In Cina e Asia – Pechino si scaglia contro le “rivoluzioni colorate”

In Notizie Brevi by Sharon De Cet

“Interferire negli affari interni degli altri paesi, istigare rivoluzioni colorate o persino tentare di sovvertire i governi legittimi di altri paesi”. Sono queste le vere cause di guerre e disordini in giro per il mondo”, secondo il ministro della Difesa cinese Wei Fenghe che questa mattina a Pechino ha aperto i lavori del Xiangshan Forum, l’equivalente cinese del vertice sulla sicurezza ‘Shangri-La Dialogue’. Senza citare chiaramente gli Stati Uniti, il funzionario ha criticato quei paesi che strumentalizzano le sanzioni ed estendono la propria giurisdizione all’estero per esercitare la “massima pressione” con fini politici ed economici. Mentre i dossier internazionali su cui Pechino e Washington sono in disaccordo spaziano dalla Siria al Venezuela, l’invettiva di quest’oggi sembra alludere soprattutto all’ingerenza americana nelle proteste di Hong Kong e al supporto militate fornito dagli States a Taiwan. Proprio l’isola democratica si è conquistata una menzione speciale nel discorso di Wei. Secondo il ministro, il governo comunista punta a una “riunificazione pacifica” ma “non consentirà alle forze indipendentiste di Taiwan [di dividere il paese], e farà di tutto “per impedire alle forze esterne di interferire”. [fonte: SCMP]

A 15 anni dalla morte, le ceneri di Zhao Ziyang vengono sepolte a Pechino

Zhao Ziyang, il leader riformista del Partito Comunista Cinese che si era opposto alla repressione armata delle proteste studentesche nel 1989, ha ricevuto venerdì a Pechino una silenziosa sepoltura, a ben 15 anni dalla sua morte. L’interramento è avvenuto un giorno dopo il centenario della sua nascita, il 17 ottobre 1919 nella provincia dello Henan, nella Cina centrale. Come primo ministro cinese dal 1980, Zhao diventò il principale sostenitore delle riforme di mercato introdotte in quel decennio da Deng Xiaoping, tra cui la promozione di imprese private ed investimenti esteri, nonché della riduzione dei controlli su prezzi e forniture. Tuttavia, nel 1989 il partito denunciò Zhao per essersi opposto all’uso della legge marziale nei confronti dei manifestanti di Tian’anmen e successivamente fu informalmente condannato agli arresti domiciliari. Sebbene assente dalla scena politica da decenni, Zhao continua, anche dopo la sua morte, ad essere un’icona fastidiosa per il PCC, che vede nei suoi ideali liberali una minaccia al regime. Per questa ragione il suo nome è stato cancellato dalla maggior parte dei media e siti web cinesi ed il suo funerale svolto sotto scorta militare. Nonostante la censura da parte della Cina, durante le proteste Hong Kong il pensiero di Zhao è diventato il principale motore ideologico attorno al quale si è costruita la mobilitazione, come testimoniato da un editoriale a lui dedicato la settimana scorsa dal giornale hongkongese Ming Pao. [fonte: NYT]

Tarantino non si piega alla censura

Quentin Tarantino non modificherà il suo ultimo capolavoro Once Upon a Time in Hollywood per placare i censori cinesi, afferma l’Hollywood Reporter. Il regista ha ribadito fermamente la sua opinione dopo che i regolatori cinesi della National Film Administration hanno bloccato la distribuzione in Cina del suo ultimo film, programmato nelle sale per il 25 ottobre. Pechino non ha ancora dato nessuna spiegazione sulle cause della censura, così come nessun commento è arrivato dall’ufficio cinese di Sony e dalla casa di produzione cinese Bona, co-finanziatrice della pellicola. Secondo fonti vicine ai produttori, la censura cinese sarebbe scattata a causa dell’ingenerosa raffigurazione della star delle arti marziali Bruce Lee, un eroe per molti in Cina. Secondo indiscrezioni, la famiglia e gli amici di Bruce Lee avrebbero accusato Tarantino di aver descritto il personaggio di Bruce con toni irrispettosi, tanto che Shannon Lee, la figlia del marzialista, avrebbe chiesto alla National Film Administration di costringere Tarantino a ripensare il personaggio di suo padre. Tuttavia, secondo il Reporter, Tarantino – che mantiene i diritti definitivi delle sue opere – non ha intenzione di cooperare con le autorità cinesi. Once Upon a Time in Hollywood è un ulteriore esempio, assieme ai recenti casi riguardanti South Park e l’NBA, di come la Cina stia esercitando un controllo sull’industria dell’intrattenimento americana in risposta alla guerra commerciale e all’ingerenza nei fatti di Hong Kong. [fonte: TheGuardian]

