Genocidio etnico e persecuzione religiosa, termini che sembravano passati di moda ormai da un pezzo, riappaiono oggi fortuitamente sulle pagine di ogni maggiore quotidiano internazionale riempiendo le rubriche dedicate alla Cina. Numerosi sono i riferimenti ai campi di rieducazione nella regione autonoma uigura dello Xinjiang (XUAR) dipinta dalle autorità cinesi come la roccaforte del terrorismo islamico nel paese. Poco o nulla si dice invece di quanto categorie di etnia e religione vengano talvolta manipolate, più o meno coscientemente, dalle élite di quegli stessi gruppi minoritari sottoposti a rieducazione per favorire i propri interessi locali, da una parte, e/o promuovere l’agenda globalista della leadership comunista (PCC), dall’altra. Questo breve saggio esamina il ruolo svolto da alcuni segmenti della popolazione musulmana cinese nel consolidare gli obiettivi politici e la prassi ideologica del partito fuori e dentro i confini nazionali. Partendo da una ricostruzione del fenomeno migratorio cinese nel Regno Saudita e negli Emirati Arabi Uniti, le controverse sfaccettature della cooperazione sino-araba vengono quindi discusse in rapporto ai recenti progetti di sviluppo nella regione a maggioranza hui del Ningxia (NHAR), ove suddetti segmenti si profilano sempre più come un asset strategico nelle mani di Pechino non solo per proiettare soft-power all’estero ma anche e soprattutto per plasmare una versione sinizzata dell’Islam che sia compatibile con il socialismo di mercato.

1) La guerra ideologica del PCC in Medio Oriente fra diplomazia religiosa, (inter)connettività energetica e recupero di istanze frontiste

Uno di quei leitmotiv di grande attualità che continua a suscitare vivo interesse tra gli osservatori della Cina un po’ dovunque ma purtroppo rimasto per molti aspetti scarsamente esplorato nei circoli accademici del nostro paese, è il ruolo della religione nell’ambito della politica estera cinese. Studi recenti documentano come ai vertici del PCC, benché permanga l’idea che ogni credo religioso sia di per sé incompatibile con i valori fondamentali di socialismo e ateismo di stato, l’uso strumentale che viene fatto del buddismo nei rapporti sino-indiani, del cattolicesimo in quelli sino-papali, e dell’islam in quelli sino-arabi indicherebbe una repentina inversione di rotta nelle modalità adottate da Pechino per aumentare le probabilità di concludere con successo accordi bilaterali di cooperazione e dialogo politico a vari livelli. Ciò è più che mai evidente nelle iniziative intraprese dall’amministrazione Xi Jinping nei paesi a maggioranza musulmana dell’area MENA (Medio Oriente e Nord Africa) che intendono aderire e/o capitalizzare le opportunità offerte dalla “Nuova Via della Seta”, meglio nota come “Belt and Road” (OBOR). Se da una parte l’inclusione di questi paesi entro ciò che si prospetta come il più grande progetto infrastrutturale di tutti i tempi fungerebbe da volano per l’integrazione regionale garantendo simultaneamente al gigante asiatico l’accesso alle fonti energetiche di cui necessita per catalizzare la sua inarrestabile ascesa economica, dall’altra rischia di alterare i delicati equilibri (geo)strategici ivi esistenti con conseguenze imprevedibili nel campo della difesa.

