Nella giornata di ieri, Cina e Stati uniti hanno firmato l’atteso “accordo di fase uno”. I termini del deal preannunciano l’inizio di una tregua dalla dubbia tenuta. Come anticipato negli scorsi giorni, gli Stati Uniti rinunciano a imporre i minacciati dazi del 15% su circa 160 miliardi di dollari di prodotti cinesi, Pechino si impegna ad aumentare gli acquisti di una serie di servizi e prodotti (che rimarranno nei documenti da considerarsi confidenziali, dunque non resi pubblici) per un valore di 200 miliardi di dollari in due anni. Tutto il resto rimarrà uguale, compresi le tariffe americanw già in vigore (e il segretario del Tesoro Mnuchin ha fatto capire che tutto dipenderà dalla Cina e dalla sua volontà a rispettare gli accordi, un modo come un altro per mettere le mani avanti per colpi di testa di trumpiani). Pechino si impegna a proteggere la proprietà intellettuale made in Usa e a non svalutare la propria moneta. Il nodo gordiano dei sussidi e delle imprese di stato viene rimandato alla “fase due”, le cui le negoziazioni pare siano già cominciate (versione americana). Rimarranno invece invariate le tariffe punitive su quasi due terzi delle importazioni statunitensi dalla Cina – valore totale: 360 miliardi di dollari – fino almeno alle elezioni presidenziali di novembre. Molti sono gli esperti a dubitare della fattibilità degli acquisti cinesi, rilevanti in termini numerici tanto da inficiare gli scambi commerciali con gli altri paesi. Ugualmente poco convincente il meccanismo attraverso il quale le due parti si impegnano a verificare la corretta implementazione dell’accordo, spacciato dall’amministrazione Trump come valida alternativa ai farraginosi canali della WTO. [fonte: NYT, Reuters]

In Germania è caccia alla spia

La polizia tedesca è alla disperata caccia di tre persone sospettate di mantenere rapporti con i servizi cinese. Le operazioni, rivelate dal Der Spiegal e confermate dai pm, hanno già coinvolto Bruxelles, Berlino, e diverse città della Germania meridionale. Secondo AFP, si tratta del primo caso conclamato di spionaggio cinese ai danni dell’Ue registrato negli ultimi anni. L’accusa e di aver scambiato informazioni private e commerciali con il ministero della sicurezza dello stato cinese”. L’identità dei ricercati non è stata resa nota, ma secondo il quotidiano una delle talpe sarebbe un ex funzionario tedesco impiegato fino al 2017 ai vertici della diplomazia comunitaria. La notizia dei raid giunge mentre Berlino si accinge a sciogliere le riserve sul ruolo che Huawei avrà (o meno) nel 5G nazionale. La sorte del colosso di Shenzhen non dovrebbe tuttavia minacciare la tenuta delle relazioni bilaterali. E’ quanto promettono i fondatori del “China-Bridge”, organizzazione istituita sulla falsariga dell’Atlantic Bridge anni ’50 per rafforzare il dialogo politico e culturale tra i due paesi. [fonte: AFP, Reuters]

Taiwan semina zizzazania: Shanghai scarica Praga

La città di Shanghai ha ufficialmente sospeso le relazioni con Praga per protestare contro la firma dell’accordo di gemellaggio tra la capitale ceca e Taipei. Tutto è cominciato lo scorso anno quando il sindaco Zdenek Hrib – noto già per le sue posizioni free Tibet – si è rifiutato di riconoscere il principio “una sola Cina”. Una mossa scaturita a ottobre nella fine del rapporto di gemellaggio tra Praga e Pechino. Reduce dalla vittoria del fronte filoindipendentista, Taiwan si appresta a respingere le pressioni cinesi sullo scacchiere internazionale forte del sostegno popolare. Mentre la postura dichiaratamente bellicista di Hrib non rappresenta la posizione ufficiale del governo ceco, ci sono segni sempre più evidenti di un malumore diffuso nei confronti dell’attivismo cinese nel paese. La Repubblica Ceca, fino a oggi tra i massimi sostenitori della Belt and Road, pare aver ricevuto ben poco di quanto assicurato. Tanto che, citando le promesse disattese, il presidente Milos Zeman ha annunciato che non parteciperà al prossimo forum 17 + 1 che riunisce Cina e paesi dell’Europa centrale e orientale. Proprio quest’anno che sarà Xi Jinping a presiedere ai lavori anzichè il solito Li Keqiang. [fonte: Reuters, SCMP]

Gli hongkonghesi bocciano la Greater Bay Area

Circa il 60% della popolazione di Hong Kong è contrario all’inclusione dell’ex colonia britannica nella mega regione della Greater Bay Area, che comprende anche Macao e la provincia cinese del Guangdong. E’ quanto sostiene un sondaggio condotto dalla Hong Kong Guangdong Youth Association, secondo il quale se si prendono in esame i più giovani l’ostilità nei confronti del progetto sale a oltre il 70%. Lo studio, realizzato alla fine dello scorso anno si è avvalso dell’opinione di 200 persone comprese in una fascia d’età tra i 15 e i 64 anni. Nello specifico, “quasi il 60% degli intervistati sostiene che “la Greater Bay Area porterà più danni che benefici a Hong Kong”, mentre circa la metà afferma che il crescente flusso di cinesi in arrivo nella regione amministrativa speciale “per motivi di studio e lavoro sta avendo un impatto negativo”. Tra i fattori a influire di più sul giudizio contrario spiccano la mancanza di fiducia nei confronti dei servizi sanitari locali, le barriere informative (leggi: censura) e la scarsa accettazione a livello internazionale delle certificazioni rilasciate dalle università della maninland. Stando così le cose, difficilmente i sussidi elargiti da Pechino basteranno ad attrarre giovani talenti nel Guangdong. [fonte: SCMP]

Aumentano gli scioperi nel terziario

Il 2019 sarà ricordato come l’anno dell'”insurrezione” del settore tecnologico cinese. In forte espansione fino a un paio di anni fa, il settore dell’hi-tech ha trascorso un burrascoso 2019 a causa del rallentamento economico e di un mercato interno sempre più saturo, tanto che oltre 300 startup sono state costrette a chiudere battenti. Secondo il rapporto annuale del China Labour Bullettin, due casi sono particolarmente rappresentativi: l’arresto di Li Hongyuan, ex impiegato di Huawei accusato dall’azienda di estorsione dopo aver preteso il pagamento di un bonus, e le polemiche sui turni di lavoro massacranti a cui sono sottoposti i dipendenti di Alibaba & Co. Stando all’Ong, mentre tra le tute blu predominano ancora le recriminazioni salariali, tra i colletti bianchi prevale l’insoddisfazione nei confronti di un’ambiente lavorativo alienante e poco gratificante. In generale lo studio attesta un progressivo calo delle azioni collettive nel settore industriale a fronte di un incremento nel comparto dei servizi e del retail. Il 79% dei “disordini di massa” ha coinvolto società private. Guangdong, Henan, Jiangsu e Shandong sono le province in cui si è registrato il numero più elevato di mobilitazioni. [fonte: China Labour Bullettin]

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