Il ministero degli Esteri cinese ha annunciato l’imposizione di sanzioni contro i funzionari statunitensi che si sono dimostrati “cattivi” con Taiwan, l’isola che Pechino rivendica come parte del proprio territorio. Secondo il portavoce del dicastero, Hua Chunying, la misura è stata introdotto in risposta alla revoca – voluta da Mike Pompeo – delle restrizioni autoimposte sui contatti tra i funzionari statunitensi e le loro controparti taiwanesi. Non è chiarissimo in concreto cosa cambierà. Il principo “una sola Cina” rimane sostanzialmente inviolato. Ma è già visibile una prima spinta verso una maggiore ufficialità degli scambi. Lunedì scorso, l‘ambasciatore statunitense nei Paesi Bassi ha ospitato il rappresentante di Taiwan nel paese presso la sede diplomatica, prima visita pubblica presso un ufficio del governo americano da quando Pompeo ha rimosso le restrizioni. Contestualmente, Pechino ha annunciato analoghe ritorsioni contro i funzionari e deputati statunitensi responsabili delle sanzioni imposte recentemente ad alcuni funzionari di Hong Kong implicati un maxi girO di viste sugli attivisti pro-democrazia [fonte Reuters, SCMP]

Il Grand Tour di Wang Yi nel Sud-Est asiatico, tra vaccini e promesse di investimento

Pochi giorni prima dell’insediamento, negli Stati Uniti, del presidente eletto Joe Biden, il ministro degli esteri cinese Wang Yi ha concluso il suo tour diplomatico in Myanmar, Indonesia, Brunei e Filippine, promettendo l’aiuto di Pechino per la distribuzione di vaccini, nonché la cooperazione sulle infrastrutture e il commercio per alimentare la ripresa post-pandemia. In quello che è stato il secondo tour di Wang nella regione da ottobre, con le sue precedenti tappe in Cambogia, Malesia, Laos, Thailandia e Singapore, negli ultimi quattro mesi il ministro cinese si ha visitato 9 dei 10 stati membri dell’ASEAN, saltando solo il Vietnam, uno dei paesi più critici nei confronti della Cina, soprattutto a causa delle sue mire espansionistiche nel Mar Cinese Meridionale. Sebbene nei suoi incontri Wang Yi non abbia mai menzionato gli Stati Uniti, le sfide poste dalla nuova amministrazione statunitense hanno fatto da sfondo al tour asiatico, che ha sottolineato l’importanza di una più profonda integrazione economica tra Cina e paesi ASEAN, in particolare in materia di commercio e investimenti, turismo e ripresa economica post-pandemia, con particolare attenzione non solo alla questione dei vaccini, ma anche ai negoziati su un codice di condotta per il Mar Cinese Meridionale, in stallo dall’inizio della pandemia. Mentre in Malaysia, paese che presto si insedierà alla presidenza dell’ASEAN per i prossimi tre anni, Wang Yi ha insistito sulla necessità di un riavvicinamento politico, nelle Filippine il commercio e gli investimenti sono in cima all’agenda della visita di Wang. A Manila, Wang Yi ha promesso mezzo milione di dosi di vaccini Covid-19, 1,34 miliardi di dollari in prestiti per progetti infrastrutturali e ben 77 milioni di dollari in sovvenzioni, sottolineando il sostegno di Pechino nelle fasi finali dell’amministrazione del presidente Rodrigo Duterte. In un incontro con Duterte, Wang ha affermato che la Cina svolgerà un ruolo chiave nella ripresa economica delle Filippine: un tempo l’economia in più rapida crescita nel sud-est asiatico, le Filippine sono precipitate in recessione lo scorso anno durante la pandemia, in uno dei lockdown più lunghi e severi del mondo. Per lottare contro la pandemia, la Cina donerà alle Filippine 25 milioni di dosi del vaccino CoronaVac di Sinovac, con il primo lotto di 50.000 vaccini che arriveranno il prossimo mese per avviare la campagna di vaccinazione del paese. Tuttavia, il CoronaVac deve ancora essere approvato dalla Food and Drug Administration delle Filippine per l’uso di emergenza, a differenza del vaccino sviluppato da Pfizer e BioNTech, che ha ricevuito l’ok la scorsa settimana. La visita ha segnato una svolta anche per la Belt and Road. Pechino ha infatti annunciato il progetto più dispendioso mai realizzato nel paese (940 milioni di dollari). Si tratta di una ferrovia sull’isola principale di Luzon, che ospita circa la metà della popolazione delle Filippine ed il 70% della produzione economica del paese. La ferrovia cargo di 71 km collegherà due ex basi militari statunitensi che sono state convertite ad uso civile e commerciale – la Subic Bay Freeport Zone ed il Clark International Airport – per “migliorare l’efficienza logistica, ridurre i costi di trasporto e sostenere le attività economiche nella regione”, secondo quanto afferma un comunicato dell’ambasciata cinese a Manila. La Cina ha firmato separatamente anche un accordo per prestare 400 milioni di dollari alle Filippine per la costruzione di un ponte di 3,86 km per collegare Davao City e l’isola di Samal, una popolare destinazione turistica. I due governi inizieranno presto a negoziare i termini dei prestiti, ha aggiunto l’ambasciata. I progetti fanno parte del programma infrastrutturale firmato Duterte conosciuto come “Build, Build, Build”: lanciato nel 2017, il progetto comprenderebbe aeroporti, autostrade e porti marittimi, ma i critici affermano che il progetto è pressoché in stallo poiché solo il 5% dei 24 miliardi di dollari di prestiti promessi dalla Cina sarebbe stato effettivamente versato. [fonte SCMP;SCMP]

