C’è chi alloggia in un eco-resort immerso nelle piantagioni di tè, chi porta i propri figli a raccogliere frutta di stagione in una fattoria vicino a Guangzhou e chi, invece, si concede una tranquilla giornata di trekking in montagna, a qualche ora di macchina da casa: è sempre più slow, lontano dalla dimensione urbana, e a contatto con la natura, il turismo che piace ai cinesi.

Quello rurale in particolar modo, già in ascesa da qualche anno in Cina, sta vivendo adesso un vero e proprio boom: è stato il primo segmento a recuperare nel post-lockdown e, con 984 milioni di viaggiatori che nei primi mesi del 2021 hanno scelto la campagna cinese, è addirittura aumentato del 5.2% rispetto allo stesso periodo del 2019.

Il trend, poi, si è consolidato in modo netto durante l’ultima festività nazionale – la Festa dei Lavoratori- tra il 1 e il 5 maggio (durante la quale sono stati registrati 230 milioni di viaggi interni, decretando la ripresa del turismo interno).

Su Fliggy, popolarissimo portale turistico appartenente al gruppo Alibaba, le prenotazioni per agriturismi e case di campagna durante i giorni di vacanza sono aumentate di oltre il 220% su base annua, percentuale più alta di quella degli hotel. E ancora, secondo un report di Xinhua Finance e Ctrip, principale Ota (Online Travel Agency, ndr.) cinese, nel periodo festivo le prenotazioni per località come la Valle del Nujiang nello Yunnan, o il Lago di Smeraldo nella provincia del Qinghai, classificate come “località rurali”, hanno avuto il tasso di crescita più alto tra quelli registrati.

E non c’entra soltanto la bellezza dei paesaggi: la parte esperienziale, in questo tipo di viaggi, assume per i cinesi un ruolo sempre più centrale. Sia per i tour di gruppo organizzati che per i Fit (Free Independent Travelers, ndr.), infatti, sono sempre più popolari attività come passeggiate a cavallo, food tours, laboratori di ceramica, pescaturismo, e soggiorni in villaggi remoti per “sperimentare la vita dei borghi antichi”.

Il punto è che i cinesi, ormai «stanchi della mancanza di opportunità di svago ed esperienze uniche nelle grandi città del paese» sentono sempre più il bisogno di «sperimentare modalità di vita diverse, di godere di scenari idilliaci e della quotidianità della campagna, cambiando stile di vita nel fine settimana», ha spiegato Zhou Mingqi, general manager della Shanghai Tour Guide Management Consulting, intervistato dalla CNN.

E sono soprattutto giovani e giovanissimi, a voler evadere dalla routine metropolitana.

Lo confermano anche i dati relativi alle ultime vacanze di maggio: Millennials (ovvero i nati dopo gli anni ’80) e Generazione- Z (cioè i nati dopo il 1995) non solo costituiscono il principale traino della ripresa del turismo interno in Cina, con percentuali che spesso superano il 50% del totale della domanda – e dei consumi- turistici, ma sono anche la fascia che più di tutte cerca nel viaggio esperienze significative e profonde.

Tour rurali, viaggi on the road, attività all’aperto e sport avventurosi come parapendio o arrampicata su roccia, sono quindi tra i prodotti più ricercati dai giovani su piattaforme come Qunar, Fliggy, e Mafengwo.

Il bisogno di evasione delle nuove generazioni si esprime però anche con la nascita di nuovi trend che spopolano non solo come prodotti turistici, ma anche come contenuto ispirazionale e di lifestyle sui social network. I contenuti relativi al camping, ad esempio, e alla sua versione più glamour, il “glamping”, così come quelli relativi ai viaggi in camper e ai picnic sono tra le principali tendenze degli ultimi mesi su Xiaohongshou, piattaforma di “social commerce” molto improntata al lusso e alla moda, usatissima dai giovani delle città di prima fascia.

Su Douyin (la versione cinese di Tik-Tok, i cui utenti sono in maggioranza millennials e generazione-z) a spopolare tra i giovani netizen cinesi, sono invece i contenuti che mostrano la bellezza di località remote e paesaggi bucolici, dove si vive una vita tranquilla e genuina, fatta di Lo dimostrano casi come quello di He Jiaolong, governatrice della contea di Zhaosu nel Xinjiang, diventata famosa lo scorso anno per i video che la mostrano mentre cavalca elegantemente in verdi praterie, o l’ormai celebre Ding Zhen, giovane allevatore della provincia autonoma tibetana del Sichuan, diventato -per puro caso- una vera star grazie alla piattaforma di short-video, che ha mostrato al Paese il suo sorriso “puro e sincero” e il suo stile di vita semplice e quasi pastorale.