Il riconoscimento facciale arriva nei condomini di Shanghai

I residenti del complesso residenziale Luoma Garden di Shanghai hanno riferito alla rivista cinese Caixin di aver sporto denuncia dopo aver notato che alcune apparecchiature dotate di riconoscimento facciale erano state installate negli ascensori senza il loro consenso. La direzione dell’edificio si è giustificata dicendo che le tecnologie di riconoscimento facciale sono state installate in coordinamento con la polizia locale al fine di individuare le persone sospette e prevenire crimini e furti all’interno degli edifici.Tuttavia, secondo un report di Caixin, il caso avrebbe dei precedenti che farebbero pensare che la municipalità di Shanghai stia avviando una vera e propria campagna segreta di installazione di dispositivi di riconoscimento facciale. Infatti, già l’anno scorso alcuni cittadini si erano lamentati che i badge di ingresso ai loro condomini erano stati disattivati senza alcun preavviso, rendendo possibile l’entrata ai complessi residenziali solo tramite scansione facciale. Sebbene in Cina la tecnologia di riconoscimento facciale venga utilizzata in quasi ogni ambito della vita pubblica, l’introduzione di questa tecnologia nei condomini privati sembra essere nuova: secondo il quotidiano cinese Southern Weekly, degli oltre 10.000 complessi di appartamenti a Shanghai solo un terzo sarebbero dotati di tecnologie di riconoscimento facciale e tutti i residenti intervistati hanno affermato di non essere stati informati dal governo di possibili piani di installazione di tali dispositivi [fonte: Quartz]

Il Nobel per l’economia ai cinesi

Come ogni anno l’attribuzione del Premio Nobel per l’economia solleva polemiche. Ciò che invece è una novità è che ci sono voci che chiedono che il premio Nobel venga assegnato alla Cina per aver contribuito in misura maggiore alla riduzione della povertà rispetto ai vincitori. L’economista indiano Abhijit Banerjee, la francese Esther Duflo e l’americano Michael Kremer hanno ricevuto il prestigioso riconoscimento per il loro “approccio sperimentale alla riduzione della povertà globale”. Utilizzando modelli scientifici con gruppi di controllo, i tre economisti sono stati in grado di identificare i modi per ridurre la povertà a livello microeconomico. Tuttavia, il Global Times, quotidiano semiufficiale del Partito Comunista Cinese, ha affermato che i risultati raggiunti dai vincitori del Nobel impallidirebbero se confrontati a quelli raggiunti dalla Cina che, sin dalla sua apertura economica alla fine degli anni ’70, avrebbe rimosso più di 850 milioni di persone dalla povertà, secondo i dati della Banca mondiale. Il Global Times porta come esempio del successo cinese la città di Lhasa, in Tibet, dove a gennaio del 2019 tutte le 44.000 persone che secondo le autorità locali vivevano sotto la soglia di povertà sono state riportate in condizioni migliori grazie alla creazione di nuovi posti di lavoro e ai finanziamenti in favore dell’istruzione. La Cina non è la sola a criticare l’attribuzione del Nobel per l’economia di quest’anno: altri economisti tra cui Stiglitz, a sua volta insignito del Nobel, hanno criticato l’approccio usato per attribuire il premio. Il metodo viene infatti accusato di essere poco ortodosso e di non valutare adeguatamente gli aspetti macroeconomici che determinerebbero l’effettivo successo delle politiche di riduzione della povertà. [fonte: Global Times]

L’accordo sulla pesca con il Madagascar sparisce dai radar

Quando al termine dell’ultimo Forum Sino-Africano tenutosi a Pechino nel settembre 2018, il presidente uscente del Madagascar Hery Rajaonarimampianina, annunciò la firma di un accordo con la Cina sulla cosiddetta Blue economy, che consisteva in investimenti nel settore ittico del valore di 2,7 miliardi di dollari nel corso di 10 anni, media e mondo politico malgascio rimasero senza parole. Nulla dell’accordo tra l’Agence Malagasy de Développement Economique et de Promotion des Entreprises (Amdp), ente prima sconosciuto e che si scoprirà era stato creato ad hoc per l’accordo, e il consorzio cinese Taihe Century Investments Developments e che prevedeva  6 progetti strutturali nei settori della pesca, dell’acquacoltura e della lotta alla pesca illegale, dei cantieri navali, dei centri turistici e un centro di formazione oltre al varo di 330 nuovi pescherecci cinesi dotati di celle frigorifere per trasferire il pescato senza nemmeno passare dai porti malgasci, era trapelato o era stato preventivamente concordato con i ministeri interessati o con i rappresentanti della società civile e i gruppi ambientalisti. In più l’accordo era stato firmato dal presidente uscente in aperta violazione con la legge che prevede la sospensione da qualsiasi impegno  con paesi terzo nei 60 giorni che precedono le elezioni, da tenersi a novembre dello stesso anno. Quando la notizia dell’accordo arrivò ai media ero il 6 settembre, il giorno successivo Rajaonarimampianina si dimise da presidente in aperta contestazione con le elezioni. Opinione pubblica e organizzazioni ecologiste come il WWF Madagascar, descrissero l’accordo come una minaccia per la sussistenza di 500,000 pescatori, e per gli equilibri dell’ecosistema marino locale. L’accordo prevedeva infatti la pesca di 130 tonnellate di pesce all’anno, pari a tutto la produzione del solo 2016. Partì immediatamente una petizione per fermare il progetto. Resosi conto degli effetti negativi che l’accordo poteva avere sulla propria sopravvivenza politica, Rajaonarimampianina, la disconobbe, affermando di non averlo mai firmato. Intanto ricerche fatte dai media malgasci sull’accordo rivelavano dettagli inquietanti, quali ad esempio che l’Amdp era stata costituita quindici giorni dopo la firma dell’accorso e che la società cinese, che poco aveva a che fare con la pesca. L’ambasciata cinese a Antananarivo dichiarava di non sapere nulla dell’accordo. Il resto è storia: Rajaonarimampianina ha perso le elezioni presidenziali, vinte da Andry Rajoelina, che ha fatto arrestare il mediatore dell’accordo che ad oggi risulta carta straccia. [fonte: China Dialogue]

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