La Cina è finita sotto i riflettori della 46sima sessione del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC), iniziato questo lunedì. Questa volta, anche Gran Bretagna e Canada si sono uniti alla denuncia di genocidio avanzata dagli USA. Il copione è quasi sempre lo stesso: la Cina, attraverso la voce di Wang Yi – ministro degli affari esteri – continua a respingere le accuse di violazione dei diritti umani sul proprio territorio. Per Pechino, in Xinjiang si stanno adottando misure antiterrorismo e di creazione di posti di lavoro in conformità con i piani di riduzione della povertà nel paese. “Tali accuse sono fabbricate per ignoranza e pregiudizio, sono semplicemente pubblicità maliziosa e guidata politicamente e non potrebbero essere più lontane dalla verità”. Wang ha però fatto capire che le porte del paese sono aperte ai controlli ONU che le altre nazioni chiedono da tempo, ma ancora non abbiamo una data. Qualche giorno prima il ministro è intervenuto durante un incontro del Consiglio di Sicurezza ONU con un appello alla solidarietà in tema di vaccini, invitando alla cooperazione e al rispetto del multilateralismo davanti alla crisi pandemica. Pechino cerca quindi di dare priorità all’emergenza Covid-19, mentre finiscono in secondo piano i diritti umani che – anche nel caso del Myanmar, discusso durante l’incontro – non “sono monopolio di un piccolo gruppo di stati” e devono innanzitutto garantire “felicità, mezzi di sussistenza e sicurezza”. Gli incontri dell’UNHRC dureranno fino al 23 marzo. [Fonti: Reuters, MOFA]

 Un posto (solo) per i patrioti nel Legislative Council di Hong Kong

Nel LegCo avanzano sempre più le istanze pro Pechino. È quanto dimostra l’ultimo annuncio di lunedì, quando i legislatori del mini-parlamento di Hong Kong si sono espressi a favore dei piani di riforma del sistema elettorale proposti dalla madrepatria. “Qualunque cosa decida Pechino sarà fantastica” ha detto Xia Baolong, il massimo funzionario di Pechino responsabile degli affari della città, aggiungendo che solo i veri patrioti possono governare il territorio dell’ex-colonia britannica. Un nuovo requisito essenziale nel curriculum del perfetto legislatore alle prossime elezioni, che sono state rimandate di un anno e si svolgeranno a settembre. Insieme a questa ventata di patriottismo viene confermata la linea dura contro chi minaccia la stabilità delle istituzioni e l’accordo “un paese, due sistemi”. Nel frattempo, Martin Liao, il conduttore della fazione pro-establishment ha chiarito che “la gente di Hong Kong non sarà coinvolta nell’elaborazione delle riforme amministrative ed elettorali poiché potrebbero essere necessarie modifiche alla Basic Law”, sulla quale solo il governo centrale può deliberare. Carrie Lam, amministratrice delegata della città, si è detta dello stesso parere dei colleghi. “Per evitare che la situazione peggiori al punto da far crollare il modello un paese, due sistemi, i problemi devono essere affrontati dal governo centrale”. [Fonti: RTHK, SCMP, Reuters]

La Cina arresta i primi diffamatori degli eroi del conflitto sino-indiano

Sono almeno sei le persone che secondo Pechino hanno violato la legge del 2018 che condanna chi sminuisce o diffama la memoria degli “eroi e martiri” della patria. Alcuni hanno esplicitamente rifiutato di considerare il sacrificio dei soldati come eroico, altri semplicemente hanno esternato il sospetto che le vittime siano molte di più di quanto dichiarato dalle fonti ufficiali. Queste persone sono state rintracciate attraverso le segnalazioni di commenti o post su Weibo dove esternavano queste considerazioni, mentre altri hanno subito pressioni finché non si sono presentati dalla polizia per confessare il reato. La Cina ha rivelato solo negli ultimi giorni i dati sulle vittime degli scontri al confine Himalayano con l’India, 4 morti e un ferito grave, definendoli “eroi che difendono il confine”. Per questo motivo la memoria delle vittime viene onorata e protetta anche dalla diffamazione online da una legge ad hoc, che secondo gli osservatori fa parte del piano di Pechino per migliorare l’immagine dell’Esercito Popolare di Liberazione e creare una narrazione positiva intorno alle istituzioni dello Stato e del Partito. [Fonte: SCMP]

Le spie cinesi “copiano” gli hacker americani

I cinesi hanno sviluppato un codice per le operazioni di hacking preso dalla US National Security Agency. Lo dice un rapporto del Check Point Software Technologies, centro di ricerca con sede a Tel Aviv. Il malware chiamato “Jian” sviluppato da Pechino ha le stesse funzionalità di quello sviluppato dagli americani al punto che potrebbe essere lecito pensare che sia stato “copiato” penetrando nei sistemi di sicurezza informatica USA. E c’è anche una data: nel 2017 una falla nel sistema avrebbe permesso agli hacker cinesi di raccogliere informazioni per sviluppare dei programmi ancora più sofisticati per migliorare i propri strumenti di “cyber attacco”. Secondo altri, il malware sarebbe stato sviluppato prima, a riprova che la difesa informatica di Washington non sia perfetta come sembra. I risultati della ricerca hanno fatto riemergere la questione della cybersecurity, oggi uno degli elementi prioritari per la difesa di informazioni sensibili e impedire il sabotaggio a catena di tutto ciò che ora dipende da sistemi informatizzati. “Oggi la priorità dovrebbe essere la correzione dei difetti del sistema – avverte Yaniv Balmas, capo della ricerca di Check Point – altrimenti i malware possono avere un effetto boomerang contro i loro creatori”. [Fonte: SCMP]

Facebook riapre al dialogo con Canberra

Facebook ha accettato di ripristinare le pagine di notizie australiane dopo una settimana di stallo che ha fatto preoccupare anche il resto del mondo. Canberra ha lanciato una nuova legge che chiede alle big tech di pagare i creatori di contenuti, mossa a cui Facebook ha risposto facendo letteralmente “sparire” le notizie dalla piattaforma. Dopo una serie di colloqui tra Frydenberg – Tesoriere del governo – e il CEO di Facebook Mark Zuckerberg durante il fine settimana, è stato raggiunto un accordo di concessione. Non abbiamo ancora dichiarazioni ufficiali da parte dei membri del governo australiano, mentre Facebook ha dichiarato in una pubblicazione sulla piattaforma che “Siamo soddisfatti che il governo australiano abbia accettato una serie di modifiche e garanzie che affrontano le nostre preoccupazioni principali sull’autorizzazione di accordi commerciali che riconoscono il valore che la nostra piattaforma fornisce agli editori rispetto al valore che riceviamo da loro”. Rimane alta la preoccupazione di paesi come Canada e Gran Bretagna, che stanno valutando una legislazione simile ma hanno potuto vedere con i propri occhi come sia facile per le piattaforme ritorcersi contro tali iniziative. [Fonte: Nikkei]

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