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Sustanalytics – Ogm, perché la Cina li rifiuta. O forse no.

In Ambiente e Sociale, Cina, Sustanalytics by Sabrina Moles

Nuove crisi e vecchi problemi mettono di nuovo in discussione l’approccio cinese alle colture transgeniche. Un approfondimento sul contesto che ha dato vita al discorso politico sugli ogm di ieri e oggi

La sicurezza alimentare prima di tutto: questa sarebbe una delle giustificazioni che molti paesi utilizzano quando cercano di rendere meno impopolari gli ogm ai propri cittadini. Gli organismi geneticamente modificati (in cinese, 转基因生物 zhuǎnjīyīn shēngwù) sono da tempo uno dei temi più controversi per il pubblico cinese. E per il suo governo. Ma la crisi delle catene di approvvigionamento, la pandemia, la guerra in Ucraina e l’emergenza climatica mettono a rischio la tanto agognata autosufficienza alimentare della Cina. Autosufficienza che, come prevede un white paper del 1996, dovrebbe attestarsi idealmente al 95% – almeno per i cereali.

Nel 2021, in occasione del Sesto plenum del Pcc, il governo ha chiesto una “urgente inversione di tendenza” e “maggiore regolamentazione e semplificazione” nel settore delle sementi, dove una concorrenza sfrenata e il furto di proprietà intellettuale hanno rallentato l’innovazione. A febbraio il ministero dell’Agricoltura cinese ha rilasciato poi le prime dichiarazioni ufficiali sulla commercializzazione di semi di soia, mais e cotone geneticamente modificati. Una mossa, di cui si vociferava già nell’autunno 2021, che potrebbe cambiare una posizione – più politica che pragmatica– durata decenni e solo di recente più accomodante verso queste tecnologie. Ciò non ha impedito alla Cina di importare prodotti ogm o di produrne di propri. Ma i numeri del consumo nazionale (soprattutto negli alimenti per uso umano) rimangono una spina nel fianco della classe politica.

La legge cinese sugli organismi ogm in agricoltura

La regolamentazione degli ogm è competenza del Ministero dell’agricoltura e degli affari rurali (Mara). In Cina, questa viene gestita su due fronti: la produzione e l’importazione. Esistono quindi due certificati di sicurezza diversi, che a loro volta sono il prodotto di un processo di valutazione scrupoloso. A oggi il Mara ha certificato solo sette tipi di colture transgeniche:

  • i pomodori a maturazione ritardata e il cotone resistente ai parassiti (1997);
  • una varietà di petunia modificata nel colore e il pepe resistente alle malattie (1999);
  • la papaia resistente ai virus (2006);
  • riso resistente ai parassiti e mais ad alto contenuto di acido fitico (2009).

Oggi, solo due colture hanno ottenuto l’approvazione per la commercializzazione: il cotone e la papaia. 

Ogm e politica

Come evidenziato dagli stessi studiosi cinesi, a fare la differenza tra le politiche sugli ogm sono i principi guida della valutazione per la sicurezza. In questo senso, la Cina ha avuto inizialmente un approccio precauzionale, come l’Unione Europea: gli ogm sono un rischio a prescindere, e solo evidenze scientifiche estremamente accurate ne possono permettere l’approvazione. Ma l’ultima parola spetta alla politica. Negli ultimi dieci anni, invece, Pechino sta adottando un approccio più liberale, come gli Stati Uniti (il principale esportatore al mondo di tecnologie e prodotti ogm): le biotecnologie non sono diverse dalle altre scienze, e la politica non dovrebbe ostacolare l’innovazione senza prove concrete.

Dietro a questa evoluzione, come già anticipato, non ci sono solo crisi odierne, ma problematiche strutturali. Per quanto vasta, la Cina sfrutta il 40% di terreni agricoli in meno rispetto agli Stati Uniti. I parassiti hanno più volte distrutto le coltivazioni: nel 2008 la trivella del mais aveva ridotto la raccolta di alcune province dal 40% al 100%. La popolazione cinese, nel frattempo, continua a crescere e gli standard di vita più alti hanno dato un’impennata al consumo di carne. Aumenta quindi non solo la necessità di espandere e rafforzare le colture per il consumo umano, anzi: milioni di ettari di terreno sono ora votati all’alimentazione del bestiame da macello, che il governo spera di dover importare sempre meno. Il tutto, si capisce, nella speranza di rendersi autonomi dagli shock esterni.

L’evoluzione del dibattito sugli ogm in Cina

A tenere il freno all’uso degli ogm in Cina sono stati, storicamente, un insieme di fattori diversi: l’arretratezza tecnologica (nonché i tanti fallimenti del passato), la diffidenza sugli ogm importati dall’estero e un’opinione pubblica molto accesa. La diffusione di internet, infatti, ha contribuito all’esplosione del dibattito pubblico sugli ogm. Se nel 2002 solo il 13% dei rispondenti ai sondaggi riteneva gli ogm pericolosi per la salute, nel 2012 erano diventati il 45%. A rafforzare le critiche, anche lo “scandalo del riso giallo” nel 2012: circa 24 bambini tra i sei e gli otto anni sono stati nutriti con riso ogm come parte di un esperimento su una nuova varietà, il tutto senza il consenso dei genitori – che avevano firmato un documento che parlava solo di “riso arricchito con betacarotene”. 

Mentre il governo offriva incentivi e sussidi per la sperimentazione di nuove colture transgeniche, quindi, l’opinione pubblica si è spesso opposta. Tra il 2013 e il 2015 il dibattito online era estremamente acceso, complici anche altri scandali alimentari che avevano ridotto la fiducia dei cittadini nella capacità di Pechino di tutelare la loro salute. Con il tempo sono anche nate delle teorie del complotto di stampo nazionalista, che dipingevano gli ogm come un’arma creata dagli Stati Uniti per attaccare la Cina.

Avvicinandoci a oggi, rileva uno studio di Li Yang Li, Luo Chen e Chen Anfan sui trend Weibo, il pubblico cinese sembra essere meno vocale sul tema. Ciò potrebbe essere dovuto a una maggiore trasparenza del governo, che non ha risparmiato le punizioni contro le coltivazioni ogm illegali e sta cercando con ogni mezzo di convincere i cittadini sulla sua sicurezza. Infine, la narrativa nazionalista starebbe avendo una certa presa davanti alla potenziale bomba sociale di un eventuale picco dei prezzi.

Ogm cinesi: innovazione o furto?

Le sementi geneticamente modificate dai ricercatori cinesi emergono meno nel dibattito tra cittadini della Repubblica popolare, ma sono di grande interesse per gli osservatori esterni. Negli ultimi anni, infatti, Pechino è finita al centro dell’attenzione di Stati Uniti ed Unione Europea in quanto potenziale “ladro” di brevetti altrui. È accaduto negli Usa nel 2016, quando sette cittadini cinesi sono stati condannati per il furto di alcune sementi nei campi dello Iowa. Da oltre dieci anni l’Fbi denuncia un aumento esponenziale dello spionaggio intellettuale nel settore agricolo, dallo spionaggio interno ai centri di ricerca e università al furto di segreti commerciali in azienda.

Nel 2021 anche l’Italia ha adottato un atteggiamento più cauto nei confronti delle imprese cinesi del settore. La Sygenta group Protection Ag, multinazionale cinese delle sementi, era in procinto di acquisire l’intero capitale di Verisem B.V., leader globale del settore. Il governo Draghi ha sfruttato il cosiddetto “golden power” per bloccare la trattativa: una notizia che media e associazioni di settore hanno definito “storica” (in effetti è stato il primo caso di golden power in agricoltura).