3 luglio 2020, dedicato a chi chiedeva un visto per motivi di lavoro e ricongiungimento familiare.

Visti di lavoro

Il 29 giugno scorso il China Visa Application Service Center ha comunicato alcune “nuove disposizioni” per la richiesta del visto per la Rpc. Una delle novità risiede nel fatto che non è più necessario presentare la Pu letter, un documento d’invito introdotto nei primi mesi del Covid che avrebbe dovuto “facilitare” i rientri per persone già residenti in Cina e con regolare contratto di lavoro – quelli, insomma, che rientrano nella categoria di vista Z. Come ha spiegato Livio di Salvatore, che per China Files ha curato la rubrica sulla cucina cinese Chopsticks e che ha svolto viaggi brevi di lavoro in Cina in più occasioni prima del Covid, “l’azienda invitante doveva richiedere all’ente cinese competente – municipale o provinciale – l’approvazione dell’invito per il lavoratore che doveva rientrare”. Come chiarito dagli organi competenti, le Invitation Pu letter venivano rilasciate ad aziende che operano in “settori ritenuti essenziali” dal governo cinese, o, ha aggiunto Livio, quelle “con guanxi (rapporti politici e personali) molto forti”.

Dopo oltre due anni le nuove disposizioni sembrerebbero anche riammettere il visto M, un visto per “i brevi viaggi d’affari o per partecipare a fiere” che in tempi pre-pandemici si riusciva a ottenere con una certa facilità. Ma i flebili segnali di riapertura non garantiscono miglioramenti concreti. Dall’entrata in gioco nel 2020 della Pu letter sono emerse non poche difficoltà nell’ottenimento della documentazione e “anche il riuscire a procurarsela non garantiva l’ottenimento del visto”. Lo ha raccontato Martina Bucolo di China Files, che di recente, grazie alle nuove disposizioni, è riuscita a ottenere il visto Z. Anche allo stato attuale, in cui è sufficiente che l’azienda in questione eroghi una notification letter che attesti che il rapporto con il richiedente, ottenere il visto non assicura la partenza.

Servono infatti “tre moduli, da compilare per ottenere altrettanti QR code”. A svolgere parte del controllo è il Consolato, a cui bisogna presentare due dei QR code (foto di seguito), e la cui approvazione comporta il rilascio di un terzo codice. Con l’approvazione di tutti e tre – da verificare in un mini-program apposito su WeChat – e con la presentazione degli esiti negativi di due tamponi, entro 48 ore ed entro 24 dal volo e con distanza di 24 ore l’uno dall’altro, si ha accesso al check-in. “Le regole cambiano da un momento all’altro”, ha commentato Martina: “Chi è rientrato dall’Italia la settimana precedente alla mia partenza, ad esempio, non ha dovuto presentare uno dei codici”.

Ad oggi Martina è al suo secondo giorno di quarantena nel luogo dove risiede, a Shanghai. “Non esiste più la formula 14+7 giorni di quarantena. Ho trascorso una settimana in un hotel a Nanchino, la destinazione del volo, e dovrò completare gli altri tre di auto-sorveglianza qui”. In attesa delle comunicazioni sulle modalità per raggiungere la sua abitazione, intanto, sabato mattina ha ottenuto il codice che le permette di spostarti da una città all’altra.

Poi, di lunedì sera, al termine del settimo giorno, le hanno fornito un certificato di rilascio. Le hanno permesso di uscire dalla struttura alberghiera ed è iniziata quella che ha definito una vera e propria staffetta. Ha presentato i vari QR code alla tassista che la attendeva al cancello dell’hotel, che per prima cosa ha disinfettato lei e i bagagli e poi l’ha portata alla stazione dei treni. “Una volta arrivati la tassista mi ha scattato una foto, che suppongo abbia mandato a qualche persona di referenza all’hotel per indicarle che tutto era andato per il verso giusto”. Lì un poliziotto l’ha scortata fino all’ingresso del vagone del treno.

“Alla stazione di Shanghai ho presentato i documenti ad altri controlli. Sarebbe dovuto venirmi a prendere un membro del comitato di quartiere (居委会 juweihui), ma ho percepito un generale senso di insofferenza e stanchezza da parte degli addetti ai vari check, dopo più di due anni di Zero Covid”. “Alla fine, non si è presentato nessuno e ho preso un taxi in autonomia”. A casa le è stato consegnato un pacco alimentare e un altro contenente prodotti per la casa.

Visti turistici e per studio

Nel 2021 gli studenti del corso di Scienze Internazionali con indirizzo China and Global Studies dell’Università degli Studi di Torino avevano lanciato una petizione – pubblicata da Il Manifesto – che desiderava “portare alla luce la nostra preoccupazione riguardo il conseguimento della nostra carriera accademica”, vista la mancanza di indicazioni su quando e come ritornare nella Repubblica popolare cinese.