Se da una parte questa tendenza a sognare spazi aperti è una naturale conseguenza dei mesi di confinamento e del lockdown nel primo periodo di pandemia, dall’altra, sembra essere strettamente collegata al processo, sempre più veloce, di urbanizzazione in Cina.

È proprio uno studio realizzato da Douyin a confermarlo: gli utenti della piattaforma interessati ai viaggi, infatti, risultano provenire per lo più da città di prima o seconda fascia. Sintomo, secondo analisti del settore, di un certo malessere insito nella vita delle grandi metropoli, che si traduce nella ricerca di una dimensione diversa, perchè «quando il corpo è costretto dal lavoro, dallo stile di vita e dall’ambiente circostante a vivere nel cemento armato, i paesaggi naturali diventano preziosi: più le città di primo livello si modernizzano, più i suoi residenti bramano viaggiare».

Ma non solo. A questo malessere generale, si aggiunge sempre più spesso quello di giovani professionisti e impiegati di ceto medio, i cosiddetti “Colletti bianchi”, che vivono con crescente ansia e frustrazione la discrepanza tra aspettative della società nei loro confronti, e reali prospettive di carriera offerte dalla città, nettamente inferiori rispetto a quelle di 10 o 20 anni fa, quando la Cina cresceva esponenzialmente. Per emergere, soprattutto in settori come l’high tech, l’unico modo è spesso quello di adattarsi alla diffusissima cultura di abnegazione e del “sistema 996” (dalle 9 del mattino alle 9 di sera per 6 giorni a settimana).

Facendo sempre più fatica ad adattarsi ad uno stile di vita così competitivo e stressante, quindi, sempre più giovani cercano una tregua- o forse, un fuga- dalla realtà, nel poco tempo libero a disposizione, in ambienti e atmosfere diametralmente opposte al loro quotidiano.

«La vita 996 ad Hangzhou è davvero soffocante», scrive una ragazza sul forum di viaggi della piattaforma Mafengwo raccontando del suo weekend a Wuyuan, trascorso tra rafting, natura e relax, «ma il progetto che gestivo è finalmente completato e ora posso prendermi qualche giorno di vacanza». Un ragazzo di Pechino, invece, sempre su Mafengwo, racconta di come lui stesso si sia sorpreso, quando è stato licenziato, dal non essere affatto dispiaciuto per non dover più «cercare una maglietta la mattina, fare colazione velocemente, e infilarsi in un vagone della metropolitana buia», e di come «anni di desiderio di libertà superino la crisi per la disoccupazione di mezza età», spingendolo a fare un viaggio-avventura nelle zone più povere e nei villaggi rurali di Liangshan, nel Sichuan, prima di cercare un nuovo lavoro.

Ma sta spesso stretta anche alle famiglie, la vita nei grandi centri urbani. In particolare a quelle con bambini, sempre più preoccupate dai potenziali effetti che inquinamento urbano, cibo industriale e sovraesposizione alla tecnologia, possono avere sulla salute psico/fisica dei loro figli. «I bambini hanno anche dato da mangiare ai piccoli animali», scrive entusiasta una mamma di Chengdu, raccontando online della sua gita in montagna con la famiglia per il ponte di maggio, e continua: «questo può essere un buon modo per permettere ai nostri figli che vivono in città, di sperimentare la poesia della vita rurale, di farli stare lontani dall’elettronica per un po’, e di fargli provare le stesse sensazioni della nostra infanzia sfrenata e spensierata».

E questa riscoperta della semplicità, della campagna e della vita agreste non può che piacere molto, anzi moltissimo, al governo centrale.

Dopo avere ufficialmente sconfitto la povertà assoluta lo scorso dicembre, infatti, la Cina ha adesso una nuova priorità: la “rivitalizzazione rurale”, condizione necessaria per promuovere i consumi ed accelerare la modernizzazione nelle aree di campagna, colmando il gap tra zone costiere e zone interne, coerentemente alla nuova strategia cinese della “doppia circolazione”. Tra le strategie per raggiungere l’obiettivo, elencate nel  «Documento n.1» pubblicato a febbraio di quest’anno, un posto di rilievo è stato dato proprio alla promozione del turismo rurale, che per il 2025 verrà ampiamente sviluppato, contribuendo ad una trasformazione significativa di molte aree a vocazione agricola.

