Papa Francesco visto da Pechino

In Uncategorized by Simone

Il nuovo Papa sembra essere un’occasione per distendere i rapporti tra il Partito comunista cinese e la Chiesa romana. Il nodo più grande rimane comunque il riconoscimento di Taiwan e non della Repubblica popolare da parte dello Stato pontificio. Un amico pechinese, che di mestiere fa l’autista di pullman per una scuola della capitale, è cattolico. Ogni volta che ci ritroviamo prova a convincermi circa la fallacia del mio ateismo. E’ una persona che legge e si informa: qualche giorno fa, alla nomina del nuovo Papa Francesco a Roma, mi ha ricordato l’importanza della scelta del nome da parte del nuovo Pontefice.

Francesco, infatti, ricorda proprio Francesco Saviero, il gesuita che per primo puntò l’Asia nel sedicesimo secolo e che in Cina mandò l’italiano più famoso della storia nel paese della Grande Muraglia, Matteo Ricci. Da parte dei cattolici dell’ex Impero Celeste quindi – un’infima minoranza, neanche l’un per cento della popolazione – c’è subbuglio per il nuovo Papa, nella speranza che la loro vita diventi più semplice e che tra Cina e Vaticano si possa aprire una stagione di nuovi rapporti.

Tra il Partito Comunista e la Chiesa romana, così simili e così diversi tra loro, i rapporti si interruppero nel 1951, quando il Vaticano riconobbe Taiwan e non la Repubblica Popolare (ad oggi è l’unico Stato europeo a farlo). Da allora in Cina esiste una Chiesa Patriottica controllata dai funzionari comunisti ed una Chiesa sotterranea, che riconosce il Papa come guida e che non è invece considerata legale da Pechino. Non sono rari casi di persecuzioni contro i cattolici, specie quando decidono di celebrare le loro messe in luoghi pubblici e visibili.

L’elemento politico internazionale di disturbo tra le due autorità, tuttavia, ancora oggi rimane Taiwan. Ma Ying-jeou, presidente dell’isola, è stato presente e ricevuto con tutti gli onori a Roma per l’incoronazione di Papa Francesco. Uno sgarro? Può darsi, anche se i ben informati cattolici cinesi ritengono che tra Taipei e Pechino possa essere stato trovato un accordo, in modo da non scatenare il putiferio, come avvenne quando l’allora presidente dell’isola ribelle si recò ai funerali di Papa Giovanni Paolo II. Potrebbe essere un segnale distensivo di Pechino che sa bene quanto sia importante, per la sua rappresentazione internazionale, trovare un dialogo – alle proprie condizioni, naturalmente- con il Vaticano.

Roma del resto già con il pastore tedesco aveva provato una mossa: nel 2007 Ratzinger aveva scritto una lettera indirizzata esplicitamente ai fedeli cinesi. Anche il Vaticano – in generale – sembra poter mutare il proprio atteggiamento. Roma ha bisogno di nuovi mercati della fede e l’Asia è grande. Solo nelle Filippine c’è un’altra percentuale di cattolici, mentre negli altri paesi, eccezion fatta per l’India, il rapido passo dell’economia sta creando una sorta di vuoto “culturale” che il buddismo non riesce a colmare. Cina compresa, dove stanno andando parecchio di moda alcune religioni che predicano fratellanze universali, come il culto persiano introdotto in Cina nel 1800.

E’ ipotizzabile dunque che Pechino, alla ricerca della ricetta per dare un’anima alla nuova “umanità” cinese, possa accettare una maggiore presenza dei cattolici, purché non venga messa in discussione l’autorità di chi comanda, ovvero del Partito Comunista. Il cardinale Zen di Hong Kong ha raccontato al South China Morning Post, come qualche ora prima dell’elezione di Papa Francesco, avesse avuto una piccola discussione “di cinque minuti” con il futuro Pontefice circa la Cina. Il Papa sembrerebbe avere compreso la “difficile” situazione di cattolici in Cina. La questione è che Zen non è né il cardinale regnante a Hong Kong, né colui che riferisce ai rapporti con la Cina. L’uomo che può realmente affrontare questi temi con il Papa e dare ufficialità alle comunicazioni è infatti il cardinale John Tong.

C’è infine chi mormora che l’oscuro passato del cardinale Bergoglio in Argentina possa aiutare: sudamericano, argentino, significa che ha già avuto a che fare con le trattative che possono intercorrere tra un uomo di Chiesa e un regime.

[Scritto per il Manifesto; fotocredits: scmp.com]