La Cina inasprisce il controllo delle terre rare

La Cina rafforzerà la regolamentazione sull’industria dei metalli delle terre rare, estendendo il controllo all’estrazione mineraria ed alle esportazioni, ha affermato venerdì il Ministero dell’Industria e dell’Information Technology. La nuova bozza di legge permetterebbe a Pechino di far rientrare le terre rare nello scopo della nuova legge sul controllo delle esportazioni, entrata in vigore a dicembre e che rafforza il controllo statale sul flusso di materiali strategici. Mentre le norme attuali si concentrano sulla regolazione della sola fase di produzione, la nuova bozza di legge riguarderà l’intera filiera dei preziosi minerali, comprendendo dunque non solo la raffinazione, ma anche il trasporto e tutta la catena, fino alle esportazioni. Inoltre, saranno vietati l’acquisto e la vendita di prodotti derivati dalle terre rare estratti illegalmente e verrà stabilito un sistema di tracciamento che instaurerà una “gestione a circuito chiuso” della catena industriale. La Cina considera le terre rare una risorsa strategica che può essere sfruttata a suo vantaggio nella diplomazia internazionale: nel 2010, Pechino aveva temporaneamente interrotto le esportazioni di terre rare in Giappone in seguito all’escalation di tensioni sulle isole Senkaku e, nel 2019, la Cina aveva più volte minacciato di sospendere le esportazioni verso gli Stati Uniti in risposta alle sanzioni americane e alla firma, da parte dall’appaltatore della difesa americana Lockheed Martin, di un contratto per la fornitura di missili di difesa aerea a Taiwan. Per competere con Pechino, gli Stati Uniti – che dipendono dalla Cina per l’80% delle importazioni di terre rare – e l’Australia stanno guidando un’iniziativa per creare una catena di approvvigionamento alternativa: la compagnia mineraria australiana di terre rare Lynas e il partner americano Blue Line stanno costruendo un impianto di lavorazione del Texas, l’unico al mondo senza coinvolgimento cinese. [fonte Nikkei]