La petizione aveva raggiunto 700 firme in un paio di giorni e mirava a sollecitare le istituzioni competenti. In poche ore era giunta la risposta del ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Luigi Di Maio, che aveva riferito di aver parlato con l’omologo cinese Wang Yi, “cui ho espresso il mio fortissimo auspicio [..] per il rapido ripristino dei voli diretti tra Italia e Cina”. Ad oggi, sia per studenti che per turisti, la situazione è ancora bloccata, e non si sa quando si intercetteranno segnali di riapertura.

 

HONG KONG E MACAO

Come Pechino, Hong Kong non autorizza l’ingresso ai viaggiatori non vaccinati. Seppur con qualche facilitazione in più riguardo alle modalità di presentazione in vigore dal primo giugno scorso, il visitatore internazionale dovrà comunque presentare un certificato di vaccinazione, un test negativo di tipo PCR effettuato entro le 48 dalla partenza, il modulo governativo “Health & Quarantine” e la conferma della prenotazione nell’hotel per la quarantena. Lo ha confermato Giulia Mungari, che è arrivata dall’Italia a Hong Kong il 25 giugno scorso con un training visa, una sottocategoria del visto di lavoro. “Nel mio caso non è stato per nulla difficile ottenere questo genere di visto. Ma credo dipenda molto dall’istituto o dall’azienda con cui si è in contatto. Il mio si è occupato di molte cose, per esempio ha prenotato l’albergo per la quarantena”.

Di recente Hong Kong ha sospeso i divieti di volo, ma qualche settimana fa Bloomberg riportava i disagi generati da una disponibilità alberghiera – per la quarantena – insufficiente a soddisfare la domanda di ingressi. Ad oggi è richiesta una settimana in un quarantine hotel, dopo i quali, in aggiunta ai test effettuati durante e al termine dei sette giorni di isolamento, si devono presentare gli esiti di altri due test (uno al nono e uno al dodicesimo giorno) da fare durante i restanti tre giorni di auto-sorveglianza. “Serve scaricare un’app per il tracciamento, la LeaveHomeSafe, (安心出行 anxin chuxing)”, che è stata lanciata dalle autorità a novembre del 2020

Domenica scorsa il South China Morning Post ha reso noto che a inizio agosto Hong Kong potrebbe adottare un sistema di codici molto simile a quello in vigore nella Cina continentale. Con un numero di casi giornalieri che superano i 4000, le autorità intenderebbero introdurre codici rossi per i contagiati e codici gialli per segnalare chi è sottoposto a quarantena: il soggetto in questione non potrebbe accedere a “luoghi ad alto rischio” ma potrebbe comunque utilizzare i trasporti pubblici o andare al lavoro. Pare ci sia intenzione anche di snellire le attuali procedure, per esempio consentendo ai residenti di ritorno di trascorrere parte della settimana di quarantena a casa invece che in hotel.

Da giugno Macao è impegnata in test di massa sui residenti e ha imposto quarantena e blocco delle attività commerciali. Gli arrivi da Hong Kong, Taiwan e Cina continentale sono ammessi, pur soggetti a controlli ferrei e quarantena di 10 giorni all’arrivo. È permesso l’ingresso a visitatori stranieri solo se provenienti dalle aree sopracitate.

 

TAIWAN

Malgrado i dati di questo mese accertino tra i 25 e i 30 mila casi Covid-19 al giorno, il governo taiwanese sta puntando ad allentare le restrizioni d’ingresso. Questa settimana il Central Epidemic Command Center (CECC) ha annunciato che dal prossimo 25 luglio saranno abolite le restrizioni alle frontiere per sei categorie (volontari, missionari, studiosi (religiosi), tirocinanti, partecipanti a scambi internazionali e persone coinvolte in vacanze lavoro). A fronte di un’attenta analisi della situazione attuale, si legge nel comunicato, il governo intende “bilanciare il lavoro di prevenzione dell’epidemia e la promozione delle attività economiche e sociali e degli scambi internazionali”.

Borse di studio

La situazione si è allentata da mesi anche nell’ambito del programma governativo Taiwan Fellowship & Scholarships (TAFS), che eroga borse di studio per la frequentazione di anni accademici, il conseguimento di lauree, il perfezionamento della lingua cinese e la ricerca accademica. Serena de Marchi, ricercatrice presso l’Università di Stoccolma – che per China Files ha curato un reportage dall’ex carcere di Green Island di Taiwan, sarebbe dovuta partire con la borsa post-doc Taiwan Fellowship già a gennaio 2021. Ma “l’impennata di casi di quel periodo dei passeggeri in entrata spinse il governo a bloccare tutti gli ingressi degli stranieri. Alla fine, sono riuscita a entrare a marzo 2021”, ha detto. “La quarantena si è ridimensionata ora. Io mi feci due settimane in un quarantine hotel”. Per gli studenti internazionali ad oggi le misure impongono sette giorni di quarantena in una struttura alberghiera apposita (tre di isolamento e quattro di autosorveglianza).

