Blackface strikes again. Non è l’aggiornamento di un celeberrimo pezzo dei The Smiths ma il modo forse più corretto per raccontare il ritorno di un incidente musical-televisivo già visto sugli schermi del celeste impero.

Ma andiamo per ordine.

Nel febbraio del 2018 andava in onda, come da consuetudine, il gala per il nuovo anno lunare (春晚 chun wan) del cane, uno spettacolo fatto in larga parte di musica e danza. La particolarità di quello show fu l’elevato numero di performer non cinesi, probabilmente il più alto in oltre 35 anni di storia che resero l’evento unico nel suo genere. Un internazionalismo fatto di bel canto, musica popolare, compositori, acrobati e ballerini da ogni parte del mondo, Africa compresa. Nonostante la presenza di un corpo di ballo proveniente da Gabon, Kenya e Costa d’Avorio, fu proprio la narrazione di quest’ultimo continente a essere considerata irriguardosa da parte di molti spettatori. A finire nel mirino delle critiche non è stato solo il continuo evidenziare, in maniera del tutto caricaturale, aspetti peculiari ma non esaustivi della cultura africana (abbigliamento tribale, animali selvaggi), ma soprattutto l’accostamento di cinesi, con il volto dipinto di nero, a persone realmente africane.

Nello specifico, in uno sketch Lou Naiming, attrice di lungo corso e direttore artistico degli stessi sketch del gala sin dal 1994, si è presentata sul palco con faccia dipinta di nero, abiti tradizionali e sedere posticcio. Nel plot anche riferimenti al colore della pelle a mo’ di battuta. L’episodio ha scatenato la rabbia di molti netizen cinesi che, sul profilo di Weibo della stessa Luo, l’hanno accusata di appropriazione culturale ancorché razzista. Ma l’attrice ha imparato la lezione? Non proprio. Lo scorso febbraio, sull’onda di sentimenti post-pandemia come la fratellanza e l’unione tra i popoli contro il male comune rappresentato dal virus, il 春晚 ha di nuovo “omaggiato” i popoli africani. Niente siparietto stavolta, ma ancora blackface e appropriazione culturale: anche questo episodio è stato inondato da critiche.

A questo punto, visti i fatti e le ricorrenze, c’è chi ha pensato di dare un segnale forte e deciso. Ma nella direzione sbagliata. Parliamo di Vava, rapper di Chengdu divenuta una star in Cina dopo la partecipazione a The Rap of China. Lo scorso 9 aprile, insieme a 冯提莫 e 嘎嘎锤娜丽莎, nel programma The Big Show ha reso omaggio al brano “Bang Bang”, ispirandosi ell’esibizione congiunta agli AMA del 2014 di Ariana Grande, Jessie J e Nicki Minaj. Eccezion fatta per lo sgradevole effetto cosplayer – che in realtà il programma richiama spesso (stile Tale e quale show, per intenderci) – non c’è stato alcun problema apparente per l’aspetto musicale della performance. Se non per un dettaglio macroscopico: Vava, per interpretare Minaj, ha fatto ricorso, ancora una volta, al volto dipinto di nero (e nella stessa serata è successo anche con una cover di “When you believe” di Whitney Houston e Mariah Carey). Blackface strikes again. L’episodio non è passato inosservato nel grande tribunale social. La maggior parte degli utenti ha stigmatizzato il gesto, prescindendo dall’idea autoriale o dall’esibizione della performer. Un’idea sbagliata resta tale da qualsiasi punto di vista la si voglia vedere.

Razzismo o ignoranza? Il confine tra apprezzamento, omaggio e appropriazione culturale è tanto sottile quanto ponderoso. La matrice imperialista, colonialista e portatrice di una presunta cultura dominante è ciò che spesso sta alla base di idee musicali distorte e implicitamente razziste. Per citare qualche esempio ‘bianco’, basti pensare allo stile “jamaicano” di Adele, ai dread di Justin Bieber, alla “love generation” di Bob Sinclair o agli scivoloni della potente Taylor Swift: la musica, suo malgrado, è un mezzo eccezionale per confezionare ad arte la paura del diverso.

Pensando agli scivoloni cinesi però, non è possibile applicare lo stesso tipo di ragionamento tout court. La rappresentazione cinese della cultura black ha una storia perigliosa e, specie negli ultimi anni, è figlia della forte presenza cinese nel continente africano. Il presunto omaggio che la mezz’ora al gala del nuovo anno ha voluto rendere ai popoli africani nasconde in realtà quasi più una richiesta di riconoscimento di superiorità su una scala valoriale. Trattando un tema così delicato non si può però prescindere da aspetti cronologici ed è necessario quindi considerare quanto recente sia l’apertura della Cina al resto del mondo e quanto, di conseguenza, in alcuni contesti manchi ancora una coscienza collettiva sul rapporto con altre culture. Tuttavia l’attenzione nei confronti di temi caldi come razzismo, intolleranza, disparità di genere sta diventando sempre più crescente nella Terra di Mezzo. Ad esempio, tornando a Vava, in un’intervista a Radii China ha affermato che “la partecipazione a Rap of China è stata una vera sfida e ho voluto dimostrare a me stessa e a tutti che una donna può fare rap esattamente come un uomo” e, parlando di Black Lives Matter ha detto che “il movimento è stata una sveglia per tutti. E’ compito di tutti eliminare i pregiudizi e le discriminazioni tra di noi”.

La società cinese, specie la fascia della Z gen, sta vivendo un cambiamento velocissimo e con essa anche la funzione della musica. La ormai enorme rilevanza dell’Hip-Hop in Cina sta caricando di contenuti sociali un aspetto culturale che fino a qualche anno fa altro non era che puro entertainment. Seppur in un contesto super controllato, esiste da tempo un acceso dibattito sulla responsabilità di chi, rapper in particolare, fa musica e su quanto sia necessario che si parli di argomenti soppressi e oscurati per decenni. E’ questa la via scelta da molti giovani musicisti cinesi per provare a spazzare via il blackface e molti altri pregiudizi culturali.

Di Stefano Capolongo*

*Gestisce su Instagram la pagina cinesedabao, in cui racconta la musica cinese e quello che succede oggi in Cina attraverso i caratteri e i loro mutamenti