I capi di stato cinesi sono più che consapevoli dei problemi associati all’investire in un’area infestata dagli spettri del colonialismo e tenuta assieme da effimere coalizioni (inter)nazionali, ma nonostante il difficile gioco politico, sono riusciti a ritagliarsi una propria sfera d’azione nella struttura di alleanze militari incrociate tra Russia, Stati Uniti e le ricche monarchie ereditarie del golfo, Arabia Saudita in primis. Le petro-monarchie sunnite, dal canto loro, cercano di bilanciare l’egemonia tradizionalmente esercitata dalle due superpotenze, contestando sia le manovre diplomatiche avviate dall’uno in supporto a schieramenti anti-occidentali in Egitto, Iraq, e Siria, che la validità delle soluzioni ai conflitti interni offerte dall’altro. Come se non bastasse, l’erosione dei valori liberal-democratici incarnati dal “consenso di Washington”, unita alle ripercussioni della crisi economica in Occidente e alla recentissima contrazione del contingente statunitense in Siria e un po’ in tutto il Medio Oriente, ha creato un vuoto ideologico che Pechino si sta abilmente adoperando per riempire.4) Malgrado ciò, non sfuggono incertezze sull’espansione del ruolo, degli interessi e dell’effettiva capacità d’azione di quest’ultima. Il fatto che, per esempio, essa si astenga – se non altro formalmente – da ogni sorta di interferenza nelle vicende interne di altri paesi fa comodo a regimi autoritari come quello instaurato dalla famiglia al-Saud la cui politica rivolta “a est” rischia di antagonizzare la cosiddetta “mezzaluna sciita” – Iran nella fattispecie – con pericolosi risvolti per la sicurezza sull’impervia scacchiera centroasiatica. Questo approccio ha permesso alla Cina di acquistare petrolio e gas naturale da stati sia sunniti che sciiti, mostrando rare abilità di equilibrismo nel mantenere proficue relazioni con entrambi i blocchi. Nel 2005, la Repubblica Popolare (RPC) è così riuscita a classificarsi tra i quattro principali partner commerciali in nove dei 19 paesi MENA, collocandosi prima in Sudan e negli Emirati Arabi (UAE), e seconda in Iran e Giordania. Il volume dei beni provenienti dalla Cina è eccezionalmente sorprendente in due stati: in Arabia Saudita la quota di mercato cinese è raddoppiata tra il 2000 e 2005 passando dal 3,6 al 7,2%, mentre negli UAE durante lo stesso periodo ha registrato uno strepitoso salto percentuale del 320%.7) Questi legami si inseriscono nella complessa trama della politica estera cinese che, non dobbiamo dimenticare, ha per decenni sostenuto in maniera indiretta regimi secolari e/o clericali, movimenti rivoluzionari e organizzazioni di tipo terroristico sia in stati non islamici come Hezbollah in Libano e Israele, che a maggioranza musulmana, come le armate dhofarite di ispirazione marxista del “People’s Front for the Liberation of the Occupied Arabian Gulf” (PFLOAG) nel Sultanato dell’Oman e Kuwait.

Più di recente, una delegazione dei più alti ufficiali delle forze armate cinesi si è recata in Israele per rinnovare una serie di accordi bilaterali sullo scambio di tecnologia militare e l’istituzione di centri di formazione e addestramento di alcuni reparti dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) in territorio israeliano. Nell’ottobre 2016, il PLA ha diretto a Chongqing le sue prime esercitazioni antiterroristiche congiunte assieme a personale saudita. Simili operazioni erano in realtà già state intraprese con la ratifica di altri paesi asiatici, per lo più membri della “Shanghai Cooperation Organization” (SCO, 2001), ma la partecipazione della corona saudita assume in questo caso un’imprescindibile valenza politica poiché segnalerebbe il sostegno di uno dei massimi protagonisti del mondo arabo alla controversa richiesta avanzata dalla RPC di smantellare presunte cellule insurrezionali annidatesi tra le minoranze turche della XUAR. Paradossalmente, la RPC riesce a trasmettere, mantenere e accreditare un’immagine pacifica di sé esaltando quel sofisticato apparato ideologico e di governo incarnato dall’antica tradizione confuciana. La fondazione di un Istituto Confucio presso l’Università St. Joseph di Beirut nel 2007, il primo nel mondo arabo – in seguito altri vennero aperti in Giordania, negli UAE e nel Regno del Bahrein – dimostra quanto il soft-power cinese si estenda ben oltre le sfere economicae della difesa. Inoltre, che la RPC nel 2015 abbia aperto la sua primissima base militare oltreoceano, nella Repubblica di Gibuti, e negli anni successivi sia stata sempre più coinvolta in missioni di peace-keeping al confine israelo-libanese ove opera con un proprio squadrone (CHINBATT) per conto della Forza di Interposizione delle Nazioni Unite (UNIFIL), è ulteriore testimonianza di quanto la presenza cinese in zone affette da conflitti armati stia aumentando sensibilmente. Le sue azioni potrebbero provocare cambiamenti in modi di fatto non molto dissimili da quelli di un intervento militare a favore di una delle parti in competizione.

Rafforzare crescita economica e sicurezza energetica è diventata la pietra angolare della politica estera ed interna di Pechino che, anziché intavolare colloqui diplomatici ai vertici continua a prediligere alleanze informali ed accordi multilaterali indiretti, come quelli contemplati nel quadro della SCO e del “Sino-Arab Cooperation Forum” (SACF, 2004), mirati primariamente al rafforzamento di partnership commerciali e la condivisione di intelligence militare. Così, mentre Xi dispone accortamente le pedine del suo “risiko energetico” in una area politicamente instabile, culturalmente eterogenea e traboccante di conflitti irrisolti come quella in questione, minoranze musulmane e vari membri della diaspora cinese hanno saputo cogliere al volo le opportunità offerte da questi accordi, prestandosi come potenziali facilitatori dei processi di integrazione e sviluppo regionale. Ciò non sarebbe d’altro canto stato possibile senza la tempestiva intercessione della Divisione Operativa per il Fronte Unito (Zhongyang Tongzhanbu 中央统战部, UFWD), un organo chiave per la salvaguardia degli interessi strategici del PCC. Si rileva che a partire dal 2014, le attività di intelligence coordinate dall’UFWD per garantire la sicurezza degli immigrati cinesi, specialmente quelli negli stati aderenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), siano aumentate notevolmente. Il 31 dicembre di quell’anno Sun Chunlan 孙春兰 è stata infatti messa al comando dell’UFWD, e un esercito di 40.000 nuovi quadri è stato creato per affiancarla nel suo mandato.

