big tech cinesi

I big tech cinesi si «ristrutturano» licenziando

In Cina, Economia, Politica e Società by Vittoria Mazzieri

I big tech salutano una «fase di cauta espansione» e i lavoratori perdono il posto di lavoro. Di recente la società leader dell’e-commerce cinese JD.com – seconda solo ad Alibaba – ha comunicato l’intenzione di «sfoltire» del 15% la forza lavoro impiegata nella mini app Jingxi Pinpin- e non è l’unico caso.

Si entra in un nuovo paradigma, i giganti del tech salutano una «fase di cauta espansione» e i lavoratori perdono il posto di lavoro. Di recente la società leader dell’e-commerce cinese JD.com – seconda solo ad Alibaba – ha comunicato l’intenzione di «sfoltire» del 15% la forza lavoro impiegata nella mini app Jingxi Pinpin, con cui il colosso ha fatto il suo ingresso lo scorso anno nel redditizio mondo dei gruppi di acquisto nei quali si ottengono sconti tanto maggiori quante più persone sono disposte ad acquistare.

Ma non è l’unico caso. Nelle ultime settimane in maniera più o meno analoga le Big Tech si stanno impegnando in sforzi di ristrutturazione, indirizzati in particolar modo verso quei settori «sensibili» alle ultime campagne di rettifica di Pechino. Alibaba potrebbe tagliare circa 39 mila posti di lavoro e Tencent, casa madre della super app WeChat, ha annunciato di recente il licenziamento del 15 o 20% della forza lavoro sia nel Platform and Content Group che nel Cloud and Intelligence Industry Group entro la fine dell’anno.

Ma pare che già nello scorso anno – lo riporta il sito di notizie sul mondo del tech 36kr – la società avesse avviato la ristrutturazione delle unità che si occupano di tutoraggio online e gaming, proprio due dei settori interessati dalle campagne di rettifica del governo. Poi, a fine anno, secondo fonti di Straits Times, il fondatore Pony Ma avrebbe avvertito il personale dell’azienda di prepararsi per l’arrivo di un “inverno” imminente.

Il quotidiano China Daily ha spiegato questo fenomeno come il risultato di un insieme di fattori: il rallentamento della crescita economica, gli ostacoli normativi di Pechino e un «contesto esterno complesso». Ma ha sottolineato che le società non mirano solo a licenziare, bensì a rifornire il settore di manodopera qualificata: Meituan, ad esempio, leader nella consegna di cibo a domicilio, sarebbe intenzionata ad assumere circa 10 mila neolaureati in settori come ricerca e sviluppo e marketing.

Se Pechino lo scorso anno puntava il dito contro l’ «espansione disordinata del capitale» provocata dai suoi giganti di internet, ecco che ad oggi si è arrivati di comune accordo in quella che viene definita una «nuova fase di cauta espansione», un vero e proprio cambio di paradigma a cui i Ceo delle società coinvolte si dicono pronti ad «allinearsi»: nelle loro dichiarazioni delle ultime settimane compaiono espressioni come «sviluppo a lungo termine», «responsabilità sociale», «stabilità» e «crescita sostenibile».

Messaggi captati sin da subito dagli investitori internazionali: dopo che nello scorso anno si è registrato un crollo drastico delle quotazioni delle aziende cinesi all’estero (inasprito di recente a causa di un mix micidiale di rischio di delisting per cinque società cinesi dalla borsa statunitense e timori per la crisi ucraina), a metà marzo Baidu, Tencent e Alibaba hanno concluso la giornata alla borsa di New York rispettivamente al 42%, 33% e 36% – livelli record dopo mesi. Complice anche la serie di dichiarazioni rassicuranti rilasciate in una riunione presieduta dal Liu He, il consigliere economico di Xi Jinping, che ha comunicato l’intenzione di «completare il più presto possibile» la azioni regolatorie sulle Big Tech mediante una «regolamentazione standard, trasparente e prevedibile».

Ma come hanno scritto Chang Che e Houston Scott su SupChina, «i mercati azionari possono essere indicatori inaffidabili della salute dell’industria». Invece, con le variazioni occupazionali non si sbaglia. Se alcuni articoli sul web hanno provato a rassicurare sul fatto che qualche migliaio di lavoratori licenziati in uno dei settori in più rapida crescita non sono che una sciocchezza, i commenti sui social media esternano il generale stato d’animo di inquietudine e raccontano di carichi di lavoro sempre maggiori per i lavoratori che sono rimasti a tirare avanti la baracca nelle unità più colpite dai licenziamenti. A preoccupare sono anche le stime dei nuovi laureati, secondo le quali nel 2022 supereranno per la prima volta i 10 milioni.

Ad oggi, tuttavia, non ci sono statistiche ufficiali che attestano la portata delle perdite. Il governo si appella a termini come «stabilità» e «prosperità» e le aziende tentano di dare un risvolto positivo agli sforzi di ristrutturazione, pur con risultati paradossali. Nei giorni scorsi, infatti, sono circolate sul web le immagini di note con su scritto «Congratulazioni, ti sei laureato» – il paragone tra ambiente lavorativo e ambiente scolastico è particolarmente diffuso in questo settore – che alcuni dipendenti di JD.com e della piattaforma di video brevi Bilibili avrebbero ritrovato sulle lettere di licenziamento: grazie per il tuo contributo, ma ora vatti a cercare un nuovo lavoro.

Di Vittoria Mazzieri

[Pubblicato su il manifesto]