La voce dei Netizen passa per Sina Weibo

Il fenomeno dei microblog in Cina

Parlando di microblog non possiamo non riferirci in modo diretto a Twitter, l’esempio più popolare di un ampio gruppo di applicazioni Internet che consentono agli utenti di scambiare piccoli contenuti (brevi testi, singole immagini o collegamenti video). I microblog appartengono a loro volta alla grande famiglia dei social media, la vera rivelazione del nuovo millennio, con cui l’utente diviene il vero protagonista del Web 2.0 grazie alla possibilità di generare contenuti personali e di diffonderli su una rete costruita a proprio piacimento. Per questo potremmo definire i microblog un ibrido tra i blog tradizionali e siti di social networking.

Oltre a Twitter esistono comunque molti altri casi di successo, ricordiamo il concorrente americano Tumblr, il Jaiku finlandese, oppure Plurk che spopola nel Sud-Est asiatico (Kaplan e Haenlein, 2011, p. 106). Si tratta dunque di esempi di uno stesso fenomeno che hanno trovato la loro fetta di mercato sottraendosi all’ombra del colosso Twitter. In questo contesto anche Sina Weibo costituisce un’importante eccezione alla regola. Come motivato in precedenza, la Cina ha infatti saputo proteggersi dalle regole del mercato mondiale e diffondendo prodotti autoctoni, non semplici imitazioni ma vere innovazioni.

Diffusione e successo

 L’insolita contraddizione che vede protagonista il governo cinese come promotore di sviluppo e rigido controllore, genera uno spazio online del tutto unico nel suo genere. La rete Internet cinese d’altronde è una realtà ancora in evoluzione, un mondo i cui confini non sono ancora del tutto definiti, le cui regole sono ancora soggette a negoziati e compromessi. Il cyberspazio cinese si presenta dunque come un’area davvero complessa in cui risuonano con forza le voci di milioni di netizen. Qui si innalzano lamentele, grida di paura, accuse a un sistema corrotto da ricchezza e potere, ma raramente emergono richieste per un cambiamento politico importante, e sebbene negli ultimi anni non siano mancati casi di rivolte, scioperi, manifestazioni nelle piazze e tra le vie cittadine, le vere manifestazioni di disappunto si sono verificate soprattutto online. Il tipo di struttura che garantisce la rapida diffusione di notizie con un sorprendente passa parola e la capacità di attrarre l’attenzione del governo, infatti, fanno sì che i microblog si attestino come principale e ideale spazio di protesta (Sullivan, 2012, p. 775).

L’attività di microblogging in Cina ebbe il suo momento di svolta nel febbraio del 2009, quando uno spettacolo pirotecnico non autorizzato trasformò il centro di Pechino in un vero e proprio inferno. L’esplosione avvenuta nel corso dei festeggiamenti per il capodanno lunare cinese causò la totale distruzione del Mandarin Oriental Hotel, una struttura di lusso situata accanto alla sede centrale della CCTV (China Central Television), l’emittente televisiva nazionale considerata responsabile dell’accaduto. Nonostante le indagini e i chiarimenti sulle cause dell’incendio, molte furono le risposte rimaste in sospeso, soprattutto sul perché un edificio di recente costruzione realizzato con materiali ignifughi fosse stato così rapidamente inghiottito dalle fiamme (Jacobs, 2009). Le voci e le notizie rimbalzarono presto sul Web, mentre migliaia di testimoni diretti condivisero osservazioni, foto e video direttamente sulle proprie pagine online. Il microblog di successo mondiale Twitter si rivelò allora il mezzo più consono, una piattaforma ideale per la diffusione veloce di brevi messaggi. Svincolata dal controllo statale, la piattaforma americana iniziò così ad attirare una folta schiera di blogger desiderosi di dire la propria su fatti di cronaca e questioni di interesse nazionale (Ramzy, 2011).

Il fenomeno che potremmo definire “giornalismo netizen” è stato particolarmente significativo nel paese, un contesto sociale e culturale in cui la diffusione d’informazioni attendibili è stata spesso subordinata alla sensibilità politica del governo. L’esperienza della SARS, i disastri naturali come il terremoto del Wenchuan e i numerosi scandali sulla sicurezza alimentare, casi in cui le informazioni cruciali furono deliberatamente trattenute dallo Stato, hanno portato i netizen a dare maggior fiducia ai nuovi sistemi di comunicazione on-line come blog e microblog. Questa ritrovata libertà di espressione, unita alla voglia di esprimersi su fatti d’interesse nazionale, influirono sulla crescita costante della popolarità di Twitter. Sulla scia del successo, anche i microblog cinesi iniziarono poi a godere di ampia popolarità. Tornarono ad esempio alla ribalta siti del calibro di TaoTao (滔滔), Jiwai (叽歪), Zuosa (做啥), e soprattutto Fanfou (饭否), già nati nel 2007 ma con un’utenza fortemente ridotta rispetto al colosso americano (Sullivan, 2012, p. 775).