Nell’aprile 2015 l’incarico di vice capo divisione è stato affidato a Wang Zhengwei 王正伟, hui del Ningxia già direttore della Commissione per gli Affari Etnici del Consiglio di Stato (Minzu Shiwu Weiyuanhui 民族事务委员会, SEAC) nonché precedente governatore dell’omonima regione (2007-13). Similmente a quanto accaduto a metà degli anni ’30, quando i maoisti accerchiati dalle truppe del Kuomintang (KMT) avevano cercato faticosamente di ripristinare la propria sfera d’influenza nel remoto entroterra cinese cooptando élite musulmane e tibetane in favore della causa comunista, il PCC cerca oggi di allargare il proprio campo d’azione oltreoceano mediante l’UFWD e ingegnose coalizioni con “gruppi di interesse esterni al partito” (wu dangpai daibiao renshi 无党派代表人士) in tutti quei paesi e/o regioni laddove si riscontra una forte affluenza di cinesi han o minoranze etniche. Ne è valida dimostrazione l’intensificarsi delle visite all’estero organizzate dall’Ufficio per gli Affari Cinesi d’Oltremare della NHAR (Ningxia Qiaowubu 宁夏侨务部). L’ente, di concerto con la sezione locale dell’UFWD (Ningxia Tongzhanbu 宁夏统战部, NUF) ed altri istituti para-governativi, nel corso degli ultimi anni avrebbe inviato alcune delegazioni negli Stati Uniti con l’intento di riallacciare i contatti con le comunità hui del posto, in particolare con i familiari del leader nazionalista destituito Ma Hongkui 马鸿逵 (1892-1970) che alla presa del potere da parte del PCC ripiegò per un breve periodo a Taiwan e Hong Kong prima di trasferirsi stabilmente a Los Angeles.

Analoghe iniziative sono state intraprese nei paesi del golfo. Nel settembre 2013, per esempio, il vice direttore del NUF e segretario del partito Yang Jinming 杨锦明, seguito da un’equipe di imprenditori e rappresentanti del consorzio per l’industria e il commercio, si è recato in Arabia Saudita e UAE per condurre trattative commerciali ed esplorazioni conoscitive.17)
Alla base di questo scambio di convenevoli, e più generalmente degli sforzi finora compiuti dall’UFWD, si constata il bisogno urgente di Pechino di individuare e conquistarsi l’appoggio di intermediari esperti e fidati in grado non solo di influenzare le politiche nazionali in proprio favore, ma anche e soprattutto di tenere a bada sentimenti anti-cinesi sorti in seno alla diaspora di minoranze musulmane, partiti di opposizione, gruppi secessionisti, e organizzazioni a sfondo etnico-religioso con un atteggiamento critico nei confronti del PCC. Per meglio comprendere il ruolo di questi intermediari nell’ambito del (ri)posizionamento strategico cinese sulla cartina politica mediorientale, passiamo ora ad esaminare i numeri, la distribuzione e la composizione delle comunità cinesi nelle due più importanti monarchie petrolifere del golfo.

2) Le comunità cinesi in Arabia Saudita e negli Emirati: Un’arma segreta della politica estera di Pechino?

In base a fonti ufficiali provenienti dall’Ufficio Generale per gli Affari dei Cinesi d’Oltremare del Consiglio di Stato (Guowuyuan Qiaowu Bangongshi 国务院侨务办公室, OCAO), il numero di cinesi d’oltremare – ossia di persone di nascita o discendenza cinese che soggiornano in modo semi-permanente fuori dalla Cina (huaqiao huaren 华侨华人, Overseas Chinese, OC) – sarebbe cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni. Se nel biennio 2007-08 la loro popolazione censita ammontava a circa 45 milioni, nel 2014 se ne stimavano oltre 60 milioni distribuiti in 198 paesi e regioni del mondo. Più della metà si trova in paesi che a partire dall’autunno 2013 hanno aderito all’iniziativa OBOR, rappresentando per questo un incredibile punto di forza per il consolidamento del soft-power cinese in zone (geo)politicamente strategiche e ricche di risorse naturali.

