Un bombardiere H-6 si alza in volo dalle desertiche province della Cina occidentale alla volta del Pacifico. Missione: colpire la base americana di Guam, uno degli avamposti con cui gli Stati Uniti tengono sotto controllo l’espansionismo cinese nell’oceano più esteso del mondo. È il video promozionale pubblicato dall’aeronautica militare cinese lo scorso settembre, all’apice di una nuova escalation tra Washington e Pechino. Tra tariffe incrociate, accuse di spionaggio e minacce di un decoupling tecnologico, negli ultimi mesi l’attenzione degli analisti si è spostata nelle acque agitate che separano le due sponde del Pacifico. Qui, a portata di missili cinesi, sorge l’isola di Taiwan, “l’altra Cina”, che la leadership comunista vuole riannettere ai propri territori da quando al termine della guerra civile (1927-1950) fu scelta come riparo “temporaneo” dal Governo nazionalista in fuga.

Gli Stati Uniti la resero un baluardo dell’anticomunismo al tempo della Guerra fredda e un anello fondamentale della “prima catena di isole”, dottrina formulata dall’analista John Foster Dulles che negli anni Cinquanta individuò nella cintura insulare dalle Curili – tra l’estremità nordorientale dell’isola giapponese di Hokkaidō e la penisola russa della Kamčatka – fino al Borneo un avamposto per circondare l’Unione Sovietica e la Cina. L’Andersen Air Force Base di Guam ha rappresentato un tassello fondamentale nella strategia difensiva di Washington nell’Asia-Pacifico e continua a esserlo di fronte alla crescente assertività di Pechino nella regione. Soprattutto nei confronti di Taipei, che la leadership comunista considera un Governo illegittimo e di cui gli stessi Stati Uniti ignorano ufficialmente la statualità tenendo fede al Trattato di San Francisco, l’accordo che alla fine della Seconda guerra mondiale sancì la rinuncia della sovranità giapponese sull’isola dopo cinquant’anni di dominazione senza tuttavia definirne chiaramente lo status internazionale. [SEGUE SU EASTWEST]