La nostra quotidiana rassegna asiatica


“L’ascesa pacifica” cinese vista dal Pentagono

La Cina potrebbe presto sviluppare nuove basi militari all’estero. E’ quanto scrive il Pentagono nel suo rapporto annuale di oltre 90 pagine presentato mercoledì al Congresso. Secondo lo studio, dopo Gibuti, Pechino potrebbe prendere piede in Pakistan, dove è già presente con una serie di progetti infrastrutturali nell’ambito del progetto One belt One road. Islamabad è peraltro il primo acquirente di armi cinesi dell’Asia Pacifico, un mercato che vale 9 miliardi di dollari rispetto ai complessivi 20 miliardi raccolti dalla Cina tra il 2011 e il 2015. Il rapporto, che stima il budget militare cinese a 180 miliardi di dollari — contro i 140 dichiarati ufficialmente — conferma inoltre i progressi fatti da Pechino nella fortificazione delle isole contese. Secondo il Pentagono, ognuna delle principali tre isole del Mar cinese meridionale occupate dalla Cina (Fiery Cross, Subi e Mischief Reefs ) presenta ormai hangar per aerei militari e altre strutture “dual use”. “Una volta che tutti queste infrastrutture saranno completate, la Cina avrà la capacità di ospitare fino a tre reggimenti di caccia nelle isole Spratly”. Tra i principali sviluppi del 2016, il rapporto cita anche il dispiegamento di missili Dongfeng-26 in grado di trasportare testate militari e colpire le basi americane nel Pacifico. Le forze missilistiche rientrano tra i comparti più valorizzati dalla riforma dell’esercito lanciata da Xi Jinping.

Proprio questa mattina Pechino ha rispedito al mittente tutte le accuse, rimarcando “lo sviluppo pacifico” e la natura difensiva dei propri progressi militari.

Kim spara contro le esercitazioni congiunte tra Washington e Seul

Un altro altro test missilistico che ha il sapore del messaggio neanche troppo in codice. Questa volta si tratta di un numero imprecisato di missili antinave lanciati dalla città costiera di Wonsan. Hanno volato per circa duecento chilometri per inabissarsi da qualche parte nel mare tra Corea e Giappone, proprio dove si sono appena concluse le esercitazioni congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud, con la partecipazione delle due portaerei Carl Vinson e Ronald Reagan. È il nono testa missilistico da inizio anno.

Il 14 maggio un nuovo missile in grado di trasportare una testata nucleare aveva volato più in alto e per più tempo di qualsiasi altro missile precedentemente testato dalla Corea del Nord facendo temere che un giorno Pyongyang possa raggiungere anche obiettivi lontani. Poi era stato testato un missile a combustibile solido che richiede preparazione più breve rispetto a quelli a combustibile liquido. Quindi, un nuovo missile “di precisione”, che sarebbe manovrabile e quindi in grado di aggirare i sistemi antimissile come il Thaad appena installato in Corea del Sud.

Tutti test che intendono far capire sia che Pyongyang sarà presto in grado di colpire il territorio statunitense, sia che si possono colpire i Paesi vicini anche se hanno difese tecnologicamente avanzate. Oppure, come oggi, si vuole comunicare che qualsiasi attacco navale può essere contrastato efficacemente. La recente frequenza dei lanci sarebbe un modo di fare pressione sul nuovo presidente sudcoreano Moon Jae-in, affinché faccia concessioni economiche.

Seul congela il Thaad

Il nuovo presidente sudcoreano ha chiesto l’interruzione dell’istallazione del sistema missilistico americano Thaad che tanto ha fatto infuriare Cina e Russia. Da quanto emerso negli scorsi giorni, quattro lanciamissili sarebbero giunti in Corea del Sud senza regolare notifica da parte del ministero della Difesa. Mentre i due già operativi non verranno rimossi, la finalizzazione dei lavori di montaggio verrà sospesa fino a quando non si avrà un quadro completo dell’impatto ambientale che il Thaad rischia di avere sulla contea di Seongju. Dopo aver minacciato di annullare il progetto in campagna elettorale, il presidente Moon Jae In parrebbe così voler prendere le distanze da Washington rispetto a un’iniziativa assunta dal governo della deposta Park Geun-hye. Al contempo il ricambio politico a sud del 38esimo parallelo sembra aver già dato nuovo impulso alle relazioni sino-sudcoreane notevolmente deterioratesi nell’ultimo anno proprio a causa del sistema missilistico americano.

Gli attivisti di Ivanka indagati per “furto di segreti industriali”

Gli attivisti per la difesa dei diritti dei lavoratori arrestati negli scorsi giorni mentre effettuavano investigazioni nelle fabbriche cinesi impiegate dalla casa di moda di Invanka Trump sarebbero stati fermati con l’accusa di aver ceduto segreti industriali a organizzazioni straniere in cambio di denaro. A riferirlo è il The Paper, giornale controllato dal governo di Shanghai, che però non mette dichiaratamente in relazione i fermi e le attività della figlia di Trump in Cina. Martedì, il ministero degli Esteri cinese ha rigettato le richieste di rilascio da part del Dipartimento di Stato americano, spiegando che gli attivisti di China Labor Watch avevano interferito nelle regolari operazioni degli stabilimenti utilizzando “apparecchiature di sorveglianza professionale”. Il caso, il primo del genere per CLW, parrebbe confermare una sempre minore tolleranza nei confronti della società civile e di tutte quelle organizzazioni che finora hanno informato le multinazionali sulle condizioni di lavoro presso i contractor cinesi.

Il business del latte materno

Uteri in affitto, vendita sottobanco di ovuli e sperma, ma non solo. Il mercato nero legato alla procreazione, in Cina, consolida un altro comparto: quello del latte materno. Nonostante la legge cinese lo vieti, secondo il South China Morning Post è possibile acquistare latte prodotto in giornata comodamente online per 22 dollari (250 millilitri). Addirittura esistono siti specializzati. A donarlo sono le mamme che, vedendo avanzare il prezioso nutriente, decidono di arrotondare affidandosi a intermediari. Stando a fonti del Scmp, durante sei mesi di allattamento è possibile guadagnare decine di migliaia di yuan. Mentre le vendite sono ancora piuttosto contenute — tra alcune decine fino a un centinaio al mese — la fine della politica del figlio unico e gli scandali sul latte contaminato si stima che in futuro stimoleranno la domanda.

L’Asia unita contro l’inquinamento degli oceani

Cina, Thailandia, Indonesia e Filippine si sono dette pronte a combattere l’inquinamento degli oceani. La dichiarazione d’intenti formulata durante un vertice delle Nazioni Unite tenutosi a New York, Ogni anno tra le 5 e le 13 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare, venendo spesso ingerite dalla fauna marina. Secondo un recente studio dell’ Helmholtz Centre, la maggior parte di questi scarti proviene da molto lontano, sopratutto da quei paesi in via di sviluppo interessati da tassi di crescita molto elevanti ma non ancora in grado di smaltire i rifiuti prodotti. 75% dell’inquinamento proveniente dalla terra ferma raggiunge gli oceani attraverso appena 10 fiumi, concentrati perlopiù in Asia. Riducendo del 50% gli scarti plastici in questi corsi d’acqua si riuscirebbe a tagliare del 37% l’immissione di sostanze inquinanti a livello mondiale. “Per migliaia di anni la via della seta marittima è stata utilizzata per esportare la cultura e l’influenza cinese. In futuro l’oceano si trasformerà in un canale per l’esportazione di inquinamento cinese o di una nuova cultura di conservazione e sostenibilità?”, si chiede Tom Dillon di Pew Charitable Trusts.