Tab. 1  Distribuzione dei Cinesi d’Oltremare nei Paesi MENA

Stato Popolazione OC
Arabia Saudita 150.000-180.000
Emirati Arabi Uniti 100.000-150.000
Turchia 60.000-80.000
Israele 10.000-25.000
Egitto 4000-5000
Iran 3000-4000

 

Fonte: Zhuang Guotu 2010, p. 31.

Una percentuale ragguardevole è costituita da minoranze etniche (shaoshu minzu qiaobao 少数民族侨胞, Overseas Chinese Ethnic Minorities, OCEM) – cifre non confermate parlano di una media di quasi il 16% a cui già nel 1990, su un totale approssimativo di 37 milioni di OC, corrispondeva un tetto massimo di 5,7 milioni. Un forte incremento è stato registrato nei paesi MENA, dove sempre nel biennio 2007-08 le comunità OC sono arrivate a oltre 400.000 residenti, con una maggiore concentrazione in Arabia Saudita e negli Emirati (Tab. 1). Osservando più da vicino la composizione etnica di questo variegato gruppo di immigrati, notiamo che la stragrande maggioranza sono musulmani provenienti dalla Cina nord-occidentale (XUAR, Gansu, Qinghai e NHAR).

Tab. 2  Composizione Etnica dei Cinesi d’Oltremare nei Paesi MENA

Etnia Totale Residenti
Cinesi Han 150.000
Musulmani Turcofoni Uiguri 200.000
Kazaki 25.000
Musulmani Sinofoni Hui 20.000

Fonte: Zhuang Guotu 2010, p. 31.

Più del 90% degli OCEM musulmani domiciliati in Arabia Saudita sono uiguri e hui. Oltre ad essi, in percentuale minore si enumerano anche kazaki, uzbeki e kirghisi. Pur non rientrando fra gli obiettivi di codesto saggio, singolare menzione meritano i musulmani del Tibet (Xizang qiaobao 西藏侨胞) che in numero alquanto inferiore – non più di qualche centinaia – arrivarono dall’India dopo essere scampati ai tragici eventi del marzo 1959. Queste minoranze, di cui ben 21.000 persone provenienti da Kashgar, a partire dall’inizio del secolo scorso si insediarono nella regione nota come Hegiaz, nelle principali città lungo la costa del Mar Rosso (i.e. Gedda, Medina, Mecca e Ta’if), a Dammam e nella capitale Riyadh. Un importante flusso che fece seguito a questo primo gruppo di espatriati musulmani, giunse alla vigilia della fondazione della RPC (ottobre 1949) assieme al signore della guerra Hussein Ma Bufang 马步芳 (1903-75) – influente personalità hui del Qinghai allineata al governo nazionalista di Chiang Kai-shek nonché il primo a ricoprire l’incarico di ambasciatore della Repubblica di Cina in Arabia Saudita (1957-61).

È proprio per questo motivo che molti hui inizialmente possedevano il passaporto taiwanese. Ciononostante, durante la guerra fredda, pur non godendo degli stessi privilegi conferiti alle etnie turche sopra elencate – per lo più attivisti richiedenti d’asilo e/o rifugiati politici – questi vennero in buona parte naturalizzati cittadini sauditi. Non senza l’apporto dato in campo diplomatico da intellettuali hui attivi in organizzazioni religiose come le rinomate “Chinese Muslim Association” (Zhongguo Huijiao Xiehui 中国回教协会) e “Chinese Muslim Youth League” (Huijiao Qingnianhui  回教青年会) – guidate rispettivamente dall’allora primo ministro della difesa Omar Bai Chongxi 白崇禧 (1893-1966) e Akhund Isaac Xiao Yongtai 萧永泰 (1919-90) – un altro nutrito contingente di migranti taiwanesi varcò i confini sauditi nel corso degli anni ‘60. Un rapido incremento del numero di OC si ebbe sul finire degli anni ‘70 quando la riforma economica lanciata da Deng Xiaoping e la conseguente apertura di un canale diplomatico con Pechino – ufficializzata soltanto nel giugno 1990 – complicarono il quadro delle dinamiche migratorie, introducendo nuovi flussi d’esodo dalla Cina continentale. Più di recente, stando alle statistiche della Sezione Servizi Cinesi d’Oltremare (lingqiaochu 领侨处) dell’Ambasciata Cinese a Riyadh, i cittadini della RPC soggiornanti di lungo periodo nel Regno Saudita ammonterebbero a 40.000-60.000. In quanto tali, tuttavia, essi non vanno conteggiati nel totale di 150.000-180.000 OC indicati in Tab. 1. Degno di nota è il caso degli hui originari del Ningxia che avrebbero raggiunto un siffatto livello di benessere materiale e sociale da poter essere inclusi nel nucleo della classe media saudita. La prima generazione – composta dai parenti e dalla cerchia dei fedelissimi del generale Ma Hongkui29) – continua a svolgere attività imprenditoriali autonome legate al commercio internazionale, principalmente di generi alimentari e tessili, ma una porzione apprezzabile trova impiego anche nei settori immobiliare, turistico e farmaceutico. La seconda e terza generazione, fatta eccezione per coloro che fin da giovani hanno preso le redini di imprese di famiglia o ereditato una professione dai loro padri, ha avuto accesso all’istruzione superiore in loco. All’interno di quest’ultimo gruppo, alcuni sono riusciti a ricoprire posizioni di rilievo nella pubblica amministrazione, in particolare nei campi militare ed ospedaliero.

