Facebook arriva in Cina. Anzi no

Per la prima volta, Facebook sbarca ufficialmente in Cina. Anzi no. Giorni fa la compagnia fondata da Mark Zuckerberg — e bandita dalla Repubblica popolare dieci anni or sono — aveva registrato una sussidiaria a Hangzhou, la città che ospita anche Alibaba. Il progetto, del costo di 30 milioni di dollari, prevedeva l’istituzione di un centro di ricerca per “per supportare gli sviluppatori, innovatori e le start-up cinesi”. Un ingresso soft considerando che per app e altri servizi l’azienda dovrebbe scendere a compromessi con il governo cinese e le sue politiche in materia di archiviazione dei dati personali attirandosi nuovi grattacapi oltre a quelli già accumulati in patria. Ma, anche così, l’arrivo in Cina sembra aver già toccato un nervo sensibile. Secondo il NYT, sui social media locali alcuni riferimenti alla nuova filiale sono stati censurati, mentre la registrazione dell’azienda è già sparita dal sito web del National Enterprise Credit Information Publicity System in seguito a divergenze tra i funzionari provinciali e la potentissima Cyberspace Administration. Ma c’è anche chi imputa il dietrofront cinese alla guerra commerciale con Washington.

La Commissione disciplinare chiede maggiori diritti per i detenuti

Un trattamento equo per gli indagati. E’ quanto chiede la Commissione per centrale l’ispezione della disciplina, facendo riferimento al nuovo sistema di detenzione (liuzhi) introdotto con l’istituzione della nuova Commissione nazionale di supervisione, un superministero con poteri superiori a quelli della magistratura ed equiparabile al Consiglio di Stato. Dalla sua nascita la Commissione è già balzata agli onori della cronaca per un decesso in fase di interrogatorio. Oggi il principale organismo anticorruzione del Partito ha annunciato una serie di regole per prevenire il ricorrere di abusi durante il periodo detentivo. Tra le altre cose si legge che gli indagati sotto liuzhu“devono avere accesso a cibo e bevande, riposo e cure mediche garantite.” Secondo il Scmp, nel 2016 la procura suprema del popolo ha chiesto la revisione di 27 casi di corruzione gestiti in maniera dubbia.

Filippine: Duterte pronto a combattere la povertà con il federalismo

“Non solo Sabah, ma anche lo Scarborough, il Benham Rise e le isole Spratlys”. Si allunga la lista dei territori contesi con la Cina e la Malaysia che Aquilino Pimentel Jr, l’advisor di Duterte incaricato di visionare la Costituzione delle Filippine del 1987 in vista di un piano federale, propone di aggiungere ai 12 nuovi stati autonomi. La proposta di Pimentel prevede già una suddivisione in Luzon settentrionale, Luzon centrale, Luzon meridionale, Bicol, Visayas orientale, Visayas centrale, Visayas occidentale, Minparom, Mindanao settentrionale, Mindanao meridionale e Bangsamoro, con Metro Manila a fungere da “capitale federale”. Cavallo di battaglia di Duterte in campagna elettorale, l’istituzione di un sistema federale dovrebbe regalare maggiore autonomia alle regioni agricole come Visayas e Mindanao in modo da ridurre il gap con il nord industriale. Ma finora il progetto si è scontrato con l’opposizione di quanti mettono in dubbio la possibilità di un’autosussitenza delle zone periferiche. A far discutere è anche la rimozione dalla nuova costituzione del limite presidenziale di un unico mandato di sei anni, da sostituire con la possibilità di due mandati quinquennali consecutivi.