In caso di una Brexit con un “no deal” a farne le spese saranno soprattutto l’Unione europea e i partner più piccoli della Gran Bretagna. Lo rivela l’ultimo rapporto della UN Conference on Trade and Development (UNCTAD), secondo il quale Cina e Stati Uniti potrebbero esser i veri vincitori. Il mercato britannico rappresenta attualmente circa il 3,5% del commercio mondiale e lo scorso anno il paese ha importato beni per quasi 680 miliardi di dollari di cui oltre la metà dai 27 paesi del blocco. Nel caso di un mancato accordo, molte nazioni che oggi usufruiscono del regime preferenziale all’interno del mercato unico risulterebbero penalizzati. E’ il caso della Turchia, perdente n° 2 dopo l’Ue, con un calo delle esportazioni stimato intorno ai 2,4 miliardi di dollari. Seguono Corea del Sud, Norvegia, Islanda, Cambogia e Svizzera. A sfregarsi le mani è invece la Cina. L’export cinese verso la Gran Bretagna potrebbe lievitare di 10,2 miliardi di dollari, mentre agli Stati Uniti andrebbero 5,3 miliardi di dollari extra [fonte: Afp]

Ecco come la Cina esporta deforestazione

Le politiche ambientali di Pechino stanno incentivando la deforestazione all’estero. Il valore totale delle importazioni di legname dalla Cina – tra tronchi grezzi, legname e pasta di legno – è aumentato più di 10 volte da quando il governo ha iniziato a limitare il disboscamento in patria nel 1998, raggiungendo 23 miliardi di dollari nel 2017. Oggi Pechino consente il disboscamento per scopi commerciali solo nelle foreste che sono state reimpiantate, mentre gran parte della domanda interna viene soddisfatta grazie alle attività predatorie condotte in paesi come Myanmar, Papua Nuova Guinea, Perù e Mozambico. Ma è sopratutto la Russia, dove operano oltre 500 aziende cinesi – a fornire la parte più consistente del legname rappresentando il 20% del totale delle importazioni di Pechino per valore. La corruzione dei funzionari, la criminalità e la mancanza di sviluppo economico in Siberia e in Estremo Oriente non hanno fatto che peggiorato la crisi [fonte: NYT]

30mila dollari per aver diffamato il feng shui

Un blogger cinese dovrà pagare 200.000 yuan (30.000 dollari) di multa per aver scritto su Wechat che il Wangjing SOHO, l’iconico complesso di tre grattacieli asimmetrici di Pechino, ha un pessimo feng shui, l’antica arte geomantica che associa l’orientamento delle strutture alla cattiva e alla buona sorte. Un tribunale di Pechino ha confermato le accuse di “diffamazione” sollevate dai gestori del centro, noto per ospitare alcune delle start-up cinesi più in voga.
L’articolo in questione insinua proprio che la posizione e la struttura inusuale della struttura abbiano gettato energia negativa sulle società con base nel Wangjing SOHO. Negli ultimi mesi molti degli inquilini hanno dichiarato bancarotta, mentre altri hanno sospeso definitivamente le operazioni. Tra le vittime più illustri spiccano una serie di startup tecnologiche, come l’app di appuntamenti Momo, la piattaforma di livestreaming Panda TV e la società di bike-sharing Bluegogo [fonte: Caixin]

La Corea del Sud dichiara l’aborto “incostituzionale”

Con una sentenza storica, la corte costituzionale sudcoreana ha dichiarato “incostituzionale” la legge che dal 1953 vieta l’aborto, esponendo i trasgressori a multe e pene detentive fino a 2 anni di carcere. La legge dovrà essere rivista entro il 2020. La Corea del Sud è ancora uno dei pochi paesi sviluppati a criminalizzare l’aborto, anche in caso di stupro, incesto o rischio per la salute. Nonostante le restrizioni, la pratica è piuttosto diffusa, tanto che un’indagine dello scorso anno ha rilevato che una donna incinta su cinque aveva interrotto una gravidanza ma solo l’1% lo aveva fatto usufruendo delle esenzioni legali del paese. Nel 2017 sono stati effettuati circa 50.000 aborti in Corea del Sud, in calo rispetto alle stime governative di circa 169.000 casi nel 2010 grazie al miglioramento dei servizi e dei prodotti contraccettivi [fonte: BBC]

Youtube contro la propaganda nordcoreana

Youtube ha bloccato diversi account collegati agli organi di propaganda nordcoreana, citando di “reclami legali”. I canali della statale DPRK Today e Uriminzokkir risultano estinti da mercoledì sera mentre gli account di Inminchoson (People’s Korea) e diversi canali noti per trasmettere in live streaming i programmi della Korean Central Television (KCTV), sono stati chiusi. Non sono disponibili ulteriori dettagli, ma gli esperti sospettano possa aver influito la vicinanza al Dipartimento di Propaganda ed Agitazione del Partito Coreano dei Lavoratori, sanzionato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel settembre 2017. La mossa è stata accolta con disappunto dagli osservatori internazionali, per i quali l’attivismo della propaganda nordcoreana su Youtube rappresenta un’importante fonte d’informazione sul Regno Eremita. Fortunatamente, almeno per il momento, “la purga” sembra aver risparmiato Koryo Media e altri account vicini al Nord [fonte: NKnews]

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