In Cina e Asia – Il ritorno di Xi

In Notizie Brevi by Alessandra Colarizi

“La Cina è fiduciosa e in grado di contenere l’epidemia”. Dopo otto giorni di silenzio mediatico e speculazioni, Xi Jinping è ricomparso in un servizio della CCTV dedicato all’inaspettata visita del premier cambogiano Hun Sen, volato oltre la Muraglia per sostenere i 23 studenti cambogiani intrappolati a Wuhan. Hun Sen – che è stato accolto nella grande sala del popolo – è l’unico leader straniero ad aver visitato il paese dall’inizio della crisi. Giorni fa, respingendo l’ipotesi di un’ evacuazione dei connazionali, si era giustificato chiamando in causa i rapporti fraterni con il gigante asiatico. Il ritorno di Xi ha coinciso anche con una riunione della Commissione per gli affari legali nel corso della quale il presidente ha sottolineato l’importanza del sistema giuridico nazionale nella battaglia contro il virus. Nello specifico, il leader ha chiesto un’applicazione rigorosa delle leggi relative al commercio di animali selvatici (probabile causa dell’epidemia) e alla gestione degli incidenti che riguardano salute pubblica. L’appello segue un meeting del comitato permanente del politburo in cui i 7 uomini più potenti di Cina hanno auspicato un “rafforzamento del controllo su internet e i media”. Basterà ad azzittire il malumore della rete nei confronti della leadership locale?  C’è chi come l’ex professore di diritto della Tsinghua University Xu Zhangrun è andato ben oltre. Ai domiciliari dal 2018, Xu ha puntato il dito direttamente contro Xi Jinping, accusato di aver scardinato il sistema della leadership collettiva introdotto con la morte di Mao e di aver riempito la burocrazia cinese di funzionari leali ma incompetenti. Intanto secondo fonti della Reuters, i vertici del Pcc stanno discutendo una possibile posticipazione della riunione plenaria dell’Assemblea nazionale del popolo, il parlamento cinese che dal 1995 si riunisce ogni anno a inizio marzo.  [fonte: SCMP, SCMP, Reuters]

Trade Deal: Pechino alleggerisce le tariffe

Pechino ridurrà le tariffe applicate a settembre e dicembre su 75 miliardi di dollari di prodotti americani. La sforbiciata – che assottiglierà i dazi dal 5 al 2,5% e dal 10 al 5% – è stata giustificata dal ministero delle Finanze alla luce dell’accordo di fase uno siglato con Trump a gennaio e in procinto di divenire effettivo il 14 febbraio. C’è chi, tuttavia, scorge nella mossa l’intenzione di incoraggiare la comunità degli affari mentre il coronavirus minaccia l’economia nazionale. Secondo il semiufficiale Global Times, Pechino sarebbe intenzionato a esercitare una clausola che prevede consultazioni con Washington “nel caso in cui un disastro naturale o un altro evento imprevedibile” ritardi l’esecuzione dell’accordo. [fonte: CNBC]

Dagli Usa un software 5G per sconfiggere Huawei

La Casa Bianca sta lavorando con le aziende tecnologiche statunitensi alla creazione di un software avanzato per le reti 5G potenzialmente in grado di emarginare Huawei. Secondo il WSJ,  si tratta di sviluppare uno standard comune, compatibile con quasi tutte le apparecchiature hardware che supportano la tecnologia. Facendo affidamento sul software “nazionale”, si potrebbe ridurre (o persino eliminare) la necessità di ricorrere alle apparecchiature 5G di Huawei. “Dell e Microsoft si stanno ora muovendo molto rapidamente per sviluppare software e funzionalità di cloud che, di fatto, sostituiranno molte apparecchiature”, ha spiegato Larry Kudlow, consulente economico della Casa Bianca, aggiungendo che “il concetto generale è quello di fare in modo che tutta l’architettura e le infrastrutture 5G degli Stati Uniti siano realizzate principalmente da aziende americane”, con l’aggiunta di Nokia ed Ericsson perché sono già molto presenti nel territorio americano. Il piano è attualmente nella fase preliminare e i tempi d’attuazione sono verosimilmente molto lunghi. Stando al responsabile della sicurezza di Huawei per gli Stati Uniti, Andy Purdy, quando si parla di tecnologia di quinta generazione, il colosso di Shenzhen ha già un vantaggio di 1-2 anni sui competitor americani. [fonte: WSJ]

Il coronavirus colpisce il caffè

Turismo, automotive, manifatturiero e ristorazione. Molti sono i settori a scontare le misure restrittive introdotte dal governo cinese per limitare la diffusione dei coronavirus. Una delle vittime meno ovvie è l’industria del caffè, che secondo il FT sta accusando il colpo persino più del greggio. Dall’inizio dell’anno, l’indice di riferimento per i futures del caffè è precipitato di oltre un quinto dall’inizio dell’anno a circa 1 dollaro alla libbra. Si tratta di un calo più marcato di quello registrato dal Brent (17%), e dal rame, che ha perso il 9% al London Metal Exchange. Il perché è presto detto. Nell’ultimo decennio, la Cina ha triplicato le proprie importazioni di caffè e, sebbene conti ancora solo per il 2% del consumo mondiale, è rimasta una delle grandi promesse del settore. Secondo gli analisti il colpo di grazia è arrivato con la chiusura di Starbucks (che ha sospeso le attività in oltre la metà dei suoi 4.300 punti vendita), e del competitor locale Luckin Coffee. Le saracinesche abbassate “rafforzano la tendenza al ribasso dei prezzi globali del caffè”, ha affermato Carlos Mera di Rabobank. [fonte: FT]

La Thailandia blocca progetto cinese sul Mekong

Il governo thailandese ha bloccato i lavori di dragaggio con cui Pechino sperava di aprire un importante tratto del Mekong alle grandi navi mercantili in arrivo dalla Cina. Una volta rimosse le rocce che ne impediscono la navigazione, l’area interessata – che si estende per quasi 100 km – sarebbe dovuta diventare un collegamento strategico tra la provincia cinese dello Yunnan e i vicini asiatici bagnati dal fiume (Myanmar, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam). Da tempo gli ambientalisti denunciavano i pericoli per la biodiversità della regione e la sovranità della Thailandia, che dal colpo di stato del 2014 ha riannodato i propri rapporti con la Cina per bilanciare il disimpegno occidentale. Secondo quanto spiegato da Bangkok, l’interruzione del progetto è stata resa necessaria dalla mancanza dei fondi necessari alla realizzazione di nuovi studi di fattibilità. “Nonostante le forti pressioni di un attore regionale, questa piccola parte del fiume Mekong salverà anche la sezione inferiore del bacino dalla distruzione”,  ha spiegato Pianporn Deetes di International Rivers. L’attivismo cinese lungo il corso d’acqua più lungo dell’Indocina è da tempo motivo di critiche a causa delle ricadute che i progetti idroelettrici made in China rischiano di avere sulla vita delle popolazioni a valle.  [fonte: AFP]

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