Piena Rivoluzione Culturale. Il presidente cinese Xi Jinping, allora sedicenne, lascia Pechino alla volta di Liangjiahe per sottoporsi, come molti coetanei, alla rieducazione rurale. Erano i tempi in cui zappare la terra veniva considerato più nobile che studiare. Ma il leader in erba era talmente assetato di conoscenza da essere disposto anche a camminare 15 chilometri solo per prendere segretamente in prestito un libro. “Quale libro ha preso in prestito Xi?” Il robot non fa in tempo a terminare la domanda che uno dei concorrenti schiaccia il pulsante e risponde con prontezza: “Faust di Johann Wolfgang Von Goethe.” “Risposta esatta, complimenti!”, esclama la conduttrice scatenando gli applausi del pubblico.

Siamo negli studi della Hunan TV, il secondo canale più seguito in Cina, dove una scenografia futuristica con tanto di effetti visivi 3D, sottofondo epico e ambientazione da navicella spaziale fa da cornice all’ultimo gioiello della propaganda Made in China: “Studiare Xi nella Nuova Era”, gioco di parole basato sulla ricorrenza dell’ideogramma “xi” tanto nel nome del leader quanto nella parola studiare (xuexi).

Lo show – che incarna perfettamente le due anime della Cina odierna, avveniristica e nostalgicamente patriottica – viene trasmesso in prima serata e si articola in cinque episodi, ognuno della durata di circa 40 minuti. Tema centrale: Xi Jinping, le sue gesta, i suoi gusti letterari e ovviamente il suo pensiero. Il format si sviluppa più o meno così: tre concorrenti mettono alla prova le proprie conoscenze politiche sottoponendosi a due round di quiz e una breve esposizione sulle teorie del Partito. Una giuria composta da docenti universitari esperti di marxismo ne valuta la preparazione. In palio non c’è nulla, a parte il riconoscimento urbi et orbi della propria integrità ideologica. Che non è poco in un paese dove la carriera professionale è ancora legata a doppio a filo alle connessioni politiche.

Lanciato lo scorso 30 settembre, il programma arriva a quasi un anno dal 19° Congresso del Partito, consesso che ha sancito l’inserimento del nucleo dottrinale di Xi (il “pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una Nuova Era”) nella costituzione del Partito, prima volta dai tempi di Mao che un leader vede consacrare il proprio contributo teorico mentre ancora in vita. Da allora il “Xi pensiero” è diventato oggetto di studio tanto da ispirare l’apertura di circa una dozzina di centri di ricerca universitari. Poi lo scorso agosto Xi ha sottolineato la necessità di sperimentare metodi creativi per rendere le questioni ideologiche più accessibili e alla portata di tutti.

L’intervento pubblico, che ha coinciso con il ritorno del presidente sotto i riflettori mediatici dopo settimane di inusuale basso profilo, ha insistito sulla funzionalità e “completa affidabilità” della strategia comunicativa inaugurata con il passaggio dalla vecchia alla nuova leadership nel 2012. Segno che, nonostante i diffusi malumori per un rinnovato culto della personalità d’ispirazione maoista, il protagonismo mediatico del leader non è vicino al tramonto.

“Studiare Xi” è solo l’ultima delle manifestazioni pop della propaganda pechinese, sempre più incline ad attingere a un variegato repertorio di espressioni artistiche, dalle canzoni rap ai cartoni animati, pur di raggiungere i cuori e le menti dei millenials, i più esposti al fascino dei temuti valori occidentali, nonostante i filtri della censura. Lo show arriva sul piccolo schermo proprio mentre lontano dalle telecamere è in corso una campagna di arresti contro un nuovo movimento intellettuale, nato nei campus universitari in sostegno del ceto operaio, che coniuga i precetti marxisti ai valori universali delle democrazie occidentali. Un’eresia per l’establishment cinese, ossessionato dal pericolo di una “rivoluzione colorata”. Ecco che per corregge i pensieri errati non resta che un unico modo: studiare, studiare e studiare.

[Pubblicato su il manifesto]