Cina e Stati Uniti avrebbero finalmente trovato un accordo per mettere fine alle reciproche ritorsioni commerciali. Lo riporta in esclusiva il Wall Street Journal, secondo il quale Washington si starebbe preparando a rimuovere completamente o in buona parte le tariffe applicate lo scorso anno sul “made in China”. Pechino dal canto suo si è impegnato a ridurre le tariffe su prodotti agricoli, chimici, auto d’importazione e altri prodotti statunitensi. A ciò si aggiungerebbe la decisione di velocizzare i tempi sulla rimozione dei limiti del 50% sulla proprietà straniera delle joint venture, inizialmente prevista per il 2022. Nuovi segnali distensivi potrebbero arrivare nelle prossime ore da Pechino, dove si stanno per aprire i lavori dell’Assemblea nazionale del popolo, il parlamento cinese. Tra i provvedimenti più attesi c’è l’approvazione di una nuova legge sugli investimenti esteri che prevede, tra le altre cose, una maggiore tutela della proprietà intellettuale. Uno dei punti di maggiore disaccordo con gli States.

Meng Wanzhou fa causa alle autorità canadesi

Meng Wanzhou, la CFO di Huawei, ha citato in giudizio il Canada, la guardia di frontiera canadese e la Royal Canadian Mounted Police per presunte irregolarità nel suo arresto. La donna sarebbe stata trattenuta e interrogata per tre ore “con falsi pretesti” mentre faceva transito all’aeroporto di Vancouver. Nell’accusa la detenzione viene definita “illegale” e “arbitraria” dal momento che i funzionari, “intenzionalmente, non sono riusciti a suggerirle le vere ragioni della sua detenzione” violando “il suo diritto ad avvalersi di un supporto legale e il diritto al silenzio”. La donna sarebbe stata costretta a consegnare tutti i suoi dispositivi elettronici con le rispettive password ancora prima dell’arresto formale. Meng era stata arrestata lo scorso dicembre in riferimento alla violazione delle sanzioni americane contro l’Iran, dove Huawei ha continuato ad operare attraverso una sussidiaria. Solo alcuni giorni fa le autorità canadesi hanno accettato la richiesta di Washington di avviare la procedura di estradizione, che potrebbe richiedere diversi mesi o addirittura anni. Il caso sembra verrà discusso tra Cina e Usa parallelamente ai negoziati commerciali, avvalorando i dubbi di quanti sospettano una natura politica dell’arresto.

Il modello Foxconn non va più bene

Con più di 30 parchi industriali in tutta la Cina continentale, la Foxconn il principale fornitore di Apple oltre la Muraglia, negli ultimi anni ha funto da catalizzatore per la crescita economica di varie zone del paese. Tanto che secondo alcune statistiche, sette dei suoi impianti impiegano almeno 980.000 lavoratori cinesi. Ora che le vendite di Apple nel paese – e non solo – sono in calo, la stabilità economica di intere aree è a rischio. Questo è il caso di Zhengzhou, città dello Henan passata in pochi anni dall’anonimato agli onori della cronaca come uno dei poli industriali più dinamici della Cina. Ma solo nel mese di gennaio l’export locale di cellulari – che conta per il 40% delle esportazioni complessive – è crollato del 24%. L’annuncio di migliaia di licenziamenti ha spinto uno dei più importanti quotidiani statali, il Global Times, a mettere in guardia i governi locali dall’eccessiva dipendenza dagli original equipment manufacturer (OEM). Un modello che poteva andare bene quando la Cina era ancora “fabbrica del mondo” ma non oggi che Pechino vuole affrancare la crescita nazionale dall’export.

Il 2018, annus horribilis per i miliardari cinesi

Il numero di miliardari cinesi è precipitato di 161 unità nell’ultimo anno. Lo rivela l’ultima Global Rich List di Hurun, il Forbes cinese, secondo la quale il gigante asiatico ha visto diminuire i propri paperoni da 819 a 658 nell’anno terminato il 31 gennaio. Colpa del crollo dei mercati azionari che lo scorso anno hanno perso oltre il 20%. Nonostante il consistente declino, il paese asiatico guida ancora la classifica mondiale con un netto stacco sugli Stati Uniti, a quota 584, 13 in più rispetto al 2017. Nella lista dei perdenti troviamo Ma Huateng, CEO del gigante di Internet Tencent, la cui fortuna è crollata del 19% a 38 miliardi di dollari a causa del calo delle azioni della società colpite dallo stallo del mercato dei videogiochi. E’ andata anche peggio al patron di Wanda, Wang Jianlin, che ha visto il proprio patrimonio ridursi del 34% a quota 17 miliardi.

Inversione di rotta sul parto cesareo

La Cina è stata sempre nota per le sue impressionanti percentuali di parti cesarei (46% fino al 2001), tanto da indurre l’Organizzazione Mondiale della Sanità a intervenire sulla questione con le autorità. Ma da qui a qualche tempo le cose sono cambiate e il trend si sta invertendo, registrando un rallentamento nella scelta dei parti cesarei a favore di quelli naturali. A molti è sembrato che la risposta di questa inversione andasse trovata nella cultura del benessere che sta investendo la società cinese e di conseguenza anche il mondo della gestazione, ma non è sufficiente a spiegare un’inversione di rotta così significativa in un lasso di tempo così limitato. Dietro c’è il governo, che a partire dal 2001 ha introdotto come priorità nel piano di sviluppo per la sanità decennale, la riduzione dei parti cesarei. Per agevolare questa evoluzione sono stati fatti investimenti notevoli in ambito maternità: dalle classi pre-parto per le gestanti, alla formazione della figura dell’ostetrica prima assente negli ospedali cinesi e decisiva per incrementare i parti naturali. Il controllo governativo si espleta in maniera decisiva perché gli ospedali devono rendere conto e giustificare i parti cesarei e vengono messi in competizione gli uni con gli altri, rischiando multe e la predita della licenza se non rispettano i target stabiliti.

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