Il 2019 è stato un anno di grandi celebrazioni per la Repubblica Popolare Cinese. Oltre ad aver spento 70 candeline il 1 ottobre, una ricorrenza, secondo molti, ancora più importante ha interessato la superpotenza asiatica. Infatti, quest’anno in una lunga eulogìa il presidente Xi Jinping ha sottolineato l’importanza indiscutibile di una serie di mobilitazioni civili avvenute nel 1919 e confluite nel “Movimento del 4 maggio (wusi yundong五四运动)”. A lungo si è disquisito sul significato politico di questo evento storico, così come delle concause che hanno portato alla sua formazione. Ciò che tuttoggi manca è invece una rivalutazione critica di uno dei padri di quel movimento, che attraverso le proprie idee di riforma ha ispirato migliaia di cinesi a far sentire la propria voce.

Liang Qichao (1873-1929) rappresenta una delle figure cardine della modernità cinese. I suoi contributi allo sviluppo della didattica, della politica, della letteratura e del giornalismo diedero ai cinesi una nuova lente interpretativa attraverso la quale poter osservare, incorporare, o rifiutare la modernizzazione dell’Occidente durante il tramonto della dinastia Qing (1644-1911), così come nel primo periodo repubblicano.

Attraverso la sua personale analisi delle condizioni politico-economiche delle potenze occidentali e dell’impero giapponese, che proprio in quegli anni si andava affermando come superpotenza indiscussa in Asia, Liang Qichao seguendo le teorie del maestro ed amico Kang Youwei (1858-1927) realizzò l’importanza imprescindibile di una “religione civile” nel modellare lo spirito di identità nazionale. Liang e Kang identificarono nel laicismo occidentale la principale ragione per la quale le potenze cristiane erano arrivate a conquistare il dominio globale. Ciononostante, Liang era un pragmatico, allergico a qualsiasi formula dal valore assoluto; l’intellettuale era ben conscio della necessità di adattare il paradigma dello stato laico alle peculiarità del proprio paese.

Come è possibile dedurre dai suoi scritti, durante la fase dell’esilio in Giappone e della rinascita intellettuale di Liang Qichao – che si colloca nell’arco temporale compreso tra il movimento dei “Cento Giorni di Riforme (wuxu bianfa戊戌变法)” del 1898 e la fine della Prima Guerra Mondiale nel 1919 – la questione della laicità dello stato compare ridondantemente nelle formulazioni del riformatore. In questa fase specifica della propria vita, Liang realizzò che la rivoluzione culturale cinese avrebbe dovuto fondarsi sull’opposizione tra “vecchio” e “nuovo”, piuttosto che sulla dicotomia Oriente-Occidente. Il secolarismo, agli occhi dell’intellettuale, era l’unica via per lo sviluppo e il rafforzamento dello Stato, ma una componente autoctona cinese doveva essere integrata nel cambiamento. Il Confucianesimo risultò ben adattarsi alla sua visione di riforme, grazie alla sua radicazione profonda nella storia, nella cultura e nella politica cinesi. Tuttavia, essendo all’epoca il Confucianesimo accettato come la quintessenza della “tradizione cinese”, molti contemporanei di Liang attribuirono a questa azione riformatrice una speculativa vena nativista.

Ma che cos’è il nativismo? Per nativismo, si intende una sfaccettatura specifica di nazionalismo che secondo lo storico americano John Higham si articola su tre caratteristiche principali: l’opposizione ad una minoranza interna, l’anti-radicalismo e la contrarietà a culti religiosi stranieri. Se la definizione di nativismo la troviamo di facile comprensione, non altrettanto semplice, tuttavia, è l’individuazione dei nativisti. Infatti, come enunciato da Oezguer Dindar, i nativisti non considerano loro stessi tali. Per questi “nativismo” è un termine negativo, si considerano, piuttosto, “patrioti”. A questo proposito, sorge il bisogno di vivisezionare minuziosamente il pensiero di Liang Qichao. Possiamo realmente affermare che le teorie di Liang formulate tra il 1898 al 1911 sono intrise di una tinta nativista?

Attraverso un’analisi delle opere redatte da Liang Qichao in questo periodo, in cui si esaltano i valori dell’educazione moderna e della legalità come fondamento della nascita di una nuova identità nazionale, risulta possibile rispondere a questo intrigante quesito.

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*Federico Campanile, nato a Terracina (LT) nel 1993. Ottiene una laurea specialistica in Chinese Studies presso la Leiden University (Paesi Bassi) grazie ad una tesi sul Sistema dei Crediti Sociali. Attualmente nel campo del marketing, coltiva la sua passione per il giornalismo scrivendo di Cina e non solo per varie riviste online. I suoi focus principali sono la filosofia politica, le minoranze, le questioni religiose e la storia del PCC.