La banca di sviluppo statunitense aiuta l’Ecuador a ripagare i debiti alla Cina

Con un accordo firmato giovedì scorso, Adam Boehler, amministratore delegato della US International Development Finance Corporation (DFC) ha concluso un accordo che aiuterà l’Ecuador a rimborsare miliardi di dollari in prestiti alla Cina e ad aumentare lo sviluppo del paese. Tra le condizioni principali dell’accordo vi è l’obbligo di sottoscrizione, da parte di Quito, di ciò che l’amministrazione Trump chiama “The Clean Network”, un’iniziativa del dipartimento statale progettata per garantire che le nazioni escludano dalla propria rete 5G i servizi di telecomunicazioni ed i fornitori cinesi. In base all’accordo, la DFC collaborerà inoltre le istituzioni finanziarie del settore privato per contribuire a creare una speciale piattaforma commerciale che permetterà l’acquisto agevolato di petrolio e beni infrastrutturali in Ecuador: la vendita di tali bene fornirà a Quito liquidità per saldare il debito con la Cina nonché denaro da investire in vari progetti di sviluppo: ben 3,5 miliardi di dollari saranno infatti disponibili dopo aver rimborsato Pechino. Il debito dell’Ecuador nei confronti della Cina risale al decennio del governo di Rafael Correa, il cui governo è andato in default sul debito sovrano del paese nel 2008. Correa aveva voltato le spalle alle istituzioni di prestito di Washington, concordando con Pechino una serie di accordi petroliferi in cambio di prestiti. Il presidente in carica Moreno ha criticato gli accordi con la Cina, definendoli “opachi” e dannosi per il paese: il suo governo ha rinegoziato i termini di una parte del debito e lo scorso anno si è assicurato 2 miliardi di dollari da una banca cinese. L’amministrazione Trump spera che l’accordo fornirà un modello che incoraggerà altre nazioni a liberarsi dal debito cinese e rimuovere le società di telecomunicazioni cinesi dalle loro reti. L’accordo con la banca statunitense per lo sviluppo arriva solo tre settimane prima che l’Ecuador si rechi alle urne per scegliere un nuovo presidente e solo pochi giorni prima dell’insediamento di Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti. [fonte FT]

Hong Kong: azienda Internet censura i siti che incitano ad “atti illegali”

Il provider di servizi Internet Hong Kong Domain Name Registration Company (HKDNR) ha dichiarato che, a partire dal 28 gennaio, rifiuterà la registrazione di tutti i siti che potrebbero incitare ad “atti illegali”, sollevando nuove preoccupazioni sulle libertà nell’ex colonia britannica dopo l’imposizione da parte di Pechino della legge sulla sicurezza nazionale. Stando alle nuove direttive, denominate ” politica di utilizzo accettabile”, ogni richiesta di registrazione di nuovi siti .hk potrà essere rifiutata qualora inciti ad atti criminali, violi la privacy o fornisca informazioni false o fuorvianti. I possessori di domini .hk sono stati informati del cambiamento delle politiche di utilizzo nella tarda serata di giovedì scorso, ore dopo che la Hong Kong Broadband Network ha bloccato l’accesso a HKChronicles, un sito web che offre informazioni sulle proteste antigovernative. Sebbene la HKDNR abbia dichiarato di aver bloccato il sito web – che pubblica anche informazioni personali sugli agenti di polizia di Hong Kong – in conformità con la legge sulla sicurezza nazionale, l’avvenimento segna la prima censura del genere nella città, avvenuta proprio pochi giorni dopo l’arresto di oltre 50 attivisti pro-democrazia. Internet nella Cina continentale è pesantemente censurato e l’accesso a molte piattaforme straniere o siti di notizie è bloccato, ma i residenti di Hong Kong hanno finora goduto di maggiori libertà nell’ambito del quadro “un paese, due sistemi”: le proteste antigovernative nel 2019 si sono basate in larga misura sui canali di social come Telegram, che ha permesso ai manifestanti di organizzarsi in modo anonimo, con molti siti web che sono sorti proprio a sostegno del movimento di protesta. Mentre la HKDNR ha sottolineato che la nuova politica di utilizzo si applicherà alla sola denominazione dei siti .hk. e regolamenterà il contenuto dei singoli siti web, molti cittadini hongkonghesi temono invece che le nuove regole siano un primo passo verso l’instaurazione di un meccanismo di censura simile al “Great Firewall” della Cina continentale. [fonte Reuters]

Ha collaborato Alessandra Colarizi

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