l libro  Il nüshu – La scrittura che diede voce alle donne, di Giulia Falcini, edito da CSA Editrice, presenta una Cina diversa e poco conosciuta. C’è molto cuore in questo libro, ma ci sono anche tante informazioni dirette che ci portano direttamente in un villaggio dello Hunan, nel Sud-Ovest della Cina.

Si tratta di una variante semplificata della scrittura cinese, con valore alternativamente fonetico o ideografico, che fino a qualche anno fa veniva ritenuta segreta, condivisa solo da donne ed era stata interpretata come espressione di “mondo femminile parallelo”, reminescente di chissà quale società matriarcale. Ma, ora si sa, il segreto era ben noto anche al mondo maschile, che però non era interessato alle parole delle donne, motivo per cui non è stato preso in considerazione dalla storiografia ufficiale.

Il termine nüshu che di solito non viene tradotto, qui viene nominato “scrittura femminile”, come se la scrittura avesse un genere, come se esistesse una “scrittura  maschile” a cui fa da contrappunto.

Falcini traduce dall’originale i canti tramandati dalle donne in quella forma grafica, trascritti non solo su carta – solo per le produzioni più preziose- ma soprattutto sugli oggetti di tutti i giorni ai quali le donne attendevano come custodi privilegiate: cinture, cappelli, scarpe, abiti.

Quei canti ancora oggi vengono eseguiti coralmente dalle donne non nello stile urlato che caratterizza le canzoni delle donne Hakka, bensì sussurrati negli spazi predisposti all’interno della casa, o della “Torre dei canti seduti”, un edificio che ospita le donne del villaggio per un’istruzione collettiva, tutta femminile prima del matrimonio di una di esse.

L’autrice, già traduttrice di autori contemporanei cinesi, ha studiato il nüshu con le eredi di questa tradizione, sotto la supervisione della prof. Zhao Liming dell’Università Tsinghua di Pechino. Si avvicina con grande empatia a questa cultura, diffusa in una comunità di contadini della minoranza etnica Yao, una popolazione di migranti interni di più di 1000 anni fa, che, come quasi tutti i popoli cinesi, nel corso della storia hanno alternato stanzialità a nomadismi forzati.

Una comunità di persone che attraverso le pagine del libro prendono forma, con nomi e cognomi, che molti lettori italiani spesso rinunciano persino a tentare di pronunciare, vista la difficoltà di memorizzazione di suoni così “altri”, ma che qui assumono una concretezza che porta il lettore a conoscerne anche il volto, grazie alle fotografie di cui il libro è generoso.

Attraverso questa lettura impariamo a conoscere le giovani donne e le donne anziane, le studiose e le donne di potere, le artiste, le maestre e i giovani allievi che popolano questa piccola comunità, questo angolo di Cina che è Pumei, il villaggio di Jiangyong dove si è svolto il lavoro sul campo dell’autrice negli ultimi anni. Il villaggio è il nucleo fondante della civiltà cinese; senza conoscere il villaggio e le dinamiche che lo regolano, non possiamo conoscere Xi Jinping e le regole della globalizzazione. Partiamo dalla scrittura nüshu per conoscere questa comunità, i suoi rituali e le loro trasformazioni,  gli oggetti e le testimonianze di una cultura viva, che si interroga sulla trasmissione di un’eredità di saperi e la ridefinizione continua di reti sociali.

Le relazioni tra laotong, “la mia simile, per sempre”: una compagna giurata per tutta la vita, con la quale condividere spazi riservati di intimità e di reciproche confessioni, canale di sfogo per le frustrazioni di essere donna, soggetto invisibile in una società rurale tradizionale dove le donne non avevano voce. A partire dagli anni ottanta alcune studiose hanno notato come in queste zone i suicidi femminile fossero molto più limitati che in altre zone della Cina rurale.

Il fenomeno del nüshu ha cessato di essere parte integrante della cultura locale nel momento in cui le donne hanno cominciato ad avere accesso all’istruzione, con la fondazione della Repubblica Popolare di Mao Zedong, nel 1949, ma rivive oggi, in questo paso-doble di commercializzazione e valorizzazione delle tradizioni popolari che la Cina sta vivendo, ma anche un viaggio nella memoria collettiva delle donne di quelle campagne che fino a 40 anni fa erano la spinta creativa della Cina e che oggi, forse, lo sono di nuovo.

Di Sabrina Ardizzoni

[Pubblicato su il manifesto]