La comunità musulmana cinese negli UAE ha per contro radici meno profonde. Se gli OC in Arabia Saudita sono ormai alla quarta generazione, i primi a stabilirsi negli Emirati arrivarono non prima della seconda metà degli anni ‘80. In termini di luogo di provenienza e composizione etnica sono molto più eterogenei. Di 200.000 OC iscritti nel registro del censo (dati 2010-11), una cospicua fetta (25%) è rappresentata da cinesi han delle province meridionali di Fujian e Jiangsu, cui andrebbe poi ad aggiungersi una percentuale esigua ma in forte crescita di imprenditori e personale espatriato da Jiangxi e Guangdong (1%), mentre le minoranze professanti il credo islamico raggiungerebbero nel complesso il 3.5%. Fonti aggiornate diffuse in via ufficiosa dal Consolato Generale della RPC innalzerebbero bensì la quota di queste ultime fino a quasi il 10% su un totale di 270.000 OC (dati 2018). Entrambi i gruppi si concentrano ad Abu Dhabi e Dubai, ove dal dicembre 2009, diversamente dai loro conterranei sauditi, hanno iniziato a organizzarsi fondando proprie agenzie di consulenza e assistenza legale, camere di commercio, cooperative sociali, associazioni culturali, stampa in lingua cinese e persino una succursale del SEAC– braccio esecutivo dell’UFWD nonché uno dei massimi organi di propaganda del PCC. Attualmente costituiscono la maggiore presenza cinese strutturata nel Medio Oriente. Quanto al loro status e condizione occupazionale, la maggior parte trova impiego in enti statali cinesi operanti nel ramo petrolchimico, edilizio e delle telecomunicazioni. Altri sono liberi professionisti, dirigenti o impiegati presso strutture alberghiere, fornitori di servizi logistici e rivenditori al dettaglio. Secondo stime più recenti, ammonterebbe a circa 4000 il numero di aziende private in questi e diversi altri settori (dati 2017-18). Alcune sono site entro la “Musaffah Industrial Area” di Abu Dhabi. Non mancano poi casi di matrimoni misti con le facoltose élite emiratine, o di imprenditori aventi rapporti personali e diretti con le famiglie reali regnanti.

Vi è infine una piccola percentuale di hui del Ningxia con una laurea in teologia islamica, che ha acquisito posizioni di un certo prestigio presso istituti governativi, come il Dipartimento per la Supervisione delle Attività Religiose del Governo di Dubai, distretti di polizia e tribunali locali. Sebbene al momento rappresentino una porzione irrisoria della popolazione OC tanto negli Emirati quanto nei paesi MENA, il fatto che negli anni le visite di stato organizzate da UFWD, sezioni provinciali dell’OCAO, Istituto Confucio, Federazione dei Cinesi d’Oltremare Rimpatriati (Guiguo Huaqiao Lianhehui 归国华侨联合会) ed altri enti di diverso livello si siano intensificate in misura significativa sembra suggerire che nel lungo termine membri dell’élite musulmana con simili profili – coniugando una profonda conoscenza del territorio e capacità gestionali in settori nevralgici dell’economia di suddetti paesi – avranno un peso sempre più rilevante nel calcolo strategico di Pechino. Se da una parte rimane ancora incerto l’effetto che il rafforzamento del suo potere d’azione può avere sulle minoranze turcofone in esilio, dall’altra è chiaro che per la classe dirigente la mobilitazione del capitale culturale degli hui è un fattore determinante non solo per la buona riuscita dell’OBOR nell’area, ma anche per (ri)disegnare i rapporti di forza tra stato e religione a casa, soprattutto in regioni ritenute a rischio di radicalizzazione come il Ningxia. Come vedremo più a fondo nelle pagine che seguono, è la convergenza di queste variabili (geo)politiche che ha contribuito a dar forma ad un nuovo Islam dalle caratteristiche cinesi.

