Un anno da dimenticare. Secondo analisti e politologi, il 2019 può essere considerato “l’annus horribilis” dell’amministrazione Xi Jinping per almeno tre buoni motivi: le proteste che da giugno scuotono Hong Kong sfidando la sovranità cinese sull’ex colonia britannica hanno suggellato mesi di turbolenze – tanto in patria quanto all’estero – dominate da una nuova escalation tra le due sponde del Pacifico che nemmeno l’imminente “accordo di fase uno” sarà facilmente in grado di domare. A ciò si aggiungono le ormai consolidate incertezze economiche, acuite dall’epidemia di peste suina che a novembre ha fatto schizzare l’indice dei prezzi al consumo del 4,5%, il valore più alto dal marzo 2008.

Nulla di tutto questo, tuttavia, sembra trasparire nel tradizionale discorso di fine anno pronunciato da Xi. Per il leader cinese, la fine del decennio ha coinciso con la piena realizzazione dei propositi prefissati, a partire dal primo dei “due obiettivi centenari”: il raddoppiamento del pil pro capite rispetto al 2010, oggi lievitato vicino alla soglia dei 10.000 dollari. Numeri che (almeno sulla carta) anticipano il raggiungimento di una “società moderatamente prospera” previsto per il 2020. Un’idea confuciana, più che marxista, stando alla quale una sussistenza dignitosa costituisce la precondizione necessaria per garantire l’armonia sociale, la crescita spirituale della popolazione, e la fioritura delle arti e delle scienze.

In quest’ottica assume anche più importanza l’annuncio che “circa 340 contee e oltre 10 milioni di persone sono state sollevate dallo stato di povertà”, proiettando il gigante asiatico verso lo sradicamento completo della povertà assoluta entro il prossimo anno. Una delle tre “difficili battaglie” che impegnano il regime comunista contemporaneamente sul fronte finanziario e ambientale. Secondo il presidente, “nell’ultimo anno, le riforme e l’apertura hanno continuato a generare vigore per lo sviluppo” grazie alla creazione di zone pilota di libero scambio e all’espansione di nuovi cluster urbani quali la megaregione Beijing-Tianjin-Hebei, la cintura economica dello Yangtze e la Greater Bay Area tra la provincia del Guangdong, Hong Kong e Macao.

Ma il 2019 ha coinciso anche e soprattutto con la celebrazione di anniversari carichi di simbolismi. Ai 70 anni della marina e dell’aeronautica cinese si sono aggiunti i festeggiamenti per il settantesimo dalla fondazione della Repubblica popolare, vetrina per i progressi militari, economici e tecnologici inanellati nella Nuova Era di Xi Jinping, dall’esplorazione sul lato oscuro della Luna all’introduzione del 5G passando per il lancio della prima portaerei totalmente “made in China” e l’inaugurazione del nuovo mastodontico aeroporto di Pechino. Tutto sembra protendere verso un’autocelebrazione del partito comunista e del suo uomo forte. Perfino l’augurio per un ritorno alla stabilità nella riottosa Hong Kong passa attraverso l’esaltazione dei successi conseguiti nella leale Macao, dove il principio “un paese, due sistemi” si è dimostrato “pienamente applicabile, realizzabile e popolare.”

Tutt’altro che un segno di debolezza, come in altre circostanze, l’ammissione di nuove sfide all’orizzonte si traduce in un incitamento a non abbandonare il proprio paradigma di sviluppo nonostante le difficoltà. E se il nazionalismo si dovesse confermare un termometro attendibile, il messaggio pare sia stato recepito con un certo entusiasmo, quantomeno a livello popolare. “La storia umana, come un fiume, scorre per sempre, assistendo sia a momenti di pace che a grandi disordini. Non abbiamo paura di tempeste, pericoli e barriere,” sentenzia il presidente, ricordando – con un dito puntato contro gli Stati Uniti – come una Cina prospera e armoniosa sia la premessa per “un bellissimo futuro per tutta l’umanità.”

[Pubblicato su il manifesto]