“Ci sono tre modi per trasgredire la pietà filiale. Il primo è non avere eredi”. La massima del filosofo confuciano Mencio ha tormentato per secoli la comunità omosessuale cinese. Oggi, tuttavia, non solo non rappresenta più un ostacolo insormontabile, ma è addirittura diventata un espediente ideologico con cui giustificare il sogno genitoriale di molte coppie gay. O almeno di quelle che se lo possono permettere.

In Cina, le relazioni tra persone dello stesso sesso non sono più tabù. L’inizio della politica di riforma e apertura anni ’70 ha sancito una graduale accettazione dei gusti sessuali “diversi”, culminata nella decriminalizzazione (1997) e nella rimozione dell’omosessualità dalla lista delle malattie mentali (2001). Complice l’assenza di una tradizione religiosa apertamente ostile. Nondimeno, la presenza millenaria di un’etica confuciana gerarchico-patriarcale, insieme alla politica del controllo delle nascite (abolita solo tre anni fa), ha contribuito ad aumentare il carico di responsabilità su quell’unico figlio che dovrà perpetuare il lignaggio famigliare. Ecco perché procreare sta diventando per molti omosessuali un modo per compiacere i parenti e adempiere ai propri obblighi sociali.

Certo, tutt’oggi, avere un bambino rimane un’impresa non facile per chi appartiene alla categoria LGBT, una comunità che ormai conta almeno 70 milioni di individui oltre la Grande Muraglia. Sempre in coda nelle richieste di adozione, ai gay – specie se single – non restano che poche alternative. Un matrimonio di convenienza con una donna, meglio se lesbica, è rimasta fino a tempi recenti l’opzione più popolare per accontentare le aspettative delle rispettive famiglie. Tanto che secondo un’indagine del United Nation Development Program, nel 2016 solo il 5% degli omosessuali aveva fatto coming out tra le mura di casa. Qualcuno forse ricorderà “Il banchetto di nozze”, film cult del regista Ang Lee incentrato sulla relazione triangolare inscenata da una coppia gay e un’amica per sviare i sospetti dei genitori del giovane imprenditore taiwanese Wai-Tung. Oggi, nell’ex Celeste Impero, 40 milioni di persone sono coinvolte in relazioni matrimoniali in cui uno dei due partner è omosessuale.

In un primo momento è parsa la soluzione migliore anche a Li e Wang, coppia gay di Pechino nata come molte in Cina da un incontro virtuale su Blued, dating app fondata da un ex poliziotto omosessuale con oltre 27 milioni di user. Conosciuta una coppia lesbo i quattro si sono incrociati e sposati. Ma, dopo numerose liti e due aborti, l’esperimento è terminato in divorzio. E’ allora che Li e Wang hanno deciso di optare per la maternità surrogata.

La pratica, in Cina, non è legale ma nemmeno esplicitamente bandita. Dal 2001, una regola del Ministero della Salute proibisce ai medici di offrire il servizio. Tuttavia, trattandosi di una circolare ministeriale e non di una vera e propria legge, i metodi per dribblare l’ostacolo – così come per l’acquisto di sperma, ovuli ed embrioni – non mancano. C’è chi opta per fare tutto all’estero. Secondo il Yangcheng Evening News, ogni anno circa 1.000 coppie partono per gli Stati Uniti con visto turistico alla ricerca di “un utero in affitto”, passando per il sottobosco di intermediari informali attivi oltre Muraglia.

Per ridurre i costi, Li e Wang hanno ripiegato sulla Thailandia dove l’operazione attraverso agenzie specializzate costa 500mila yuan (75mila dollari). Ma solo due anni prima il caso di Baby Gammy, il bambino nato con la sindrome di Down e non riconosciuto dalla coppia australiana che lo aveva “commissionato”, aveva spinto il governo di Bangkok a precludere la maternità surrogata agli stranieri. Così i due aspiranti padri e la donatrice thailandese sono stati costretti a completare l’operazione in Cambogia. Finalmente, nel febbraio 2018, dopo cinque anni di tentativi e sei viaggi in Thailandia, è nata Mumu. Oggi la gestione famigliare include il prezioso contributo delle nonne e della tata, la parte femminile che ripristina l’alternanza di yin e yang.

