Myanmar, il nuovo trionfo di Aung San Suu Kyi e una “transizione per pochi”

In Asia Meridionale, Economia, Politica e Società, Sud Est Asiatico by Lorenzo Lamperti

In Myanmar si festeggia, nel mondo molto meno. Quando ancora si deve completare lo spoglio dopo le elezioni generali di domenica 8 novembre, appare ormai chiara la vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia (LND). Il partito di Aung San Suu Kyi afferma di aver conquistato l’80 per cento dei seggi in palio, superando dunque lo scoglio delle 322 poltrone necessarie per formare il governo e migliorando il risultato delle elezioni del 2015.

Come raccontato da China Files prima del voto, però, il clima internazionale intorno al Myanmar e alla figura di Aung San Suu Kyi è molto cambiato. La fiaba dell’ex dittatura militare che diventa democrazia all’occidentale è naufragata con le violenze subite dalla minoranza musulmana dei Rohingya. Una fiaba, e una successiva (ri)caduta agli inferi frutto anche di una visione manichea, come raccontato da Thant Myint-U nel suo libro “L’altra storia della Birmania“.

VOTO DECISO DALLA MAGGIORANZA DI ETNIA BURMESE

Ma il crollo del gradimento internazionale per il premio Nobel per la Pace 1991 non ha avuto effetti sul gradimento alle urne. E questo “principalmente per due motivi”, spiega Giulia Sciorati, analista presso l’Osservatorio Asia dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI). “Da una parte, perché Suu Kyi incarna gli ideali della maggioranza della popolazione birmana, quella di etnia burmese e di religione buddista. Dall’altra, perché si appoggia ancora al lascito della figura paterna, il Generale Aung San, che ebbe un ruolo chiave nella lotta per l’indipendenza del Myanmar dal Regno Unito e che, di conseguenza, fa eco agli ideali di libertà democratiche portati avanti dalla figlia”.

LA QUESTIONE DEI ROHINGYA

Alla vigilia del voto le polemiche non sono mancate. Molti dei partiti di opposizione avevano chiesto il rinvio a causa della pandemia da Covid-19, che in Myanmar si è fatta sentire maggiormente che in altri paesi del Sud-Est asiatico. E, soprattutto, non sarebbe stato permesso di votare a tutti all’interno della minoranza musulmana. Un tema, quello delle minoranze, che da sempre condiziona la stabilità interna del paese. “La questione delle minoranze in Myanmar è indissolubilmente legata ai Rohingya“, dice Sciorati, “un gruppo etnico di religione musulmana che, secondo l’ONU, sta vivendo un vero e proprio tentativo di ‘pulizia etnica’. Queste elezioni ci hanno mostrato che il governo non sta ancora tendendo la mano a questo gruppo: ad alcuni Rohingya non è stato infatti permesso di candidarsi e in alcune aree popolate da questa minoranza non si è neppure potuto andare a votare. La strada rimane ancora tortuosa prima di raggiungere una stabilità inter-etnica in Myanmar”.

Quelle di domenica 8 novembre sono state le seconde elezioni generali organizzati nel Paese dal 2011, anno in cui è stata sciolta la giunta militare al potere per decenni. In tutto saranno eletti 1.17 rappresentanti, divisi tra Camera bassa e Camera alta del Parlamento, che a loro volta eleggeranno il prossimo esecutivo. Dopo la proclamazione dei risultati definitivi i due rami del Parlamento si riuniranno in sessione congiunta per  assegnare la presidenza al candidato che ha ottenuto il maggior numero di consensi. Un incarico che non può andare a Suu Kyi poichè è stata sposata a un cittadino straniero. Per lei è stata appositamente creata la posizione di Consigliere di Stato della Birmania, che gli consente di dirigere de facto il Paese. 

