Il Pil della Cina frena ancora: l’economia del gigante asiatico si è espansa del 6% nell’ultimo trimestre, la crescita più bassa in trent’anni e ben inferiore al 6,2% dei precedenti tre mesi. Le statistiche dell’Istituto nazionale di statistica rivelano un calo della domanda tanto interna quanto esterna con import ed export in progressiva discesa. Parte del rallentamento va imputato alla trade war, tanto che il FMI in settimana ha avvertito che senza una rimozione delle reciproche tariffe la crescita mondiale rischia di tornare ai livelli del biennio 2008-2009, quando la crisi finanziaria internazionale risparmiò la Cina grazie a un ingente pacchetto di stimoli oggi fuori discussione a causa del preoccupante indebitamento dei governi locali. Basteranno sgravi fiscali e incentivi ai consumi a rilanciare l’economia? Un paio di giorni fa il premier Li Keqiang ha ammesso per la prima volta la possibilità che gli obiettivi di crescita per l’anno in corso (6-6,5%) vengano disattesi. Detto questo, come ricorda correttamente il corrispondente del Corsera Guido Santevecchi su Twitter, il Pil cinese nel 2018 è arrivato a 12.660 miliardi di dollari: significa che mantenendo una crescita intorno al 6%, in 4 anni Pechino aggiungerà al prodotto nazionale la ricchezza dell’intera Germania. [fonte: Reuters]

Xinjiang: sussidi statali al lavoro forzato

Le detenzioni extragiudiziali delle minoranze islamiche alimentano una forma di lavoro forzato su vasta scala di cui alcune aziende occidentali sono più o meno inconsapevolmente complici. Testimoniando davanti alla Commissione Esecutiva del Congresso sulla Cina (CECC), il ricercatore tedesco Adran Zenz ha affermato che i detenuti nei campi di rieducazione vengono impiegati in fabbriche situate all’interno o vicino alle strutture detentive e sottoposti a varie forme di lavoro “coercitivo o comunque non volontario”. Dai registri pubblici si apprende che le aziende disposte ad assumere ricevono sussidi statali fino a 6.800 yuan (961 USD) per ciascun individuo formato e impiegato, oltre a un contributo alle spese di spedizione pari al 4% del loro volume di vendite. Zenz sottolinea come il mix tra manodopera a basso costo e sussidi statali permette alle aziende coinvolte di ridurre i prezzi globali, “trasformando il made in Xinjiang in un modello di business da svariati miliardi di dollari”. Il settore dell’abbigliamento risulta il più colpito, con la regione autonoma a contare per l’80% della produzione nazionale di cotone. In settimana due rivenditori australiani hanno interrotto gli acquisti del materiale dal Xinjiang mentre le autorità doganali americane hanno sospeso le importazioni di indumenti fabbricati nella regione. Secondo stime dell’Onu, il sistema dei centri di rieducazione coinvolge oltre 1 milioni di persone. Ma per Pechino si tratta di scuole di formazione in grado di correggere gli elementi contagiati dal radicalismo islamico. Insomma, “il lavoro rende liberi”.

Libra e il fintech cinese si contendono l’Africa

Il braccio di ferro tra Cina e Usa in Africa potrebbe presto spostarsi dal controllo delle infrastrutture ai pagamenti digitali. Il terreno è pressoché vergine (due terzi degli africani non hanno un conto in banca) e Facebook sembra aver già individuato nel continente un importante sbocco per la propria criptovaluta Libra. D’altronde, con 139 milioni di utenti al mese, la creatura di Zuckerberg è il social più popolare in Africa. Ma la Cina, dove il 70% dei consumatori ricorre a pagamenti online, potrebbe rovinare i piani grazie alla diffusione pervasiva di smartphone made in China. Un fattore che dà un certo vantaggio alle piattaforme cinesi del fintech [fonte: The Africa Report]

Il jet C919 sfida Airbus e Boeing. Ma è furto di tecnologia

Commercial Aircraft Corp of China (COMAC) punta al lancio del suo jet C919 – il primo aereo passeggeri “interamente” cinese- nel 2021 anziché il prossimo anno. Ma il ritardo potrebbe essere il problema minore. Secondo Crowdstrike, infatti, l’aeromobile sarebbe il frutto di una massiccia campagna di hackeraggio guidata dal ministero della Sicurezza dello Stato. Le operazioni condotte tra il 2010 e il 2015 avrebbero preso di mira, tra gli altri, Ametek, Honeywell, Safran, Capstone Turbine e GE. [fonte: Zdnet]

Le proteste di Hong Kong fanno scuola

Dopo quattro mesi di proteste, Hong Kong è già diventata un modello per altre sollevazioni popolari in giro per il mondo. Dopo le dimostrazioni di piazza in Indonesia (contro il nuovo codice civile) e Regno Unito (contro i cambiamenti climatici), sono gli attivisti della Catalogna a trarre ispirazione in maniera più evidente dal movimento hongkonghese. Già a partire dal nome Tsunami Democràtic, chiaro riferimento allo slogan “Be Water” utilizzato dai dimostranti di Hong Kong per descrivere la natura leader-free della mobilitazione. A settembre l’Assemblea Nazionale Catalana ha tenuto un forum dedicato all’utilizzo dei social network durante le manifestazioni nell’ex colonia britannica, mentre il gruppo Picnic x República ha fatto propri i simboli delle proteste hongkonghesi: caschetti, maschere e ombrelli sono diventati espressione di una lotta comune nonostante le molte diversità. [fonte: Quartz]

Decolla la differenziata a Shanghai

Quest’estate avevamo parlato delle difficoltà incontrate dai cittadini di Shanghai, chiamati per la prima volta a fare seriamente la raccolta differenziata. Molti si erano lamentati della ripartizione poco chiara tra rifiuti umidi e secchi. Trascorsi i primi 100 giorni, i risultati sembrano battere qualsiasi aspettativa. Secondo l’account WeChat del Shanghai Municipal Greening and Urban Image Management Bureau, dalle prime ispezioni condotte in 3.724 aree residenziali e 443 posti di lavoro è emerso che il tasso di raggiungimento degli obiettivi prefissati è aumentato dal 15% dello scorso anno all’80% del terzo trimestre del 2019. La maggior parte dei residenti si è adattata alle nuove regole, così che non è più necessario il monitoraggio dei volontari, specificano le autorità municipali. Alla fine di settembre, il peso totale dei rifiuti riciclabili raccolti giornalmente ha toccato le di 5.605 tonnellate, rispetto alle 3.299 tonnellate preventivate. [fonte: Shanghai Daily]

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