È difficile ricordare, negli ultimi decenni, un fronte unito così imponente ed eterogeneo protestare compatto in tutto il subcontinente indiano contro il governo.

NONOSTANTE LA REPRESSIONE violenta delle forze dell’ordine, nelle ultime 48 ore i manifestanti scesi in strada per protestare contro il combinato disposto del Citizen Amendment Act (Caa, già in vigore) e del National Registry of Citizens (Nrc, per ora ancora una promessa elettorale) stanno aumentando in maniera esponenziale.

I social media traboccano di foto e video di adunate oceaniche letteralmente estese a macchia d’olio in tutto il paese. Dalla Jama Masjid, l’imponente moschea rossa nel centro di Old Delhi, fino allo spiazzo di August Kranti Maidan a Mumbai, passando per decine di proteste nelle università, in svariate megalopoli, in interi distretti rurali dal Nord Est al Kerala, l’India che si oppone all’ultrainduismo di stato del Bharatiya Janata Party (Bjp) di Narendra Modi non dà segno di cedere alla paura. La richiesta: ritirare la legge che discrimina la comunità musulmana nelle procedure di richiesta della cittadinanza indiana e che, qualora l’Ncr entrasse in vigore, diventerebbe uno strumento per liberarsi della comunità islamica in India.

PER IL GOVERNO MODI è un problema duplice, di ordine pubblico, ma soprattutto politico. Con intere porzioni di territorio paralizzate dalle proteste e spezzoni di manifestanti che sfogano la propria rabbia incendiando autobus e distruggendo «proprietà private», come dice l’esecutivo, l’intervento coordinato dal ministro degli Interni Amit Shah si è fatto sempre più minaccioso. Oltre agli agenti armati di bastoni, idranti e lacrimogeni, da alcuni giorni è in vigore un tacito assenso all’aprire il fuoco. E da ieri, nelle zone calde – come Daryaganj, a New Delhi – sono stati dispiegati anche i corpi speciali.

Il bilancio dei feriti e degli arrestati è in costante aggiornamento, nell’ordine delle centinaia in tutta l’India, mentre ai 9 morti in Assam si sono aggiunti ieri almeno 5 morti in Uttar Pradesh. Nel più grande stato indiano, governato da Yogi Adityanath (Bjp), le autorità hanno promesso di «vendicarsi» contro i manifestanti violenti, che secondo Adityanath saranno identificati e dovranno pagare di tasca propria per i danni arrecati alla cosa pubblica. Sarebbe un unicum, nella storia delle manifestazioni di piazza indiane.

DAL LATO POLITICO, per la prima volta l’eccezionale macchina della propaganda modiana – capace, tra le altre, di far digerire alla popolazione una drammatica demonetizzazione nel 2016 senza quasi incorrere in proteste – si trova in estrema difficoltà. La strategia del divide et impera, con cui il Bjp è sempre riuscito a fiaccare i moti popolari, questa volta sembra non scalfire un blocco di opposizione estremamente ampio: studenti, dalit, comunisti, progressisti, accademici – tra cui spicca lo storico e biografo del Mahatma Gandhi, Ramchandra Guha, arrestato e rilasciato dopo poche ore giovedì – hindu, musulmani, cristiani, anziani, giovani.

Sono piazze in cui si è ritrovata una comunità unita a difesa di un’idea di India minacciata dal suprematismo hindu: un’India multiculturale, accogliente e orgogliosa della propria unity in diversity, la pietra angolare su cui i padri della patria costruirono l’India indipendente nel 1947.

Due frasi, tra le centinaia di cartelloni portati in piazza, riassumono il momento storico che sta vivendo il paese: «Mio padre pensa che io sia qui a studiare storia, mentre sto facendo la storia» e «sono hindu, mica stronzo!». Un bel problema, per l’ultradestra al governo.

[Pubblicato su il manifesto]