Coronavirus, è lotta politica sui voli

In Cina, Relazioni Internazionali by Lorenzo Lamperti

Per ora a terra ci restano gli aerei ma a lungo andare rischia di finirci anche l’Italia. La decisione di stoppare tutti i voli diretti da e per la Cina (e che comprende anche Hong Kong, Macao Taiwan) continua a creare qualche frizione all’interno del governo e dell’intera scena politica italiana. Come raccontato da Affaritaliani, l’introduzione del “ban” ha diversi punti poco chiari. Nodi che non sono stati sciolti, anzi. Le diverse posizioni all’interno del governo in materia sono rimaste tali, mentre l’opposizione evidenzia le contraddizioni del provvedimento. Senza parlare delle conseguenze economiche (più che evidenti soprattutto sul turismo ma che in realtà si faranno sentire anche su altri settori) e diplomatiche, con Pechino che continua a far capire di non aver accolto bene (per usare un eufemismo) la mossa del governo Conte bis, arrivata proprio all’inizio di quello che dovrebbe essere l’anno del turismo e della cultura Italia-Cina.

Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, tornato in “gioco” dopo essere inizialmente stato sostanzialmente estromesso, vorrebbe probabilmente vedere cancellato il divieto. “E’ chiaro che si tratta di misure temporanee”, ha dichiarato l’ex leader politico del Movimento Cinque Stelle in un’intervista ad Associated Press. “In questo momento stiamo realizzando questi controlli di emergenza nei nostri aeroporti e porti per le necessarie verifiche, e una volta che saremo adeguatamente attrezzati potremmo fare le nostre valutazioni”. Messaggio chiaro, recapitato anche alle istituzioni di Pechino con le quali il titolare della Farnesina aveva messo in piedi un ottimo rapporto, in particolare dopo la firma del memorandum di adesione alla Belt and Road Initiative dello scorso marzo, quando Di Maio era ancora allo Sviluppo Economico.

Il problema è che tornare indietro non è semplice. Anche perché la decisione, presa di concerto da Palazzo Chigi e il ministero della Salute, viene ritenuta necessaria non solo da un punto di vista di contenimento dell’emergenza ma anche da un punto di vista politico. Sospendere i voli diretti con la Cina è stato infatti un modo, consapevolmente o meno, per togliere un argomento all’opposizione, in particolare alla Lega di Matteo Salvini, che aveva già iniziato a battere su quel tasto e ora chiede ulteriori controlli.

Anche se, nello stesso momento, il Carroccio chiede chiarimenti sull’inclusione di Taiwan nello stop ai voli. Paolo Formentini, vicepresidente della commissione Affari esteri della Camera, ha presentato un’interrogazione al ministro degli Esteri, in cui si legge: “L’Italia non si è limitata a bloccare i collegamenti aerei con la Repubblica Popolare, ma ha temporaneamente sospeso anche quelli tra il nostro paese e Taiwan, come se l’emergenza sanitaria abbattutasi sulla Cina Popolare già coinvolgesse nella stessa misura l’isola di Formosa, circostanza che al momento non risulta ancora essersi prodotta”. L’ipotesi, spiega l’interrogazione, “è che il governo italiano abbia esteso a Taiwan le misure restrittive varate nei confronti della Repubblica Popolare aderendo alla tesi che la vuole già provincia dell’unica Cina con capitale Pechino”. Tesi che sarebbe suffragata dall’indicazione di Taiwan come “Taipei” all’interno del Notam Enac diffuso dopo la decisione del governo. E comunque in linea con il principio diplomatico del governo italiano che effettivamente non riconosce Taiwan. “Ma in vicende di questo tipo quel principio non andrebbe applicato perché Taipei ha un governo, un sistema sanitario e un’aviazione civile indipendenti da quelli di Pechino”, dice Formentini ad Affaritaliani. “A Taiwan ci sono stati al momento solo una decina di casi di contagio e nessuna vittima, perché allora bloccare i collegamenti diretti con loro e non con altri paesi della regione sud-est asiatica dove i contagi sono molti di più e ci sono stati anche morti?”, si chiede Formentini, che conclude: “Se penso che il governo abbia bloccato i voli per la Cina per togliere spazio alle richieste in tal senso alla Lega? Non lo so, ma se è così significa che stiamo lavorando bene”.

Il governo di Taipei ha apertamente richiesto l’eliminazione del divieto e ha convocato per avere spiegazioni Davide Giglio, responsabile dell’Ufficio Italiano di Promozione Economica, Commerciale e Culturale. E anche il governo di Pechino continua a mandare segnali che la misura non è piaciuta. “Alcuni Paesi, ignorando le raccomandazioni dell’Oms, hanno annunciato un blocco totale dei viaggi. Queste iniziative sono l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno nelle relazioni tra Stati”, ha dichiarato l’ambasciatore cinese in Belgio Cao Zhongming.  “Abbiamo notato la risposta dell’Italia a questo focolaio. Speriamo che la parte italiana faccia una valutazione obiettiva, giusta, calma e razionale dell’epidemia, e comprenda e sostenga gli sforzi del governo cinese per contenerla e controllarla”, ha detto invece la portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying. “Le misure pertinenti da adottare dovrebbero essere in linea con le raccomandazioni dell’Oms, non superare livelli ragionevoli, evitando di incidere sui normali scambi di personale”, ha aggiunto. Il tutto mentre al momento non si sa ancora quando sarà possibile organizzare altre voli di rimpatrio degli italiani presenti in Cina. E comunque si può continuare ancora a viaggiare utilizzando scali intermedi in altri paesi senza divieti. La decisione del governo rischia di scontentare un po’ tutti.

[Pubblicato su Affaritaliani]

Di Lorenzo lamperti*

***Giornalista responsabile della sezione “Esteri” del quotidiano online Affaritaliani.it. Si occupa di politica internazionale, con particolare attenzione per le dinamiche geopolitiche di Cina e Asia orientale, anche in relazione all’Italia