Già nel 2016, la dirigenza cinese pubblicava l’Avviso sul piano d’azione del progetto relativo al Turismo Rurale per la riduzione della povertà, poi implementato a partire dal 2017. Negli ultimi anni, riporta Xinhua, sono stati investiti nel settore 6,5 miliardi di yuan (circa 991 milioni di dollari) in 656 progetti infrastrutturali e quasi 70 miliardi di yuan di prestiti. Molti anche i progetti di formazione, soprattutto in ambito di digitalizzazione.

Tutti questi sforzi portano in molti casi a benefici tangibili e ad un arricchimento generale per molte comunità rurali, come non mancano di far notare i media statali.

Ci sono, però, anche molti rischi.

Innanzitutto, già da qualche anno, secondo alcuni osservatori, i villaggi coinvolti in programmi di riqualificazione turistica, cominciano ad essere molti, forse troppi.

Soltanto tra agosto e settembre 2020, il Ministero della Cultura e del Turismo ha stabilito una lista di 680 villaggi “chiave” per il turismo rurale, e una di 300 itinerari turistici rurali che comprendono piccoli villaggi, borghi, fattorie, parchi tematici e b&b in tutte le provincie del Paese. Il modello di sviluppo dei villaggi spesso si ripete, con una combinazione di paesaggi bucolici, case rustiche ma finemente ristrutturate, e bar e negozi lungo stradine dal sapore antico.  Nonostante la domanda per il turismo rurale sia in aumento nel Paese, quindi, può essere comunque difficile, per le nuove destinazioni, distinguersi dalla massa, e persino molti di quei villaggi che hanno la fortuna di attirare l’attenzione dei media, vedono il numero di visitatori crescere molto velocemente all’inizio, per poi lentamente scemare.

C’è poi il problema dell’estrema volatilità del settore turistico, che se da un lato garantisce un ritorno di investimento immediato e guadagni consistenti, dall’altro rende molto fragile l’economia di una località, specie se il passaggio dall’agricoltura a un’economia di servizi avviene in modo repentino. Come nel caso del villaggio di Hebian, nello Yunnan, raccontato dalla rivista online Sixth Tone. Più volte celebrato dai media nazionali come brillante storia di successo nella lotta alla povertà tramite il turismo, il villaggio, con l’arrivo della pandemia, ha visto quasi azzerarsi il numero di visitatori e con loro, i guadagni degli abitanti.

Problema molto simile, in realtà, a quello che altri agricoltori, a latitudini ben diverse – dal Perù alla Costiera Amalfitana– si sono ritrovati a dover affrontare in questi mesi.

C’è infine un altro elemento problematico, forse più complicato da risolvere, relativo a questo tipo di turismo, ed ha a che fare con la ragione stessa, del suo successo negli ultimi anni.

Il rischio cioè, che il viaggio, pur sempre più “lento”, rilassato, e di qualità nelle preferenze dei turisti cinesi, possa però essere un rimedio soltanto temporaneo, e non risolutivo, ad un malessere più profondo, soprattutto generazionale.

In un articolo dal titolo “Nell’era dello scrolling, persino viaggiare è diventato 996”, la rivista online The Paper, scrive: «I giovani contemporanei, alienati dal “996”, hanno perso anche la gioia di viaggiare. Secondo lo schema, trascorriamo dei giorni a pianificare un itinerario fitto, sforzandoci poi di scattare le foto davanti a punti panoramici che più volte sono stati geolocalizzati; e queste impegnate ed appaganti illusioni sono esattamente il paradosso stesso del viaggio».

Di Roberta Moncada

Dopo la laurea magistrale in Lingue e Culture per la Comunicazione Internazionale alla Statale di Milano parte per la Cina, dove rimane per circa 5 anni, lavorando anche per il Consolato Italiano a Shanghai. Tornata in Italia, inizia a lavorare nel turismo, occupandosi dell’organizzazione e della gestione di tour ed attività, in particolare enogastronomiche, per turisti cinesi in viaggio in Italia ed Europa.