Dallo scorso anno è attiva anche la borsa Huayu Enrichment Scholarship per lo studio della lingua cinese. Se fino a poco tempo fa garantiva l’accesso agli studenti per corsi dai sei mesi in su, il 15 luglio scorso l’Ufficio di rappresentanza di Taipei in Italia ha comunicato che è ora consentito l’ingresso per corsi di lingua “con durata di almeno due mesi”. Eva Mazzeo, attualmente a Taipei, ha raccontato di aver fatto domanda per la Huayu già nei primi mesi del 2020, quando Taiwan si distingueva come “paese virtuoso” nella lotta alla pandemia. Ma la situazione all’epoca era ancora bloccata: “L’ufficio a Roma era impossibilitato a fornire ai borsisti informazioni immediate. Ma mi hanno seguito per tutto l’iter e mi hanno comunicato che sarei potuta partire a fine 2021”.

 

COREA DEL SUD

Di recente l’Ambasciata d’Italia nella Repubblica di Corea ha comunicato che da lunedì 25 luglio chi fa ingresso in Corea “dovrà sottoporsi a test PCR all’arrivo entro la mezzanotte del giorno seguente alla data di arrivo (non più entro i tre giorni successivi)”. È obbligatorio presentare l’esito negativo del tampone PCR effettuato non oltre le 48 ore prima della partenza o del tampone antigenico non oltre le 24 ore precedenti. Le informazioni aggiornate al primo luglio 2022 indicano che da giugno scorso la quarantena è stata revocata per tutti i viaggiatori. È necessario un’autorizzazione di viaggio elettronica almeno 72 ore prima della partenza sul sito web K-ETA (ma solo per chi richiede l’ingresso per soggiorni brevi) o un visto per i soggiorni superiori a 90 giorni.

 

GIAPPONE

Visti turistici

A partire dal 10 giugno scorso il governo giapponese ha annunciato la riapertura delle frontiere per il turismo, ma solo se soggetto a rigida regolamentazione. Come ha spiegato Giorgia Cesaracciu, accompagnatrice turistica che lavora da anni con il Giappone (e che cura una pagina instagram sul tema), dall’Italia “si può accedere nel paese solo attraverso pacchetti turistici erogati da agenzie locali o agenzie italiane che però hanno contatti con enti locali e sono approvati dal governo giapponese”. Secondo le direttive i visitatori dovranno viaggiare esclusivamente con viaggi di gruppo e “dovranno essere “scortati” da una guida locale che farà in modo che vengano rispettati tutti i protocolli”.

Per chi proviene dall’Italia e dai molti altri paesi inseriti nella categoria blu, è necessario presentare l’esito di un test molecolare effettuato entro 72 ore dall’arrivo nel paese, ma all’arrivo non serve sottoporsi né a un ulteriore test né alla quarantena, “indipendentemente dallo stato di vaccinazione del richiedente”. Per le altre due categorie – rossa e gialla – sono previste limitazioni maggiori: quella rossa include Pakistan (che diventerà giallo a fine luglio), Fiji, Albania e Sierra Leone, e chiede ai visitatori un test Covid all’arrivo, la quarantena della durata di tre giorni e un altro test al termine della stessa. A chi proviene da aree considerate gialle, invece, ovvero quasi tutti i paesi africani, oltre a molti dell’area mediorientale e a parte dell’Europa, si richiede un periodo di 3 giorni di quarantena domiciliare con un test al termine, o sette giorni di quarantena senza test.

Visti di lavoro e di studio

Secondo le informazioni presenti sul sito dell’Ambasciata del Giappone in Italia è attualmente possibile entrare in Giappone per soggiorni brevi (inferiori ai 90 giorni) per motivi di lavoro. Per periodi più lunghi, come anche per quelli studenteschi, viene richiesto il canonico Certificato di Eleggibilità, che accerta l’idoneità del richiedente e delle attività che intende intraprendere nel paese.

 

RIAPERTURE NEL SUD EST ASIATICO

Dopo la chiusura delle frontiere per quasi due anni, il 2022 registra segnali di ripresa sul fronte turismo. Secondo i dati forniti dalla società di analisi Cirium, il numero di voli sta aumentando costantemente in posti come Singapore e Filippine, che richiedevano ai viaggiatori internazionali di presentare soltanto un certificato di vaccinazione completa e un test antigenico rapido prima dell’arrivo – da aprile Singapore ha eliminato anche l’obbligo del tampone.

A gennaio 2022 le prenotazioni di voli per Singapore erano circa il 30% dei livelli del 2019, una percentuale che a metà giugno ha raggiunto il 48%. Nel caso delle Filippine, la percentuale degli stessi periodi di riferimento è passato dal 20% al 40%.

La Thailandia, dove negli ultimi dieci anni il settore rappresentava circa il 25% del Pil, ha da poco eliminato il Thailand Pass, aprendo le frontiere a tutti i visitatori in possesso di un certificato di vaccinazione o di un risultato negativo al test PCR.

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