Per quanto fuori dal comune, la storia di Li e Wang riflette un trend in graduale ascesa. Secondo quanto riferisce a Sixth Tone Li Lin, CEO dell’agenzia di Shanghai True Baby, ogni anno sono circa 500 le coppie cinesi gay a fare richiesta per la maternità surrogata in America. Dal 2014 a oggi, True Baby ha contribuito alla nascita di 240 bambini, di cui il 30% per conto di clienti omosessuali. Si tratta generalmente di giovani ben istruiti, con un’età compresa tra i 30 e i 45 anni, provenienti dalle grandi città e con un buon lavoro. Il contesto urbano, sempre più cosmopolita, fornisce le condizioni per una maggiore accettazione. E non serve più nascondersi. L’estate scorsa, l’organizzazione no-profit statunitense Men Having Babies ha organizzato il suo primo evento conoscitivo nella Cina continentale. Un sobrio confronto con padri gay americani e taiwanesi in una sala riunioni proprio nel centro di Shanghai.

Mentre l’argomento trova ormai spazio persino su siti popolari come Douban e Zhihu (il Quora cinese), la vita per i genitori dello stesso sesso non è ancora immune da pregiudizi e discriminazioni. Come sarà il futuro della piccola Mumu, birazziale e con due papà? Troverà qualcuno disposto a sposarla? si chiede il nonno. Ma, soprattutto, potrà usufruire degli stessi diritti dei suoi coetanei? Nell’ex Celeste Impero, l’accesso ai servizi pubblici, come l’istruzione e l’assistenza sanitaria, viene regolato sulla base di un sistema di registrazione famigliare: l'”hukou”. Fino a poco fa, donne non sposate e genitori single non potevano richiedere il certificato di nascita del loro bambino, necessario all’ottenimento dell’hukou e dei privilegi minimi ad esso collegati. Nulla di fatto è cambiato da quando nel 2016 il governo ha introdotto una nuova politica che – teoricamente – consente ai single di registrare i propri figli solo sulla base del certificato di paternità. Una considerazione che spesso spinge i genitori a richiedere per il nuovo nato la cittadinanza straniera.

Le cose potrebbero, in un futuro non troppo lontano, cambiare. Il motivo va ricercato nelle statistiche demografiche. Secondo gli ultimi dati diffusi dal governo, nel 2018 si sono registrate appena 15 milioni di nascite, 2 milioni in meno rispetto all’anno precedente. La popolazione cinese non cresceva a ritmi tanto bassi dalla grande carestia del 1961, ma quel che più preoccupa è il progressivo calo della forza lavoro, diminuita di 4,7 milioni lo scorso anno. Segno che l’abolizione della politica del figlio unico non è in grado di arrestare il rapido invecchiamento della popolazione in un momento in cui l’economia nazionale rallenta di mese in mese. Ridurre gli impedimenti burocratici è ormai una priorità per il governo cinese.

D’altronde, il dibattito sulla maternità surrogata cova sotto le ceneri da tempo. Il governo ha ribadito il proprio no al momento della stesura della politica dei due figli nel 2015, salvo poi rimuovere la disposizione dalla bozza. Nel febbraio 2017, il People’s Daily – organo del Partito comunista – ha dedicato una sostanziosa analisi alla possibilità di legalizzare definitivamente la pratica con fini non commerciali. Una mossa che faciliterebbe la piena implementazione della nuova politica della “fertilità indipendente”, dando la possibilità di avere un bambino anche alle donne sterili o in casi di gravidanze a rischio – secondo stime ufficiali, il 50% delle donne autorizzate per legge ad avere un secondo figlio hanno già almeno 40 anni, un dato che ostacola l’agognato baby boom. Chissà che un giorno le esigenze demografiche non spingano Pechino a riconoscere ufficialmente anche le aspirazioni genitoriali delle coppie gay.

[Pubblicato su il manifesto]