3) Il Ningxia come laboratorio dell’Islam patriottico: dalle tendenze ‘pan-halal’ alla disneyficazione dell’esperienza religiosa

Dall’analisi delle dinamiche fin qui tratteggiate emerge come il PCC sappia trarre vantaggio dai comuni legami linguistici-culturali che questi segmenti della popolazione OC hanno con raggruppamenti etnici e religiosi nella RPC. Parallelamente alla massiccia espansione della propria influenza sullo scenario internazionale, il PCC sta facendo del proprio meglio per sedurre cuore e menti di questi raggruppamenti a casa, accrescendo così la propria legittimità a livello nazionale e locale. A questo fine, nell’autunno 2010 – esattamente tre anni prima che il presidente Xi annunciasse il suo ambizioso piano di investimenti per l’OBOR e ne mettesse in luce i benefici (geo)economici durante i discorsi inaugurali tenuti ad Astana e Jakarta – il governo centrale ha deciso di fare della NHAR la nuova piattaforma globale di produzione e vendita di beni certificati halal in Cina. L’iniziativa, che essenzialmente si innesta nel quadro di una serie di progetti di sviluppo regionale preesistenti, è stata vista fin da subito come la chiave per permettere alla leadership di trasmettere un’immagine più accattivante di sé in Medio Oriente, e costruire un’ampia rete di accordi multilaterali di cooperazione e libero scambio con il mondo musulmano. In quest’ultima sezione, vengono brevemente passate in rassegna le tappe storiche attraverso cui questa iniziativa è giunta alla sua attuale conformazione.

Il luogo che più di ogni altro ha ispirato la scelta di trasformare la regione in uno dei principali snodi commerciali per prodotti halal e riformare, per suo tramite, l’Islam in Cina è l’antico insediamento hui di Najiahu (纳家户) che sorge attorno ad una squisita moschea hanafita del tardo periodo Ming (1368-1644), a solo qualche decina di chilometri dal capoluogo Yinchuan, nella Contea di Yongning (永宁). Qui si erge oggi uno dei più imponenti parchi a tema religioso mai realizzati nella RPC, il “Chinese Hui Cultural Park” (Zhonghua Huixiang Wenhuayuan 中华回乡文化园), che a detta del segretario del partito locale Xia Xiyun 夏夕云 “possiede un enorme significato per lo sviluppo di Yongning, nonché per la sua promozione all’interno dell’area metropolitana di Yinchuan. [Il parco] farà di Yongning una delle 100 più robuste contee della Cina occidentale.”38) Prima del novembre 2002, data in cui il governo ha messo in moto la macchina degli investimenti dando ufficialmente inizio ai lavori, poco si sapeva riguardo a Najiahu e alle vicende dei suoi devoti abitanti. Ma nel giro di appena un paio d’anni, la struttura che racchiude l’insediamento originario entro una superficie totale di circa 66,67 ettari, è stata inserita nella lista delle destinazioni turistiche di classe AAAA riconosciute a livello nazionale, e infine ribattezzata come “perla oltre la frontiera” (saishang  mingzhu 塞上明珠) e “patrimonio culturale degli hui” (huizu wenhua gucheng 回族文化古城) lungo la Via della Seta.

Il 2008 ha segnato un ulteriore avanzamento in questo processo di mercificazione dei luoghi di preghiera e delle manifestazioni della diversità etnica e culturale. In quell’anno, un ampio piano di sviluppo rurale e paesaggistico è stato implementato accorpando una serie di altri sotto-progetti. Questi comprendono rispettivamente l’Oasi Ecologica di Najiahu, il Centro Internazionale di Cultura Islamica, e la cosiddetta “First Chinese Hui Street” per un totale di una decina di attrazioni che hanno comportato il ridimensionamento di aree in precedenza destinate all’attività agricola e all’inevitabile sfollamento di parte consistente della popolazione rurale.40) Fra gli altri enti che assieme all’amministrazione locale hanno caldeggiato tali progetti si annoverano aziende dirette da quadri hui della NHAR, le camere di commercio di  Zhejiang, Shanxi, Quanzhou ed altre province e/o comuni cinesi, come pure società di servizi telematici, gruppi immobiliari e finanziari (i.e. Shanghai Hantang Culture Development,  Sheng Xue Rong Real Estate e Sanxian International). Si elencano inoltre diversi organismi governativi stranieri, come la “Kuwait International Islamic Charity Organization”, il “Kuwait Ministry of Awqaf and Islamic Affairs” e la “Islamic Friendship Association”, tutti coinvolti nella realizzazione del centro sopra citato nonché dell’imponente “Ningxia World Muslim City” (Shijie Musilin Cheng 世界穆斯林城) che in un contesto dal marcato stile arabeggiante riprodurrebbe al suo interno lussuose strutture residenziali e ricreative per un valore totale pari a 23 miliardi di RMB. Nell’agosto 2009, in occasione della “Ningxia International Trade and Investment Fair” (CITIF) allestita dal Ministero del Commercio della RPC ed alcuni enti pubblici minori, questi sono stati invitati assieme a una folta delegazione di diplomatici da Bahrain, Tunisia e altri paesi della Lega Araba (LAS) a condurre indagini preliminari sul territorio. Alla cerimonia di apertura dei cantieri, tenutasi a Yongning il 5 agosto 2012, hanno presenziato Wang Zhengwei, l’allora vice presidente della regione Li Rui 李锐, anch’egli di etnia hui, e i massimi esponenti della classe politica locale.

