Ad agosto il presidente cinese Xi Jinping ha lanciato una nuova campagna contro lo spreco alimentare: una proposta che da tempo era rimasta in secondo piano e che viene oggi riproposta dai media nazionali, sui social, su grandi poster che invitano a “svuotare il piatto”.

Alcuni ristoranti hanno iniziato ad applicare la cosiddetta “regola del N-1”: per ogni gruppo di commensali è possibile ordinare solo il numero di piatti equivalente alle persone presenti, meno uno. È quindi riemerso il tema della sostenibilità della filiera alimentare, considerata in Cina soprattutto in termini di capacità di sicurezza per l’individuo e di autosufficienza nazionale.

Gli scandali alimentari tornano ciclicamente a preoccupare i cittadini cinesi. Negli ultimi dieci anni si sono succedute diverse campagne sulla sicurezza alimentare, in parte anche per arricchire il lavoro di proiezione sia domestica sia internazionale dell’immagine di una nazione che possa ritenersi sullo stesso piano delle economie avanzate in termini di sanità e ambiente. La questione del latte in polvere contraffatto manifestatasi nell’estate 2008 è uno dei casi che hanno maggiormente sconvolto l’opinione pubblica: a partire da alcune denunce per intossicazione nei neonati era risultato che oltre una ventina di aziende aggiungeva regolarmente la melamina nella produzione del latte in polvere.

Questo composto chimico, tossico per l’uomo, permetteva di superare i controlli di qualità di routine perché innalzava il risultato del contenuto proteico del prodotto: il risultato fu la morte di sei neonati e oltre 300,000 mila episodi di avvelenamento durante quel solo anno. Il caso aveva scatenato polemiche di dimensioni mai viste prima a livello nazionale – al punto che ancora oggi c’è molta attenzione da parte delle famiglie verso questo tipo di prodotti.

Non meno preoccupante rimane il rischio dell’utilizzo di “olio di scolo” (un mix di oli riciclati e di derivati da materiali non adatti al consumo umano) nella ristorazione, così come rimane incerta l’affidabilità del mercato della carne.

Quest’ultimo settore è strettamente legato a ciclici episodi di trasmissione di malattie dall’animale all’uomo, come l’aviaria e la febbre suina (di cui si è registrata una preoccupante diffusione durante l’autunno dello scorso anno), ma non solo: la contaminazione delle acque a causa dell’errato smaltimento dei rifiuti prodotti all’interno degli allevamenti intensivi costituisce una minaccia costante per i terreni agricoli e la salute della persona.

Un caso comune nelle aree rurali è l’inquinamento causato dai contadini che gettano le carcasse dei suini morti per malattia nei fiumi, anziché pagare una somma troppo alta per processar correttamente i cadaveri. Nel 2013 i media nazionali avevano riportato l’eclatante ritrovamento di 2,200 maiali morti nei principali corsi d’acqua nell’area di Shanghai, con conseguente contaminazione dei terreni e delle acque dell’intera zona e sollevando uno scandalo ambientale e sanitario che aveva riacceso le critiche nella popolazione locale.

L’impatto sanitario della scarsità di misure di controllo pervasive nella filiera alimentare in Cina è evidente ed è strettamente legato alle condizioni degli allevamenti intensivi, in costante aumento dovuto al crescente potere d’acquisto dei cittadini cinesi. Il contesto malsano in cui vivono gli animali non solo è un potenziale ricettacolo di malattie, ma ha un significativo impatto ambientale: alla sbagliata gestione dello smaltimento dei rifiuti corrisponde una presenza massiccia di elementi chimici nocivi nell’acqua e nel terreno. Nel 2019 è stato calcolato che solo il 5% delle risorse idriche in Cina siano completamente pure da qualsiasi contaminazione.

Non meno importante è l’impatto che la scarsa attenzione alla sicurezza alimentare nazionale impone a livello di benessere sociale. Mentre le città di prima fascia godono già di sistemi stringenti di controlli di sicurezza alimentare e di gestione dei rifiuti, le campagne sono spesso vittime di facili giri di corruzione dei governatori locali, scarsi controlli e di malagestione del territorio.

Negli ultimi cinque anni è stato calcolato che circa il 70% dei rifiuti elettronici mondiali importati in Cina vengano trattati nella provincia del Guangdong. La maggior parte di questi rifiuti finisce per essere smaltita in centri improvvisati nelle campagne, dove i lavoratori vengono esposti direttamente a sostanze altamente nocive, che a loro volta vengono assorbite dal terreno o riversate nei fiumi.

Ambiente, società e salute sono elementi particolarmente cari alla società cinese, che risponde spesso con forza agli scandali che minacciano l’ecosistema della salute individuale. In un paese senza assistenza sanitaria universale la prevenzione è essenziale per il cittadino, nonché il fondamento della medicina tradizionale cinese: quando questa viene minacciata da un sistema che rischia di compromettere la salute della persona – e le finanze della famiglia, allora anche il cittadino cinese diventa aspramente critico verso il Partito e diventa quindi imperativo per le autorità intervenire con nuove campagne di tutela della filiera alimentare.

[Pubblicato su il manifesto]