«L’industria impara da Daqing» questo slogan dell’epoca di Mao, quando la Cina aveva scelto i campi petroliferi di Daqing come modello da seguire per l’industrializzazione del paese, campeggia oggi, un po’ sbiadito, su un muro del Pingyao International Film Festival. Conservato a memoria di un passato recente, ci ricorda che fino a poco tempo fa qui c’era un’area industriale mentre oggi, dopo un’imponente ristrutturazione, sorge il complesso del festival, tra cui cinque moderne sale di proiezione e un grande auditorium all’aperto. È qui, in questa antica cittadina nel nord-ovest della Cina, che si è appena conclusa la terza edizione (10-19 ottobre) del festival del cinema fondato dal regista cinese Jia Zhangke.

Con la stimolante direzione artistica di Marco Muller, questo piccolo festival ha consolidato la sua posizione in Cina, distinguendosi nel presentare un cinema d’autore proveniente da tutto il mondo, privilegiando i paesi «emergenti», opere prime e seconde di giovani cineasti cinesi e in generale film che qui sarebbe molto difficile vedere in sala.

RISPETTO alle edizioni precedenti quest’anno c’è stata una ancora più grande affluenza di pubblico, con sale sempre stracolme di spettatori giovani e appassionati. E mentre prima gli operai qui imparavano da Daqing a far crescere il paese, ora studenti di cinema e non solo arrivano a frotte da ogni angolo della Cina, persino da posti distanti oltre duemila chilometri, curiosi e assetati di nuove «esperienze cinematografiche». Come dice il direttore artistico Marco Muller «questo è un festival fatto per la Cina e i cinesi».

Come ogni evento culturale, anche il Festival di Pingyao deve fare i conti con la censura, che ha implacabilmente l’ultima parola sulle scelte della programmazione. Quest’anno, a causa della concomitanza con il 70esimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese di cui sono appena terminate le grandiose celebrazioni, la censura è stata ancora più severa e intransigente; alcuni film, anche stranieri, non sono passati mentre altri hanno dovuto fare qualche piccolo taglio per poter essere ammessi alla manifestazione.

A soli tre giorni dall’inizio del festival è stato annunciato che il film d’apertura che avrebbe dovuto essere Liberation di Li Shaohong e Chang Xiaoyang, già approvato dalle autorità e peraltro film storico patriottico, non avrebbe potuto essere proiettato perché la post produzione richiedeva ulteriori lavori, almeno formalmente questa è stata la ragione. All’ultimo momento è stato sostituito con Old Neighborhood del giovane regista Han Yan, l’episodio cinese che, insieme agli altri 4 diretti da registi del Brics (Brasile, Russia, Cina, India e Sud Africa), compone il film Neighbors, storia decisamente più innocua.
Nonostante questa situazione non facile, il festival ha presentato circa cinquanta film di cui una ventina cinesi, divisi in varie sezioni.

QUEST’ANNO il cinema latino-americano, ancora poco conosciuto in Cina, ha conquistato Pingyao con 5 film e una masterclass di Kleber Mendonca Filho che ha affascinato il folto pubblico di giovani, anche se il suo ultimo film Bacurau non ha avuto purtroppo il lasciapassare della censura. Fra le pellicole latino-americane il toccante Nuestras Madres del regista guatemalteco César Diaz, già Camera d’Or a Cannes e qui vincitore del Premio Rossellini al miglior regista.

Il film è ambientato nel Guatemala contemporaneo dove un giovane antropologo lavora alla identificazione dei resti degli scomparsi trent’anni anni prima durante il brutale regime militare; cercando la verità anche sulla scomparsa del padre, arriverà a scoprire una realtà ancora più dura e dolorosa. Il miglior film nel concorso internazionale è andato al brasiliano A Febre della regista Maya Da-Rin, che segue la vita di un indio in una città industriale e le sue difficoltà nel vivere lontano dalle proprie radici, con una intensa interpretazione del protagonista Regis Myrupu.

TRA I FILM cinesi, uno particolarmente riuscito è A Trophy on the Sea del regista Ju Angqi, una commedia in bianco e nero, un po’ grottesca, che si interroga sul concetto di successo attraverso la storia di un attore fallito la cui affermazione arriva ma attraverso una gara di pesca. Nel concorso riservato ai titoli in lingua cinese, il premio Fei Mu al miglior film è stato dato a Wet Season di Anthony Chen, regista di Singapore: un bel film che esplora la vita di una donna non più giovanissima divisa fra obblighi familiari, lavoro, un marito assente e l’ansia di maternità. Nel lavoro del regista di Singapore c’è una libertà creativa che i registi in Cina spesso non riescono ad avere, stretti fra i limiti che la censura pone.

IL REGISTA tibetano Sonthar Gyal, che l’anno scorso aveva vinto il Work in Progress lab, è tornato con il film finito Lhamo and Skalbe, nella sezione Best of Fest. Girato sull’altopiano tibetano, nel paese natale del regista, e parlato interamente in tibetano narra la storia di una giovane coppia che vorrebbe sposarsi ma incontra una serie di ostacoli, non solo burocratici. Il personaggio femminile è diviso fra quello che le impone la tradizione e i propri sentimenti e valori, ma alla fine riesce a prendere in mano il proprio destino.

Come racconta il regista «questa sua determinazione mi ha commosso e la si può vedere oggi in tante giovani donne tibetane». Alla domanda se in quanto tibetano trovi più difficoltà con la censura, mi risponde diplomaticamente che quando scrive la sceneggiatura ha già bene in mente quali sono i temi che si possono narrare.

La bella retrospettiva di questa edizione, «Indian New Cinema 1957-1978», ha fatto rivivere film che sarebbero altrimenti dimenticati: in tutto 12 pellicole restaurate, tra le quali lo straordinario The Cloud Capped Star di Ritwik Ghatak del 1960, un gioiello in bianco e nero per composizione dell’immagine, fotografia e musica.

Di Laura Trombetta Panigadi

[Pubblicato su il manifesto]