“Nonostante tutto”, prosegue Sciorati, “la vittoria della LND rimane un passo avanti nella transizione democratica del Myanmar. Ma è una transizione per pochi. L’assenza di buona parte dell’elettorato rende, infatti, i risultati di queste elezioni ‘parziali’, tanto che l’Inviato ONU in Myanmar, già a settembre, le aveva definite come ‘non libere’, proprio per la mancanza di provvedimenti presi dal governo per garantire il voto delle minoranze”, conclude l’analista ISPI.

I PRIMI 5 ANNI DI AUNG SAN SUU KYI

Durante il primo mandato governativo della forza politica di Aung San Suu Kyi, molti problemi sono rimasti inevasi. “È evidente come le aspirazioni iniziali di maggiore democratizzazione e di riappacificazione etnica del Paese siano andate deluse in questi cinque anni di legislatura”, dice Raimondo Neironi, Research Fellow del T.wai – Torino World Affairs Institute per il programma di ricerca Asia Prospects. “Qui ha prevalso un compromesso ‘forzato’ tra le istanze del Tatmadaw e quelle della LND, a beneficio della stabilità politica del Myanmar. In ambito economico, invece, la Consigliera di Stato uscente ha ottenuto risultati incoraggianti, sfruttando sapientemente l’apertura (parziale) agli investitori internazionali e adottando piani di sviluppo a sostegno della popolazione rurale. Tuttavia, la pandemia da COVID-19 costituisce un grosso ostacolo alla realizzazione dei programmi sociali”, spiega Neironi.

LA COSTITUZIONE NON CAMBIA

Sull’esito del voto non si è ancora espresso il principale partito di opposizione, il Partito per l’Unione, la Solidarietà e lo Sviluppo (Usdp), emanazione del potente esercito birmano, che conserva per costituzione il 25 per cento dei seggi. ” L’investitura popolare di cui è stata insignita Aung San Suu Kyi (10 mila voti in più rispetto alle elezioni del 2015 e oltre 40 mila voti rispetto al candidato dell’opposizione) non le consentirà di cambiare da sola la Costituzione“, avverte Neironi. “Ogni emendamento alla Carta necessita dell’approvazione di tre quarti dei parlamentari e tutto dipenderà dai risultati definitivi della composizione del nuovo organo legislativa. Nel marzo scorso, peraltro, il Parlamento dell’Unione respinse una serie di emendamenti costituzionali, presentati dalla LND, che avrebbero – tra le altre cose – ridotto nel giro di 15 anni il numero di seggi destinati ai militari”, prosegue l’analista del T.wai.

I RAPPORTI CON CINA, GIAPPONE E ASEAN

La nuova chiusura da parte dell’Occidente sembra nel frattempo riavvicinato la Birmania alla Cina, ma anche India e Giappone sembrano cercare di allargare la propria sfera d’influenza nel Paese, sia dal punto di vista commerciale sia dal punto di vista difensivo. Tokyo ha appena annunciato un nuovo piano di investimenti di oltre 400 milioni di dollari e Nuova Delhi ha di recente consegnato un sottomarino all’esercito birmano. “Tra il 2016 e il 2019 la Cina è il secondo investitore del Myanmar dopo Singapore“, sottolinea Neironi. “Nel corso della sua visita a Naypyidaw, Xi Jinping ha assicurato un mega pacchetto di investimenti per lo sviluppo dello strategico ‘corridoio economico‘ che unirà la Cina ai porti birmani del Golfo del Bengala, rientrante nel quadro della BRI. Le imprese giapponesi continuano comunque a investire nel settore manifatturiero, così come il Viet Nam e la Thailandia. Sebbene l’apporto cinese all’economia birmana sia cresciuto nel tempo, l’ASEAN rimane un partner commerciale fondamentale sul quale il Myanmar intende fare affidamento”, conclude Neironi.

Il mondo, peraltro concentrato sulle elezioni americane, stavolta non ha osservato con meraviglia e speranza quanto accadeva in Myanmar come aveva fatto alle elezioni del 2015. Intanto la fiaba diventata distopia cerca di darsi un futuro.

[Pubblicato su Affaritaliani]