Shiori Ito, la giornalista simbolo del movimento #metoo giapponese, è uscita vincitrice mercoledì da una difficile battaglia giudiziaria: per il tribunale civile di Tokyo fu stupro ciò che avvenne in quella notte di aprile del 2015 in cui si incontrò a cena con un famoso giornalista televisivo, Noriyuki Yamaguchi, per discutere di un’’offerta di lavoro.

Il caso ha segnato il #metoo in Giappone e ne è stato il più importante episodio. Ito ha ricostruito la sua esperienza in un documentario e in un libro, che hanno messo in luce la difficile situazione delle giapponesi vittime di violenze di fronte a un sistema politico-giudiziario poco sensibile ai diritti della donna.

Quella notte, secondo la ricostruzione fornita da Ito, dopo la cena perse conoscenza e fu trascinata in albergo da Yamaguchi che iniziò la violenza su di lei ancora incosciente, per continuarla una volta che tornò cosciente e vi si oppose. Yamaguchi ha sostenuto, invece, che Ito era ubriaca prima e consenziente poi.

La sentenza ritiene fondata la versione dei fatti fornita da Ito, mentre rileva varie incongruenze nella testimonianza del giornalista tV, che la rendono inattendibile. Yamaguchi, apparso teso in una conferenza stampa a Tokyo, continua a dichiararsi innocente, promettendo che farà appello.

Ito nel suo libro del 2017 ha parlato di aprire la «scatola nera», riferendosi alle difficoltà che la vittima di un reato sessuale incontra nel tentativo di avere giustizia. Racconta di come si sia sentita umiliata in vari modi dal trattamento della polizia, che prima le avrebbe consigliato di lasciar perdere la denuncia, proprio perché l’accusato era un uomo potente e poi perché difficilmente si sarebbe giunti a una condanna.

E afferma di essersi sentita umiliata dal dover ripetere la scena del suo stupro con un manichino e di non aver potuto avere assistenza da parte di personale femminile di polizia, in quanto numericamente troppo esiguo.

La «scatola nera» per lei, però, non si è aperta in sede penale, così ha potuto fare chiarezza solo in sede civile, dove ha vinto. La procura all’epoca dei fatti rifiutò di sostenere l’accusa. L’onere della prova nel caso di reati sessuali in Giappone è molto alto e la legge – prima di questo episodio, a causa del quale è stata riformata – limitava molto la nozione di stupro. Questo avrebbe indotto la procura a non procedere.

Ito, il movimento e l’opposizione in parlamento hanno però sospettato nel tempo anche indebite pressioni politiche. Il giornalista Yamaguchi è stato molto vicino al premier Shinzo Abe tanto da esserne il biografo. Così la giornalista, vistasi negata la possibilità di ottenere giustizia in un processo penale, aveva deciso di rendere pubblica la cosa nel maggio 2017 con il libro sulla sua esperienza nel sistema giudiziario e la causa civile.

Questo le era costato mesi di ulteriori violenze psicologiche sui social da parte dei famigerati nettuio, cyberconservatori sempre pronti all’attacco digitale verso donne, minoranze, disabili e stranieri.

Il caso di Ito ha dato coraggio ad altre vittime, come si vede nel documentario della Bbc «Japan’s secret shame» su di lei e nel 2018, dopo che il suo caso è stato reso pubblico, un viceministro si è dimesso per essere stato registrato a chiedere a una cronista di poterle toccare il seno. Il governo del Partito Liberaldemocratico, socialmente conservatore, in quel caso lo difese strenuamente.

Shouso, causa vinta, diceva il piccolo striscione che Ito reggeva in mano sulla soglia del cancello del tribunale di Tokyo da cui era appena uscita. Questa è una vittoria non solo per lei, ma per tutto il movimento.

[Pubblicato su il manifesto]