L’attuale primo ministro giapponese Yoshihide Suga, influente braccio destro dell’ex premier Shinzo Abe, ha adottato diverse politiche promosse dal suo predecessore, come gli impegni sui cambiamenti climatici. Nel suo primo discorso politico dal suo insediamento, Suga ha posto l’ambiente in primo piano, affermando che il Giappone diventerà un Paese “carbon neutral”- cioè a emissioni zero – entro il 2050. Senza fornire dettagli precisi su come il paese raggiungerà l’obiettivo, Suga ha sottolineato il ruolo essenziale giocato dalla tecnologia e dall’innovazione, in particolare dagli impianti fotovoltaici.

Ma la visione green nipponica rientra in un più ampio discorso nato dalle ceneri del disastro avvenuto l’11 marzo 2011 nella centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi a Okuma, causato dal terremoto e dal conseguente tsunami che ha provocato oltre 20 mila morti.

Lo ha confermato Suga che, dopo dieci giorni dal suo insediamento, ha scelto come prima tappa l’impianto di Fukushima, per confermare gli sforzi nella politica nucleare del governo di Tokyo. L’obiettivo era chiaro: controllare che i lavori di disattivazione dei reattori nucleari procedessero in sicurezza e rassicurare l’ormai esigua comunità locale.

Dal 2011 sono montate le proteste in tutto il paese per chiedere l’abbandono del nucleare come fonte energetica, che ha costituito una priorità strategica nazionale dal 1973, ma soprattutto per la recente decisione, non ancora definitiva, di rilasciare oltre un milione di tonnellate di acqua contaminata dell’impianto di Fukushima in mare aperto.

Nonostante le decennali rassicurazioni del governo, che ha limitato l’uso dell’energia nucleare esclusivamente a scopi pacifici in base alla Legge fondamentale sull’energia atomica del 1955, il popolo giapponese chiede risposte al premier Suga.

Fino al 2011, infatti, il Giappone generava circa il 30 per cento dell’elettricità dai suoi reattori e, prima del disastro di Fukushima, Tokyo mirava a un incremento fino al 40 per cento entro il 2017.

Ma le cose sono cambiate all’indomani della catastrofe. Con l’ultimo piano energetico del 2018, Tokyo ha stabilito che entro il 2030 il nucleare dovrebbe arrivare a generare il 20-22 per cento dell’energia.

Un obiettivo difficile da raggiungere. L’incidente di Fukushima ha portato alla chiusura temporanea di 54 reattori che fornivano al Giappone un terzo dell’energia. Attualmente solo nove reattori sono in funzione, distribuiti su cinque centrali atomiche, mentre sono stati dismessi 21 impianti considerati obsoleti. Il governo però ha bisogno di riavviarne almeno 30 per raggiungere l’obiettivo entro il 2030.

Un’operazione economicamente rilevante. Secondo il Japan Atomic Industrial Forum, il riavvio di un reattore ha un costo che va dai 700 milioni a un miliardo di dollari per spese che prevedono la manutenzione e il rinnovo di ogni singola unità in base ai nuovi standard di sicurezza. Dal 2011 al 2017 la Jaif ha stimato una spesa di 17,4 miliardi di dollari per otto società nucleari. E ciò ha ridimensionato il mix energetico del paese, fortemente dipendente dal carbone. L’anno scorso, il ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria giapponese ha osservato che l’energia nucleare ha generato solo il 6,2 per cento dell’elettricità della nazione; invece, le fonti di energia rinnovabile tra cui solare, eolica, geotermica, idroelettrica e biomassa, che nel 2010 hanno fornito il 9,5 per cento dell’elettricità, sono passati al 18 per cento.

I due reattori nucleari dell’impianto della Sendai, sotto la proprietà della compagnia energetica Kyushu Electric Power Company, sono stati i primi a essere riattivati ad agosto e ottobre del 2015. Lo scorso 11 novembre, invece, il governatore della prefettura di Miyagi, Yoshihiro Murai, ha dato il via libera per attivare nel 2023 il reattore nucleare di Onagawa, gestito dall’operatore Tohoku Electric Power (la Nuclear Regulation Authority ha previsto che il riavvio delle centrali nucleari si basi su una valutazione della sicurezza da parte dell’autorità e su una decisione dei governi locali interessati).
I sostenitori del nucleare affermano che l’introduzione di nuove tecnologie renderà gli impianti più efficienti e garantirà una fornitura di elettricità costante ed economica, ma il gabinetto di Suga sembra favorire un approccio più green. Il ministro dell’Ambiente nipponico, Shinjiro Koizumi, è su questa linea, tanto che ha come obiettivo quello di aumentare le fonti di energia rinnovabile a oltre il 40 per cento entro il 2030, circa il doppio dell’attuale obiettivo del governo. Il figlio dell’ex premier Junichiro Koizumi non si è mai espresso esplicitamente sull’eliminazione graduale del nucleare, ma il suo sostegno verso le fonti energetiche rinnovabili lascia intendere quale sarà la strada che il Giappone vorrà percorrere nei prossimi anni.

[Pubblicato su il manifesto]