Nel corso degli anni successivi, la portata dell’iniziativa si è allargata considerevolmente a interessare anche le zone limitrofe, fra cui la Città-Prefettura di Wuzhong (吴忠), oggi sede del Distretto Industriale di Jinji (Jinji Gongye Yuanqu 金积工业园区) ma un tempo la roccaforte del sufismo Jahriyya nonché uno dei maggiori centri nella Cina nord-occidentale da cui si irradiarano le sanguinose rivolte settarie di epoca Tongzhi (1862-77).43) All’interno del distretto, nel novembre 2013 un progetto a direzione statale ha portato alla creazione del mastodontico “Wuzhong Halal Industrial Park” (Qingzhen Chanyeyuan 清真产业园) – un complesso specializzato nella produzione di articoli il cui consumo è regolato da principi religiosi. Collocato entro un perimetro di circa 63 Km2, il complesso accoglie 218 imprese operanti nei settori alimentare, chimico-farmaceutico, cosmetico, tessile-abbigliamento e dell’artigianato etnico. Queste imprese, che nel 2015 hanno fatturato collettivamente oltre 58 miliardi di RMB e di cui solo una piccola percentuale (13%) ha ricevuto la certificazione halal internazionale, lavorano e confezionano prodotti di 512 diverse categorie merceologiche, il 95% dei quali è venduto in Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Pakistan e altre economie islamiche emergenti dei blocchi ASEAN (Malesia) e MENA (Libia). Nonostante il crescente risentimento della popolazione han abbia in alcuni casi spinto il governo a intervenire per porre un freno a quella che a detta di alcuni non è altro che una sregolata arabizzazione dei costumi e “halalificazione” degli spazi pubblici, le straordinarie opportunità di profitto e l’enorme volume di scambi generato da questo mercato – le previsioni ne collocano il valore complessivo su scala mondiale fra 650 miliardi e 1,6 trilioni di dollari (dati 2016) – sembrano segnalare una difficile inversione di tendenza, almeno per adesso.

È sullo sfondo di questi cambiamenti e strategie di sviluppo urbanistico territoriale che la tradizione religiosa locale si è posta al servizio della propaganda per consentire alla regione di catturare un numero maggiore di turisti e potenziali investitori da paesi arabi e dell’Asia sud-orientale. Il Ningxia ha così gradualmente soppiantato lo Xinjiang come destinazione approvata da Pechino per le visite da questi paesi, il che è innegabilmente parte di un abile meccanismo di controllo congegnato per dirottare l’attenzione pubblica dai movimenti indipendentisti di matrice turca a segmenti più docili e malleabili della popolazione professante il credo islamico. Se da un lato le politiche etniche finora attuate sembrano per lo più mirate a incoraggiare la sinizzazione e/o l’indigenizzazione dell’Islam facendo leva su sentimenti islamofobici sviluppatisi in seno alla maggioranza han, dall’altro esse contribuiscono a creare un’immagine distorta e oltremodo frammentata di tale credo, secondo la quale gli hui della NHAR ne rappresenterebbero la versione più moderata che ha saputo adeguarsi alle linee guida del PCC, mentre i loro correligionari turcofoni della XUAR, in particolar modo gli uiguri, costituirebbero quella radicale e subalterna da combattere. È questo un escamotage ormai consolidato che affonda le proprie radici nella prassi normativa di epoca Qing (1644-1911), in cui la controversa questione sulla distinzione fra liangshan huimin 良善回民 (lit. devoti musulmani ossequienti [all’autorità]) e congni huifei 從逆回匪 (criminali e rivoltosi islamici) – così come riflessa nel corpus di editti imperiali e documenti amministrativi del regno Qianlong (r. 1735-96) – animava il dibattito politico fra i più alti rappresentanti dell’establishment confuciano allora al governo.