Questione di politica

Il successo e la diffusione di questi microblog fu in parte dovuta anche a un iniziale atteggiamento lassista del governo cinese. D’altronde lo Stato si era impegnato a promuovere lo sviluppo delle moderne tecnologie di comunicazione, cercando di adattare il più possibile la propria strategia politica all’evolversi del nuovo mondo digitale. La maggior parte dei servizi di microblog disponibili nel paese erano il prodotto di aziende informatiche private, e come sappiamo lo sviluppo del settore privato rappresentava il fulcro della politica del Partito, l’obiettivo da raggiungere per mantenere il potere e garantire la crescita economica. Il governo inoltre vedeva nei sistemi di comunicazione digitale il modo migliore per attuare una nuova politica di deliberazione e consultazione che garantisse maggior partecipazione sociale e accrescesse il senso di legittimità governativa di un sistema a partito unico (Noesselt, 2014, pp. 449-451).

La politica di “deliberazione” divenne quindi strategia per ottenere sostegno e fiducia dal popolo. Mentre il regime di Mao aveva basato la propria legittimità sull’ideologia comunista, l’amministrazione di Hu Jintao e Wen Jiabao, in carica dal 2003 al 2013, adottò invece un atteggiamento più populista, maggiormente orientato alle esigenze dei cittadini. In questo senso, i blog, i microblog e le chat, diventarono i simboli della nuova “democrazia deliberativa”, o “democrazia consultiva” (xieshang minzhu, 协商民主), garantendo la partecipazione dei cittadini attraverso i nuovi sistemi di comunicazione digitale. Si generano inoltre nuovi luoghi di discussione virtuale come siti web governativi o portali online gestiti direttamente dallo Stato (Noesselt, 2014, pp. 451- 452).

Anche in questo campo si ritrova però il costante binomio tra libertà e controllo che caratterizza la realtà Internet cinese. Questa “deliberazione” presenta infatti una natura ambigua, tanto che spesso si preferisce parlare di “deliberazione autoritaria” proprio per indicare il ruolo centrale che lo Stato svolge nel definire i confini e i limiti della discussione popolare. Una rappresentazione simile è stata data dall’autrice e ricercatrice Rebecca MacKinnon che descrive questo nuovo fenomeno come “autocrazia di rete”, un contesto in cui netizen, sebbene non completamente liberi, hanno comunque la possibilità di commentare problematiche sociali, di lamentarsi della cattiva gestione burocratica e di stimolare l’azione del governo centrale in questioni d’interesse pubblico (MacKinnon, 2010, p.3).

La nascita dei microblog rappresenta in questo senso una nuova sfida per il governo cinese. Le autorità, infatti, hanno visto in questo potente mezzo di comunicazione un modo per testare l’opinione pubblica, per ascoltare le “voci sommerse” di una maggioranza silenziosa e prevenire così qualsiasi forma di malcontento pubblico (Noesselt, 2014, p. 453).

La svolta del 2009

Non fu dunque solo il popolo, convinto della veridicità delle informazioni propagate dalle nuove fonti, a riporre fiducia nei nuovi social media, ma anche il governo desideroso di rinfrescare i rapporti Stato-società. Proprio per questo le autorità evitarono qualsiasi tipo di intervento che potesse compromettere l’ascesa del microblogging. Tuttavia, la completa apertura non durò a lungo, come abbiamo visto nel precedente capitolo nell’estate del 2009 le proteste del Xinjiang produssero infatti la chiusura immediata delle nuove piattaforme di comunicazione, non solo siti stranieri come Twitter e Facebook, ma anche prodotti domestici come il microblog Fanfou. Lo scontro territoriale che si consumò tra uiguri e han nella provincia cinese, fu però solo la goccia che fece traboccare il vaso. Già da tempo il governo cinese aveva visto accrescere le proprie preoccupazioni nei confronti dei moderni media informatici e in particolare di Twitter, protagonista negli ultimi anni di una vera e propria rivoluzione mediatica.

Già nel 2009 le elezioni iraniane che avevano portato al governo di Mahmud Ahmadinejad con presunti brogli e irregolarità, avevano acceso le proteste nel paese persiano. Qui le manifestazioni d’insoddisfazione presero principalmente forma sulle pagine virtuali di Twitter. Malgrado una quasi immediata censura, il sito di microblogging aveva infatti permesso alle masse di organizzare le proteste e documentare al resto del mondo le violente repressioni che il regime di Tehran stava infliggendo al suo popolo (Morozov, 2009, pp. 10-14).

Si parlò allora di una vera e propria rivoluzione mediatica e sociale apportata dal nuovo colosso della comunicazione mondiale. Ormai considerato un nuovo mezzo di mobilitazione, Twitter finì inevitabilmente per preoccupare anche il governo cinese che si apprestava a ricordare le violenze di Piazza Tiananmen nel giorno del suo ventesimo anniversario, il 4 giugno del 2009. Gli scontri dello Xinjang e la paura di perdere presa sociale, portarono quindi le autorità cinesi ad agire immediatamente per chiudere i popolari siti di microblogging, sentiti più che mai come forza sovversiva e minaccia concreta alla stabilità del paese (Sullivan, 2012, p. 775).

di Erika Argentesi, (erika989@libero.it)

** Questa tesi è stata discussa presso l’Università degli studi Roma di Roma Tre, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea Magistrale in Lingue Moderne per la Comunicazione Internazionale. Relatore: Prof.ssa Teresa Numerico; Correlatore: Prof. Mauro Crocenzi