Conclusioni

Questi sviluppi evidenziano l’intenzione da parte dei vertici di Pechino di sagomare, promuovere e per quanto possibile esportare una concezione alternativa dell’Islam che sia non solo appetibile per i visitatori musulmani d’oltreoceano ma che vada a braccetto tanto con le dinamiche di potere interne al paese quanto con il messaggio politico e la retorica globalista della “nuova era” cinese che il PCC intende diffondere all’estero. Questo punto, come abbiamo visto, è intimamente legato al grado di effettivo coinvolgimento di comunità OC e raggruppamenti etnici nella diplomazia religiosa e nel processo di formulazione della politica estera in Medio Oriente, che non devono pertanto essere intesi come il frutto ineluttabile di scelte unilaterali calate dall’alto ed eseguite localmente in maniera programmatica o senza alcuna possibilità di deroga. In virtù del loro intrinseco capitale culturale, le élite hui e i più svariati gruppi di potere fuori e dentro la RPC a cui esse vengono comunemente associate, sarebbero chiamati a farsi portavoce di suddetto messaggio, ricoprendo un ruolo di prim’ordine nella definizione dei suoi contenuti, nella selezione degli strumenti più consoni per la sua diffusione e infine nell’adeguarlo alla realtà straniera. I casi esaminati nella seconda sezione con riferimento agli OC in Arabia Saudita ed Emirati Arabi illustrano quanto tali gruppi abbiano saputo tradurre il proprio capitale di partenza in un vantaggio competitivo acquisendo così un peso tutt’altro che trascurabile nell’economia di questi due paesi, ma non si trovino ancora in una posizione tale da riuscire a influenzarne le rispettive politiche nazionali.

Premesse queste osservazioni, sarebbe certo azzardato – rammentano alcuni analisti – avanzare l’ipotesi che le operazioni dell’UFWD condotte finora nelle società in questione, e in maniera più ampia negli stati aderenti al GCC, costituiscano un incombente minaccia al loro sistema di governo.Ciò contravverrebbe il “principio di non interferenza” tanto declamato dalla RPC, senza contare che alla lunga non farebbe altro che privare quest’ultima di alleati cruciali per la sua sicurezza energetica e agenda globalista. Si prevede purtuttavia che negli anni a venire queste operazioni contribuiranno a creare un clima favorevole al PCC che potrà così far sentire più chiaramente la propria voce sulla scena internazionale, minimizzando al contempo i rischi alla stabilità interna, in specie quelli derivanti dall’indipendentismo uiguro e taiwanese che ancora trovano qualche strenuo sostenitore fra le prime generazioni di OC. La domanda fondamentale che resta allora da porsi è se il PCC, continuando a investire in una visione dell’Islam secolarizzato con caratteristiche cinesi, sarà in grado di plasmare anche una nuova “meta-narrazione” globale che sia funzionale alla sua divulgazione e goda del tacito assenso dei paesi arabi. Per il momento sembra aver imboccato la giusta strada per riuscirci, ma non sono a priori da escludere i piccoli successi delle comunità locali che nel modificare significati apparenti e impliciti delle categorie di etnia e religione possono pur sempre (ri)negoziare le condizioni di sviluppo a proprio vantaggio. Ci insegna, infatti, lo storico della Cina francese Goossaert che è sbagliato “intendere la resistenza religiosa come passiva o ribelle, [perché il paradigma sotteso a questa proposizione] tende spesso a rappresentare la religione come refrattaria ai cambiamenti portati dalla modernizzazione […], sottovalutandone le intrinseche capacità di adattamento. Invece di, o al di là del suo mero opporsi ai cambiamenti imposti dallo stato, l’universo religioso cinese è riuscito regolarmente a reinventarsi, e alcuni hanno saputo farlo bene, o comunque meglio di altri.” Le élite hui discusse in questo saggio ricadono senz’altro in questa categoria.

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Di Tommaso Previato per Sinosfere*

**Sinosfere è una rivista che si occupa di cultura cinese, intesa come l’universo molteplice e mutevole delle rappresentazioni che, viaggiando storicamente nel tempo e nello spazio, hanno variamente influenzato i particolari modi di vedere, di parlare e di sentire che informano la vita delle società cinese odierne. Creata da un gruppo di studi di storia e cultura cinese, Sinosfere vuole essere – come meglio si chiarisce in altro luogo – una piattaforma volta a esplorare e una discussione sulle dinamiche socio-culturali cinesi indagando su una logica peculiare che il governano.